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Josè Borjes accoglie Giovanni Salemi

Posted by on Dic 8, 2017

Josè Borjes accoglie Giovanni Salemi

Di Cavalieri crociati che sono morti per difendere la Croce, il Cattolicesimo e la nostra identità nella storia ce ne sono stati tanti e tutti di grande valore e certamente tra questi possiamo tranquillamente metterci Josè Borjes il Generale Spagnolo che in in quel di Sante Marie,  vicino a Tagliacozzo, ha dato la vita, insieme ai suoi soldati, per liberare il Regno di Francesco II dall’invasore Piemontese per difendere la la nostra civiltà, che era anche la sua, e la civiltà Cattolica.

Mi riallaccio alle parole che pronunciai l’anno scorso continuando ad evidenziare che in quei giorni drammatici si stava vivendo l’ennesimo scontro di civiltà che ancora oggi, in modo più strisciante ma non meno violento, si sta vivendo tra il mondo Cattolico basato sul Mitos e sul Logos che ha prodotto Dame e Cavalieri e dove bastava la propria parola d’onore e una stretta di mano per mandare avanti le cose, e la dittatura burocrate figlia del  modernismo e del pensiero unico nata dal giacobinismo che oggi guida la nostra vita quotidiana. La civiltà del nostro Regno che cercava di contrastare il nuovo che avanzava basato sull’individualismo più sfrenato con la convinzione che è l’unica strada percorribile per raggiungere la soddisfazione dei propri bisogni, per raggiungere la felicità e che le proprie volontà sono al di sopra di ogni cosa. Quel principio Machiavellico “il fine giustifica i mezzi” che sta alla base di ogni comportamento umano contemporaneo e che ha ispirato l’invasione senza dichiarazione di guerra del Piemonte sul Regno delle Due Sicilie, che ha giustificato il tradimento di una classe dirigente e degli alti ufficiali del Regno più  grande e antico della penisola Italica, che non ha impedito all’ufficiale Italiano Enrico Franchini di trattare Borjes,  insieme ai suoi soldati, come un normale delinquente e non un  uomo in divisa.

Se da anni si ricorda Borjes in quel di Tagliacozzo è perché noi piccoli uomini del terzo millennio abbiamo bisogno di aggrapparci al suo eroismo, al suo sacrificio e al suo essere semplicemente uomo, per dare un senso alla nostra povera, dal punto di vista spirituale, esistenza e non sentirci orfani della nostra civiltà, perché, ripeto, dal 1799 in poi è stato uno scontro di civiltà tra l’ideologia del razionalismo e il mondo tradizionale che affonda le sue radici nel paganesimo ma che s’è saputo elevare nella massima espressione della nobiltà nel Cattolicesimo.

Nell’ultima fatica di Fernando Riccardi che è stata presentata in quel di Sante Marie nella giornata del 7 dicembre 2017, c’è un passo molto importante negli scritti di Le Grange dove il legittimista evidenzia che l’intera popolazione del Regno si sentiva Napolitana e Napoletana, che ci fa capire ancora una volta che l’Italia non stava scritto da nessuna parte che andava fatta e nemmeno che andava fatta in maniera diversa, cosa mai accaduta prima nella Penisola Italica e mai accaduta con un sentimento che venisse dal basso e non imposto dall’alto da salotti giacobini. Anche da questo abbiamo la conferma dello scontro di civiltà che s’è consumato, nell’ultimo atto, nei dieci anni che andarono dal 1860 al 1870 come ce lo conferma anche il Sommo Silvio Vitale quando nel bellissimo libro “I Congiurati di Frisio” afferma che l’Italia la seccessione, unica e sola, l’ha già avuta e proprio all’inizio della sua esistenza con il concetto Briganti ed Emigranti

In questa commemorazione non possiamo non ricordare tutti gli insorgenti che in questo 2017 sono andati alla casa del padre come Pietro Golia, Pasquale Squitieri, Errico Crisomolo, Don Massimo Cuofano e Giovanni Salemi il quale è stato l’ideatore della commemorazione dei morti della battaglia del Volturno, dei Lazzari nelle Tre Giornate di Napoli e di Borjes e i suoi soldati. Indegnamente, vogliate perdonare la mia presunzione, mi permetto di espletare un mio pensiero sull’amico Giovanni, è stato lui a volere che usassi verso di lui un tono confidenziale.

Giovanni era un soldato vero uno di quei soldati che nell’agire, non a chiacchiere, lo dimostrava anche quando non indossava la divisa in tempo di guerra come in tempo di pace. Era un soldato Cattolico che incarna in se i valori della nostra civiltà dove il servire è il bene supremo senza chiedere nulla in cambio e servire il prossimo è l’unico modo per servire nostro Signore.

Giovanni però era un Aquilla Soldato, per meglio dire un’Aquila Alfiere, visto che si sentiva un Soldato del Re delle Due Sicilie che aveva frequentato la Nunziatella, e come amava ripetere spesso era fedelissimo verso il suo Re. Ho avuto la sfortuna di averlo conosciuto per pochi anni ma mi sono bastati per imparare a capire cosa vuol dire saper campare e vivere come un aquila. Da buon ufficiale di campo e non di scrivania, amava stare con la sua truppa ma quando vedeva che le nubi del pettegolezzo e delle zizzanie si addensavano si alzava in volo e, come le aquile che volano sopra le nuvole, lui volava sopra le debolezze umane aspettando che il bel tempo tornasse.

Non è stato amato da tutti, destino comune a tutti gli uomini che sono protagonisti della propria vita e non spettatori, ma lui da vero Aristocratico lasciava correre perché sapeva che le parole le porta via il vento e la debolezza umana non si puo cancellare, alcune volte pensavo, “come fa ad essere così superiore?  come vorrei essere come lui, un aquila”, ma quando le parole si trasformavano in scrittura allora diventava irremovibile e non perdonava nessuno perché se, come già detto, le parole le porta via il vento lo scritto rimane e non si puo cancellare.

Tante volte mi riempio la bocca della parola magica “coerenza” ma mi rendo conto che la trasformo in pratica in rare occasioni e l’unica mia consolazione di questo mio fallimento e che sono in buona compagnia, ma Giovanni è uno delle poche persone conosciute che ha vissuto veramente con “coerenza” dimostrando con i fatti che per lui tra il dire e il fare non c’è nulla perchè sono la stessa cosa.

Altra forma di demagogia nella quale mi confondo, anche qui sono in buona compagnia, è quella quando dicevo “Giovanni è insostituibile e quando non sarà più tra noi comuni mortali lascerà un vuoto incolmabile”. Dico dicevo perché proprio Giovanni mi fece capire che stavo pensavo a delle sciocchezze e se non modificavo il mio pensiero avrei certificato il suo fallimento.  Ho impiegato un po di tempo a comprendere cosa volesse dire ma alla fine ho capito che nessuno ha la presunzione di pensare per se e per gli altri “lascio/a un vuoto incolmabile” e che Giovanni , come fa un contadino tradizionale, ha preparato tante buche per metterci il seme della nostra identità e far si che nascessero tante piantine che oggi, come a Capua, al Ponte della Maddalena, a P.zza Mercato o a Porta Capuana e come a Gaeta con la nostra presenza dimostriamo che il contadino, Giovanni, l’ha fatto bene. Ci sarà chi fara peggio e chi meglio ma questo importa poco perché l’unica cosa che importa e che mettiamo il nostro impegno massimo con lealtà, impegno e amore.

Non voglio sconfinare nella retorica affermando che Giovanni se fosse vissuto ai tempi di Fra Diavolo, di Borjes, di Ruffo ecc ecc avrebbe fatto la stessa cosa perché non lo sapremo mai ma di una cosa sono certo, Giovanni è stato un importante e fedele Sacerdote del Tempio della nostra Civiltà, della nostra Storia e del nostro Regno e se noi vogliamo renderlo felice cerchiamo, ognuno nel suo piccolo, di raccogliere la sua eredità perché come lui affermava con sincerità “tutti siamo utili e nessuno è indispensabile”.

Francesco, il caro figlio di Giovanni, mi perdonerà se rendo pubblica una conversazione tra pochi intimi  che non rientra  nel mio stile, ma l’ultimo insegnamento di Giovanni che hanno ascoltato le mie orecchie e dei pochi presenti deve essere donato al prossimo, “quello che trattieni per te lo perdi per sempre mentre quello che doni lo tieni per sempre”,  ebbene Francesco ci ha confidato che l’insegnamento più importante che gli ha trasmesso papà Giovanni è stato che nella vita non bisogna mai avere dei limiti e guardare sempre avanti dove ogni orizzonte è solo una tappa di trasferimento per raggiungere il traguardo che si chiama Infinito.

Concludo esternando il ricordo più vivo che ho nella mente di Giovanni ed è quello in cui Giovanni, in compagnia Giancarlo,  con cappotto, cappello e sciarpa, faceva un freddo cane,  si confuse tra di noi e le nostre bandiere nel ricordare Fra’ Diavolo a P.zza Mercato l’undici novembre 2016 e dove ebbe l’idea di ricordare ogni anno le Tre giornate di Napoli, così ribattezzate, quando il 20-21-22 gennaio 1799 i Lazzari fronteggiarono l’esercito invasore Francese e il fuoco dei Giacobini Napoletani che sparavano da Castel Sant’Elmo.

Vi invito anche a vedere i due brevi video di seguito dove si evidenzia con chiarezza lo scontro di civiltà che ancora si sta combattendo e come doveva essere fatta l’Italia.

Ti voglio bene Giovanni

Claudio Saltarelli

 

 

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