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L’ Abbazia di San Vincenzo al Volturno

Posted by on Set 19, 2018

L’ Abbazia di San Vincenzo al Volturno

E’ il Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni che ci fornisce le notizie di questa stupenda abbazia benedettina del meridione che, insieme a quella di Montecassino, influenzava la vita politica e sociale dell’alto medioevo.

Il monaco Giovanni scrisse il Chronicon intorno al 1130 per recuperare la memoria del distrutto e poi ricostruito cenobio, basandosi su documenti più antichi non sempre autentici. Ci racconta che furono tre giovani beneventani longobardi, Paldo, Taso e Tato, a fondare il primitivo Cenobio. I tre, desiderosi di vita ascetica, si rivolsero all’abate dell’Abbazia di Farfa per consiglio. L’abate consigliò loro di creare un cenobio lungo le rive del Volturno, là dove già esisteva un antico oratorio dedicato a San Vincenzo di Saragozza. Così fu fatto. Le fondamenta dell’abbazia furono idealmente gettate nel 703; poi ci pensarono i duchi del ducato di Benevento, ormai cristianizzati,  ad ingrandirla, primo tra tutti Gisulfo II

Il dualismo medievale, ossia il contrasto tra la violenza e i soprusi quotidiani e la spiritualità della vita religiosa non fu certo assente in questa abbazia che, al pari di Montecassino, divenne una specie di banca medievale. I signori e signorotti del tempo, facevano seguire alle loro feroci guerre grandi donazioni a favore di chiese e monasteri. Un po’ per mettere a tacere l’anima, ma soprattutto per mettere al riparo le nuove terre da loro conquistate, dall’ ingordigia dei principi che quasi sempre volevano impossessarsene. 

Con le donazioni, i possedimenti non andavano affatto persi, come si potrebbe credere: nei  placiti era prevista la partecipazione  del donatore all’amministrazione del bene offerto e, in molti casi, anche alla partecipazione all’elezione di un nuovo abate. Molto spesso, in caso di forti donazioni, i signori obbligavano i loro figli a farsi monaci per meglio partecipare alla gestione dei grandi patrimoni terrieri monastici e per essere presenti alle importanti decisioni della vita politica. 

Non aveva tutti i torti lo studioso tedesco Hans Granbhof quando scriveva, riferendosi ai Franchi, che chi voleva conquistare militarmente l’Italia, doveva passare per la conquista delle istituzioni monastiche.
Cosa che effettivamente fece Carlo Magno il quale, dopo la sottomissione di Arechi di Benevento, rilasciò particolari privilegi alle più eminenti istituzioni ecclesiastiche della Longobardia Minor, tra cui l’ esenzione fiscale e giurisdizionale, e l’ autorizzazione per la comunità ad eleggere il proprio abate. Il  24 marzo del 787 questi privilegi furono assegnati  S. Vincenzo al Volturno e il 28 marzo 787 a Montecassino. 

Grazie alle tantissime donazioni, San Vincenzo crebbe fino a diventare una bellissima cittadella monastica, economicamente autonoma. In essa si praticava l’ apicoltura su larga scala per la produzione del miele e si effettuava la lavorazione del vetro, ma fu sotto gli abati Giosuè ed Epifanio che l’abbazia raggiunse il massimo splendore e si arricchì di nuove cappelle stupendamente affrescate, come  rivelato dagli ultimi scavi archeologici.
S. Vincenzo al Volturno era però continuamente minacciata dai sopraggiunti saraceni che, ghiotti delle sue ricchezze, cercavano in tutti i modi di appropriarsene. Più volte, per evitare il saccheggio i monaci furono costretti a pagare forti somme di denaro. Nonostante i ricatti, nel 881, un folto gruppo di saraceni attaccò il monastero e lo saccheggiò, uccidendo molti monaci e servi. Alcuni monaci superstiti riuscirono a fuggire e si rifugiarono a Capua. Solo dopo molti anni ritornarono sul luogo per ricostruire il perduto Cenobio, ma l’antica grandezza di San Vincenzo al Volturno era per sempre perduta. 
Tra i possedimenti di S. Vincenzo al Volturno nel carinolese, oltre al già menzionato Cenobio di San Martino, erano: il Monasterium Sancte Crucis, sul Massico;  S. Maria a Boccadoro o anche detta S. Maria de Fauzano, prima chiesa di Falciano del Massico, abbandonata intorno al 1640; la chiesa monasteriale di Sancti Ylarii, attestata dall’anno 944 fino al 1104, dopo di cui non se ne hanno più notizie; infine, in territorio di Mondragone, il monastero di S. Anna de aquis vivis, appartenente alla soppressa diocesi di Carinola, di cui parleremo più avanti.

 

Alcuni testi consultati


AA.VV. – Annali civili del Regno delle Due Sicilie – vol. I-3,  Napoli, 1833
Diacono Paolo – Historia Langobardorum – gbooks
Erchemperto – Historia Langobardorum Beneventanorum – gbooks
Federici V. (a cura di) Chronicon Vulturmense del monaco Giovanni  – I, II, III – gbooks
Houben Hubert – Potere politico e istituzioni monastiche nella Longobardia Minor – in AA.VV. – Longobardia e longobardi nell’Italia meridionale – Centro di Cultura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore –Milano, 1996
Leone Marsicano (a cura di F.Aceto e V. Lucherini) – Cronaca di Montecassino – gbooks
Marazzi Federico – L’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno e i rapporti con le sue proprietà fra VIII e X secolo – in AA.VV. – Longobardia e longobardi nell’Italia meridionale – Centro di Cultura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore –Milano, 1996
Morghen R. – La riforma monastica nei secoli X-XII – Roma- Bari, 1973
Vitolo G. – Caratteri del monachesimo nel Mezzogiorno altomedievale – Salerno, 1984
Zannini Ugo – Paesaggio, storia, archeologia ed arte nella Campania Settentrionale –  (fascicolo)

fonte

http://carinolastoria.blogspot.com/2011/

 

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