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L’ arrivo di Garibaldi a Palermo una commedia anti borbonica

Posted by on Apr 8, 2017

L’ arrivo di Garibaldi a Palermo una commedia anti borbonica

«Il regno di Napoli non ha che una sola istituzione: la polizia~ Due birri, Aiossa e Maniscalco, regnano sotto il re: Aiossa bastona Napoli, Maniscalco bastona la Sicilia~ Un birro, Bruno, attacca gli accusati, la testa fra le gambe, finché confessino. Un altro birro, Pontillo, li fa sedere su una graticola, ove si mette fuoco al di sotto: si chiama la sedia ardente». (segue dalla prima di cronaca) «Vi ha l’ arganello serracapo, cerchio di ferro compresso da una vite che fa sortire e quasi schizzar gli occhi».

Questi e altri sistemi di tortura venivano descritti dal grande Victor Hugo nel giugno 1860, in un discorso tenuto a Jersey, nelle Isole Normanne, da dove diffondeva la triste fama di Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica in Sicilia. E proprio in quei giorni – a un mese dall’ ingresso di Garibaldi e a due settimane dalla fuga di Maniscalco – in una Palermo affamata e devastata dai bombardamenti, un gruppetto di teatranti, con straordinaria tempestività, faceva rivivere sulla scena le infamie della polizia borbonica, i martiri palermitani del risorgimento e, soprattutto, l’ arbitrio poliziesco del Maniscalco. Al grido di «Viva l’ Italia! Viva Garibaldi!», ora in teatro si poteva liberamente sfogare, anche se solo nell’ illusione della finzione, il desiderio per tanto tempo represso di accoltellare a morte il capo in testa degli sbirri di Ferdinando e di Francesco. Le cronache dell’ epoca e gli storici riferiscono del grande successo di pubblico ottenuto dallo spettacolo e dalla forza recitativa di quegli attori popolari, in quel clima di generale esaltazione. “Salvatore Maniscalco” era il titolo del “drama”, che tanto invogliante e liberatorio doveva apparire in quel momento ai palermitani. E tanto più appetitoso era il titolo perché, tra gli altri personaggi in cartellone, si scorgevano nomi come Carlo Pontillo e De Simone, altrettanto familiari alla coscienza popolare per la loro temuta fama di sbirri torturatori; ed anche nomi come Francesco Riso, entrato da appena due mesi nella mitologia rivoluzionaria. L’ autore – di cui ci restano soltanto le iniziali del nome: F. A. – forte del successo ottenuto, fece pure stampare il copione in un volumetto di 48 pagine per i tipi della Stamperia di Pagano, con questa premessa: «Per tramandare ai posteri l’ abbozzo di cotesto mostro, che cotante lacrime e cotanto sangue ha fatto spargere alla Sicilia». Lo spettacolo fu rappresentato dal 24 giugno al 16 luglio 1860 al Teatro Nazionale San Ferdinando, che prima dell’ impresa garibaldina si chiamava soltanto San Ferdinando. Alla sua riapertura – autorizzata la ripresa degli spettacoli in città – il 13 giugno, con un ballo intitolato “Risorgimento”, al locale fu aggiunto il nome di Nazionale. Successivamente si chiamò Teatro Principe Umberto e, nel 1878, Real Teatro Umberto I. Venne distrutto durante la seconda guerra mondiale da una bomba, che lasciò in piedi solo l’ ingresso, in Via Merlo 8. Il giornale “La Luce” del 21 giugno, nel pubblicare con molto rilievo il manifesto dello spettacolo, sottolineava con partecipazione: «Noi non sapremmo abbastanza raccomandare un numeroso concorso, sì per l’ importanza del soggetto, come pure perché ci è stato assicurato l’ introito esser devoluto a totale beneficio dei poveri attori, i quali da lunga pezza soffrono il digiuno e le vigilie». I “poveri attori” dalla condizione così grama erano quelli della compagnia di Giuseppe Balsamo, detto Pasquino, continuatore in un certo senso di quel filone di teatro popolare sviluppatosi nel Settecento. Giuseppe Balsamo infatti aveva sposato la figlia del più famoso Giuseppe Colombo che fu il primo ad incarnare a Palermo la maschera di Pasquino, aggiornando al gusto corrente il Nofrio delle settecentesche “Vastasate”. Ma torniamo alla rappresentazione, che – come scrive lo storico Raffaele De Cesare – «era tutta una sfuriata contro l’ ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni». Insomma, peggio di un mitico Gano di Maganza dell’ opera dei pupi. Il dramma, diviso in tre “epoche” quanti sono gli atti, si snoda attraverso la folgorante carriera del Maniscalco, dal crollo della repubblica del ‘ 48 all’ arrivo di Garibaldi in Sicilia. Nel primo atto vediamo il trentacinquenne capitano di gendarmeria Salvatore Maniscalco alle prese con la riorganizzazione delle forze di polizia, dopo quei sedici mesi di sogno rivoluzionario. Compito principale ripristinare “l’ ordine”, anche attraverso infiltrati mercenari nei circoli liberali. Segue l’ arresto di sette carbonari e i preparativi per la loro esecuzione, con una scena molto patriottica con il giovane Nicolò Garzilli. Nel secondo atto – ambientato nel 1854 – i personaggi hanno fatto tutti un notevole balzo di carriera: Maniscalco è direttore di polizia (realmente l’ uomo più potente della Sicilia); De Simone capitano di gendarmeria; Calabrò giudice di gran corte; e Carlo Pontillo ispettore, il più diabolico dei torturatori. La vicenda si dipana fra le “suppliche” di povera gente che ha parenti in carcere senza giustificati motivi, fra atti di corruzione e concussione perpetrati dal Direttore, e arresti e torture di detentori di stampa liberale. Ma eccoci finalmente al terzo atto, alla nemesi. Lo spettatore, che negli atti precedenti ha inghiottito amaro di fronte alla rappresentazione dello strapotere e dei soprusi del Maniscalco e dei suoi uomini, adesso vede finalmente costoro in difficoltà per l’ imminente arrivo dei Mille. Siamo nel fuoco del 1860. La polizia è rappresentata nell’ atto di reprimere la rivolta della Gancia, mentre un corriere da Trapani annuncia l’«Il regno di Napoli non ha che una sola istituzione: la polizia~ Due birri, Aiossa e Maniscalco, regnano sotto il re: Aiossa bastona Napoli, Maniscalco bastona la Sicilia~ Un birro, Bruno, attacca gli accusati, la testa fra le gambe, finché confessino. Un altro birro, Pontillo, li fa sedere su una graticola, ove si mette fuoco al di sotto: si chiama la sedia ardente». (segue dalla prima di cronaca) «Vi ha l’ arganello serracapo, cerchio di ferro compresso da una vite che fa sortire e quasi schizzar gli occhi». Questi e altri sistemi di tortura venivano descritti dal grande Victor Hugo nel giugno 1860, in un discorso tenuto a Jersey, nelle Isole Normanne, da dove diffondeva la triste fama di Salvatore Maniscalco, capo della polizia borbonica in Sicilia. E proprio in quei giorni – a un mese dall’ ingresso di Garibaldi e a due settimane dalla fuga di Maniscalco – in una Palermo affamata e devastata dai bombardamenti, un gruppetto di teatranti, con straordinaria tempestività, faceva rivivere sulla scena le infamie della polizia borbonica, i martiri palermitani del risorgimento e, soprattutto, l’ arbitrio poliziesco del Maniscalco. Al grido di «Viva l’ Italia! Viva Garibaldi!», ora in teatro si poteva liberamente sfogare, anche se solo nell’ illusione della finzione, il desiderio per tanto tempo represso di accoltellare a morte il capo in testa degli sbirri di Ferdinando e di Francesco. Le cronache dell’ epoca e gli storici riferiscono del grande successo di pubblico ottenuto dallo spettacolo e dalla forza recitativa di quegli attori popolari, in quel clima di generale esaltazione. “Salvatore Maniscalco” era il titolo del “drama”, che tanto invogliante e liberatorio doveva apparire in quel momento ai palermitani. E tanto più appetitoso era il titolo perché, tra gli altri personaggi in cartellone, si scorgevano nomi come Carlo Pontillo e De Simone, altrettanto familiari alla coscienza popolare per la loro temuta fama di sbirri torturatori; ed anche nomi come Francesco Riso, entrato da appena due mesi nella mitologia rivoluzionaria. L’ autore – di cui ci restano soltanto le iniziali del nome: F. A. – forte del successo ottenuto, fece pure stampare il copione in un volumetto di 48 pagine per i tipi della Stamperia di Pagano, con questa premessa: «Per tramandare ai posteri l’ abbozzo di cotesto mostro, che cotante lacrime e cotanto sangue ha fatto spargere alla Sicilia». Lo spettacolo fu rappresentato dal 24 giugno al 16 luglio 1860 al Teatro Nazionale San Ferdinando, che prima dell’ impresa garibaldina si chiamava soltanto San Ferdinando. Alla sua riapertura – autorizzata la ripresa degli spettacoli in città – il 13 giugno, con un ballo intitolato “Risorgimento”, al locale fu aggiunto il nome di Nazionale. Successivamente si chiamò Teatro Principe Umberto e, nel 1878, Real Teatro Umberto I. Venne distrutto durante la seconda guerra mondiale da una bomba, che lasciò in piedi solo l’ ingresso, in Via Merlo 8. Il giornale “La Luce” del 21 giugno, nel pubblicare con molto rilievo il manifesto dello spettacolo, sottolineava con partecipazione: «Noi non sapremmo abbastanza raccomandare un numeroso concorso, sì per l’ importanza del soggetto, come pure perché ci è stato assicurato l’ introito esser devoluto a totale beneficio dei poveri attori, i quali da lunga pezza soffrono il digiuno e le vigilie». I “poveri attori” dalla condizione così grama erano quelli della compagnia di Giuseppe Balsamo, detto Pasquino, continuatore in un certo senso di quel filone di teatro popolare sviluppatosi nel Settecento. Giuseppe Balsamo infatti aveva sposato la figlia del più famoso Giuseppe Colombo che fu il primo ad incarnare a Palermo la maschera di Pasquino, aggiornando al gusto corrente il Nofrio delle settecentesche “Vastasate”. Ma torniamo alla rappresentazione, che – come scrive lo storico Raffaele De Cesare – «era tutta una sfuriata contro l’ ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni». Insomma, peggio di un mitico Gano di Maganza dell’ opera dei pupi. Il dramma, diviso in tre “epoche” quanti sono gli atti, si snoda attraverso la folgorante carriera del Maniscalco, dal crollo della repubblica del ‘ 48 all’ arrivo di Garibaldi in Sicilia. Nel primo atto vediamo il trentacinquenne capitano di gendarmeria Salvatore Maniscalco alle prese con la riorganizzazione delle forze di polizia, dopo quei sedici mesi di sogno rivoluzionario. Compito principale ripristinare “l’ ordine”, anche attraverso infiltrati mercenari nei circoli liberali. Segue l’ arresto di sette carbonari e i preparativi per la loro esecuzione, con una scena molto patriottica con il giovane Nicolò Garzilli. Nel secondo atto – ambientato nel 1854 – i personaggi hanno fatto tutti un notevole balzo di carriera: Maniscalco è direttore di polizia (realmente l’ uomo più potente della Sicilia); De Simone capitano di gendarmeria; Calabrò giudice di gran corte; e Carlo Pontillo ispettore, il più diabolico dei torturatori. La vicenda si dipana fra le “suppliche” di povera gente che ha parenti in carcere senza giustificati motivi, fra atti di corruzione e concussione perpetrati dal Direttore, e arresti e torture di detentori di stampa liberale. Ma eccoci finalmente al terzo atto, alla nemesi. Lo spettatore, che negli atti precedenti ha inghiottito amaro di fronte alla rappresentazione dello strapotere e dei soprusi del Maniscalco e dei suoi uomini, adesso vede finalmente costoro in difficoltà per l’ imminente arrivo dei Mille. Siamo nel fuoco del 1860. La polizia è rappresentata nell’ atto di reprimere la rivolta della Gancia, mentre un corriere da Trapani annuncia l’avvenuto sbarco di Garibaldi a Marsala. è l’ ultima scena del dramma – affollata sintesi di tutti i miti più popolari del risorgimento siciliano – nella quale il giovane maestro fontaniere Francesco Riso, ferito nel fuoco della Gancia, ascolta l’ entusiasmante notizia e muore «contento». E nella quale, con un clamoroso falso storico, un patriota si avventa sul direttore di polizia e lo accoltella a morte gridando «Viva l’ Italia! Viva Garibaldi!». Il pubblico balza in piedi galvanizzato e, tra gli applausi, ripete e amplifica quel grido che diventa un boato: «Viva l’ Italia, viva Garibaldi!». Maniscalco, invece, nella realtà, morirà per i fatti suoi a Marsiglia nel 1864, dov’ era in esilio, lasciando la moglie e sette figli, che subito rientreranno a Napoli. E, come spesso accade, un certo revisionismo storico, già all’ indomani dell’ unità italiana, ha voluto rivalutare in Maniscalco “il funzionario coraggioso e fedele”. In effetti, un attentato Maniscalco l’ aveva subito nell’ ottobre del ‘ 59 per mano di un pregiudicato, Vito Farina, soprannominato Farinella, pescato nei bassifondi della malavita. Questi accettò l’ incarico per un compenso di seicento ducati e aggredito alle spalle il direttore lo pugnalò ai reni. Il Maniscalco guarì in pochi giorni e divenne implacabile contro i supposti cospiratori, anche se su Farinella, arrestato e torturato, non si poté provare nulla. In virtù di quell’ attentato il potere del direttore divenne immenso, e il re gli concesse onorificenze ed un aumento di assegno. Ma anche Farinella, alla caduta del governo borbonico, ne sarà avvantaggiato, riuscendo ad ottenere un sussidio da Garibaldi. «E fu vergogna», commenta il De Cesare nella sua “Fine di un regno”.

GABRIELLO MONTEMAGNO

fonte  repubblica.it

ps ho pubblicato di proposito questo articolo dopo aver pubblicato quello su Maniscalco per far vedere la differenza tra chi fa propaganda, da un secolo e mezzo è sempre la stessa, e chi fa ricerca storica vera.

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