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LA BANDA MITTIGA E LA SPEDIZIONE DEL GENERALE SPAGNOLO JOSE’ BORJES

Posted by on Mag 18, 2017

LA BANDA MITTIGA E LA SPEDIZIONE DEL GENERALE SPAGNOLO JOSE’ BORJES

Ricevo da un caro amico, che preferisce mantenere l’anonimato, questo articolo, tratto da una rivista di alcuni anni fa “Calabria sconosciuta”, con una sua preziosa premessa per cercare di identificare meglio la figura del Brigante di Platì Ferdinando Mittiga.

Ferdinando Mittiga, sottufficiale dell’Esercito Borbonico,combattente legittimista, dopo che la sua banda fu battuta dalla sproporzionata preponderanza numerica dei nemici, fu dapprima tradito dai suoi e poi catturato dai piemontesi che lo decapitarono e ne esposero la testa in Platì come loro trofeo e monito a tutti i suoi paesani.

Dai vari dati che mi risultano, penso che sia plausibile l’ipotesi che il Ferdinando, probabilmente avesse anche un fratello che lo coadiuvava: Luigi, che essendo riuscito a sfuggire alla imboscata tesa al fratello dai Piemontesi, fu però catturato anch’esso dagli stessi, ma altrove ed in un secondo tempo.

Faccio noto che nella famiglia Mittiga , è risaputo che, a seguito di questi fatti tragici di Ferdinando Mittiga del 1861, tutti i parenti del suddetto “Brigante”, dovettero scappar via da Platì e trasferirsi nei paesi circonvicini.

Per quel che mi riguarda, purtroppo non dispongo a presente di molte fonti di informazione quante vorrei sull’argomento “Ferdinando Mittiga fu Francesco di Platì – 1861”, ma quel che so faccio presente qui per iscritto:

1°) da tutti i siti su internet da me accuratamente più e più volte vagliati, e sono diverse decine, si desume che:

  1. a) la stragrande maggioranza dei siti riporta “Ferdinando Mittiga fu Francesco di Platì – 1861”, come “Ferdinando Mittica” ed un numero molto minore di siti lo riporta come “Ferdinando Mittiga” come a mia convinzione sarebbe più corretto.
  2. b) Nessun sito parla di “Luigi Mittiga” come capo dei leggittimisti che nel 1861 ebbero contatto con Bories nella Locride.
  3. c) In tutti detti siti è riportato che anche dai diari di Borjes risulti che egli abbia avuto contatto con “Ferdinando Mittiga” come capo dei legittimisti e non con “Luigi Mittiga” come scritto da alcuni.

 

L’articolo allegato non è certamente filo-borbonico, ma permette comunque di collocare gli avvenimenti del tempo nella loro esatta successione.

La drammatica pagina del brigantaggio calabrese nella Locride, vissuta dalla «Banda Mittiga» e la «grande illusione» del generale carlista Borjés, sono quì rievocate da Gianni Carteri, con varie documentazioni e puntualità descrittiva. Di Gianni Carteri Il brigantaggio è un fenomeno costante nella storia della Calabria. Basti pensare al vasto moto sanfedista del cardinale Ruffo alla fine del 1700 ed al brigantaggio antifrancese del primo decennio dell’800 oppure alla stessa resistenza antiborbonica della Calabria Citeniore alla fine della rivoluzione del l848. Il brigantaggio affonda le vere radici negli squilibri sociali nello strapotere dei baroni e degli agrari e nelle condizioni di vita, saturi di miseria» di contadini e braccianti. Il passaggio del vecchio al nuovo regime nel 1860 determina scontento e delusione e pur tuttavia il movimento di opposizione al nuovo corso politico di casa Savoia non riesce a trovare spazi adeguati per divenire reazione di massa. Invano la prima voce calabrese che si fa udire nell’aula di palazzo Carigliano a Torino nel marzo del 1861, Agostino Plutino, eletto a Melito Porto Salvo, tenta di fotografare le drammatiche condizioni della provincia di Reggio e chiede interventi organici atti a far sì che le popolazioni reggine imparino a conoscere e ad amare i loro nuovi governanti. Il Sud vive in quell’epoca post unitaria un dramma particolare: si sente minacciato nel suo castello di convenzioni, di costumi millenari tramandati dalla tradizione orale» ma ancor più si sente appesantito da un aggravio fiscale che colpisce imparzialmente reazionari e liberali, proprietari e proletari (vedi dazio sull’olio e decimoguerra sul sale). L’appoggio dato dal popolo calabrese e meridionale al brigantaggio è insieme un gesto di fierezza e di protesta contro le minacce e le ritorsioni della nuova classe dirigente. Brigantaggio visto quasi come delirio sociale. E da qui che molti scrittori calabresi di fine ottocento (Nicola Misasi soprattutto) attingono la loro ricetta narrativa.Memoria popolare come fonte primaria, perché il popolo vide nel brigante un uomo buono coi deboli e coi poveri e crudele coi ricchi e coi potenti, una sorta di cavaliere del bosco. Un eroe sanguinariamente e freddamente vendicativo, imprendibile, proprio perché sostenuto e protetto dal favore popolare.Da qui la guerra di sterminio «così orribile per ferocia che si dovette — scriveva lo storico Oriani ne 1892 — e si deve ancora nasconderla alla storia». È in questo contesto storico-sociale che il generale Clary, capo del comitato borbonico di Marsiglia, fa partire dalla Calabria l’impresa insurrezionale per una restaurazione legittimistica.La fierezza dei calabresi giocò un ruolo determinante se si suggerì al generale spagnolo José Borjés di rinnovare l’impresa del cardinale Ruffo di sessant’anni prima, sfruttando la presenza nel reggino del bandito Ferdinando Mittiga di Platì, soprannominato «Caci». Il Mittiga definito «delinquente per private inimicizie» si atteggiava come il bandito Crocco che operava nel territorio vicino no di Melfi, a difensore del legittimo sovrano, ed era favorito ed eccitato dai reazionari del suo paese e di quelli vicini. Il suo nome compare durante i moti liberali del 1848 sulla costa jonica di Bovalino-Ardore. Scrive infatti il Regio giudice Gualtieri al Procuratore Generale del Re in data 10 settembre 1848: «Gli insorti, prima di partire da Ardore,obbligarono il custode ad aprire le prigioni e liberarono al grido « Viva l’Italia; viva Pio IX i carcerali Ferdinando Mittiga e Domenico Carbone di Platì, condannati per ferite con coltello». Il Mittiga, uscito dal carcere si mise a capo di una banda composta, oltre che da briganti, anche da ragazzi che volevano sottrarsi al servizio di leva. È chiaro che tutti credevano di combattere una guerra giusta, essendo in parte solo degli avventurieri.Riuscì a raggruppare circa duecento ,uomini rendendo malsicure le vie ed i paesi e non esitando ad uccidere alcune persone. Scrive il Visaili: «Il vice governatore di Gerace si rivolse al ricco liberale Francesco Oliva, compaesano del Mittiga, ed al comandante le guardie mobili di Santa Cristina, le quali erano andate a custodire Platì affinché tentassero di persuadere il brigante a sciogliere la comitiva e di presentarsi, ma l’Oliva non si mosse da Gerace, essendo stato avvertito ‘che gli era stato teso un agguato fra le montagne di Cirella. Al Comandante il Mittiga risposte con arroganza che avrebbe capitolato se volevano, ma non si sarebbe costituito in prigione. Erano questi i masnadieri più temuti». Le tecniche usate dalle guardie nazionali coincidono con le tecniche usate oggi dalle forze dell’ordine: a stuolo, a drappelli frugavano i burroni, le foreste, vegliavano a custodia dei borghi ponendosi nei punti nevralgici a 40-50 metri di distanza l’una dall’altra. In molti si chiedono se furono guerriglieri del Re o secondo la storiografia marxista «ribelli sociali». Né l’uno né l’altro. Certo il brigantaggio potenzialmente poteva diventare, rivoluzione sociale, godendo di molta simpatia tra la gente dei paesi aspromontani. Siamo convinti che spesso sono le strutture sociali che segnano il passaggio da brigante politico a brigante criminale, e con caratteri comuni alle due manifestazioni che in ultima analisi sono alla radice della irrisolta questione meridionale. Passati alla controffensiva i Piemontesi furono quanto mai spietati nella repressione. Il Mittiga aveva nel frattempo assunto il titolo di generale e addestrava i suoi uomini negli esercizi militari. Era venuto a conoscenza che da Malta si preparava una spedizione di ufficiali spagnoli sulle spiagge calabresi: continuava a sollecitare l’intervento esaltando la bravura militare dei suoi uomini.Verso la metà del settembre del 1861 il generale catalano José Borjés, imbarcatosi su una speronara, dopo una traversata di due giorni approdò presso la spiaggia di Brancaleone. Una improvvisa bonaccia non permetteva alla nave di proseguire fino all’altezza di Bovalino. «Al calar della notte del 13 settembre — scrive il generale spagnolo sul suo diario — scesi sulla riva, che era assolutamente deserta. Senza guida, mi diressi a caso verso un lume che scoprii in mezzo alla campagna: era il lume di un pastore. Una fortuna provvidenziale mi fece cadere nelle mani di un uomo onesto, che ci condusse nel luogo denominatoFalco, dove bivaccammo a cielo scoperto». È lo stesso pastore a gùidare l’indomani la marcia degli ufficiali spagnoli:furono condotti fino all’attuale Samo, ove furono accolti da poca gente e dal curato al grido: «Viva Francesco Il»! Il Garibaldi rovesciato — così viene definito il generale catalano — era assetato di gloria. Rimane incantato dal paesaggio e dalla gente calabresi, accoglie e fa suo il mito della Calabria terra felice e deliziosa «un ‘Arcadia, ove le pietre, se volassero si fermerebbero per vedere, ascoltare e ammirare». Parte da Samo — dopo aver arruolato una ventina di contadini — dirigendosi verso Caraffa del Bianco. In prossimità del paese fu accolto dal fuoco di una sessantina di guardie mobili. In breve il drappello spagnolo rimase solo essendosi i volontari dati alla fuga. Borjés respinge l’assalto e l’invito dei proprietari di Caraffa che lo volevano ospitare in paese: in effetti si era reso conto che gli si preparava un’imboscata. Fu consigliato di recarsi dai monaci del Convento dei Riformati del S.S. Crocefisso, ubicato alle porte di Bianco, dove l’avrebbero informato più dettagliatamente sulla banda di Ferdinando Mittiga. Nel primo pomeriggio del 15 settembre il superiore del monastero, Padre Samuele da Sidemo, diresse il Borjés verso Natile dove fu presentato al notaio Girolamo Sculli e a Francesco Violi di Plati. -«Questi— continua nel suo diario lo spagnolo — dopo averci bene accolto ci condusse in prossimità di Cirella, nel luogo chiamato Scardarilla, ove era il campo del Mittiga, composto di circa 120 uomini, la maggior parte armati. Mi accorsi che il Mittiga diffidava di noi,aggiungendo che si porrebbe sotto i miei ordini dopo il primo scontro che avremmo avuto.Fui, quindi, tenuto come prigioniero,del pari ai miei ufficiali e ciò durò tre giorni: il che fu una grande sciagura. Attendendo quindi di poter comandare, dovrei ubbidire». Il soprannome «Caci» attribuito al Mittiga è di chiara origine greca (katia = cattiva fama, cattiveria) e non è il solo grecismo presente nell’abitato di Platì.Innanzi tutto è il nome stesso del paese che a nostro avviso deriva dal greco «Platùs» (luogo ampio largo ed in greco ionico luogo dal sapore maleodorante, salato).In effetti la valle’ di Plati, si legge nelle Memorie di Don Vincenzo Tedesco del 1856, «la quale rende ora malagevole la comunicazione con dietro marina, si formò posteriormente per effetto del terremoto che il 1638, mentre prima la montagna scendeva con piano inclinato in modo che in tre ore si andava da Bovalino a S. Cristina». Tra l’attuale abitato di Nati e quello di Cirella esisteva prima del terremoto un ampio lago (località Lauro) di acqua salata, con intorno zone paludose. Molti dei componenti della banda del Mittiga erano discendenti di coloni — cx detenuti che dalle carceri di Reggio Calabria, strapiene, furono inviati in queste zone paludose, una sorta di colonia penale, per la conseguente opera di bonifica e di rimboschimento.In effetti, le testimonianze di intellettuali platiesi in tal senso sono molte ed attendibili, si decise di installare nella zona veri e propri nuclei di famiglie con l’invio di donne detenute per il ripopolamento delle campagne che, nel 1505,Ferdinano il Cattolico donò a D. Carlo Spinelli in feudo con proprio Decreto Reale (così si legge nella Cronistoria della Diocesi di Gerace). Infatti, solo nel 1809 i ‘Francesi istituirono Platì come comune ‘autonomo, includendo in esso anche il territorio di Cirella che dipendeva fino a quel momento dal Comune di Ardore. Il Mittiga fece esente a Borjés che aveva deciso di attaccare il paese di Platì, misera terricciola sperduta in una forma dell’Aspromonte e piena di guardie nazionali e di pochi Piemontesi. Nella notte fra il 16 e 1 7 si misero in marcia verso quel paese, decidendo di attaccarlo da tre parti. In effetti un vero e proprio assalto,non ci, fu mai, ma solo azioni di guerriglia Improvvisa da una sola parte del paese la zona alta : Ariella. In pratica i soldati del Mittiga si appostarono dietro il costone roccioso posto dietro la chiesa Matrice, da dove era facile sparare senza farsi scorgere fisicamente dai ricchi proprietari, le cui case erano nella parte bassa di Platì, accanto -al mercato. Il generale Borjés non condivideva la tattica militare del Mittiga. Annota infatti sul suo diario:«Se si fosse approfittato del primo momento di confusione cadendo sulla città, sarebbe stato facile impadronirsene: io almeno così avrei agito, ma in quel momento non potevo farlo e mi trovavo da semplice amatore». Lo scambio delle fucilate durò dalle quattro del mattino sin dopo mezzogiorno senza ordine o disciplina ben precisi.Fu quasi subito ucciso il possidente Rosario Oliva che dalla finestra del suo palazzo rispondeva al fuoco dei banditi senza alcuna precauzione.Era ancora buio quando il lampeggiare del suo fucile consentì al Mittiga di colpirlo con facilità. Nella speranza di accattivarsi le simpatie del popolo continuava il Mittiga à gridare:«Popolo basso, noi non abbiamo nulla contro di voi, vogliamo morti solo i proprietari»! Il Mittiga, sazio di aver ucciso Oliva, decise di togliere l’assedio al paese e di rientrare in contrada Lacchi di Cirella. Passando da Ciminà la derubarono di tutte le armi trovate, inseguiti dai bersaglieri del generale De Gori, nonostante la pioggia torrenziale. Si dovette sùbito spostare l’accampamento dirigendosi verso la sommità dello Zomaro e da lì il giorno seguente entrarono verso le 11 nella Piana di Gerace. La guarnigione si era di molto assottigliata e dei 200 uomini il Mittiga si ritrovò con soli 40: il resto s’era sbanda to.Gli ufficiali spagnoli, liberatosi dei forzieri che dovevano servire al finanziamento della rivolta popolare, si diressero verso i monti della Sila piccola, a Serrastretta. Nel frattempo i bersaglieri del battaglione del maggiore Rossi, arrivati da Reggio, bruciarono come rappresaglia il convento di Bianco ed uccisero il Superiore, fucilando poco dopo sulla piazzadi Ardore il notaio Sculli di Natile, il barone Franco di Caraffa e Francesco Violi di Platì (1). Ferdinando Mittiga, braccato come una belva ferita, si diresse verso la periferia di Natile, riuscendo ad evitare gli agguati e gli scontri con i piemontesi. Fu forse l’unico vero pentito calabrese, un mugnaio, a tradirlo, e a consegnarlo con uno stratagemma alla Guardia Nazionale poco dopo.In compagnia del ventitreenne Pasquale Luscrì di Cirella — vera e propria guardia del corpo — il Mittiga rientrava in contrada Mulino nuovo di Natile seguito da una cagnolina che non si separava mai dal brigante. Il tenente delle guardie di Galatro, Vincenzo Pisani, si appostò in un casolare che fronteggiava il mulino e lo riconobbe ad una parola convenuta tra il Mittiga ed il mugnaio,colpendolo ripetutamente con numerosi colpi di fucile Il Mittiga e Luscrì si trascinarono in un vicino campo di granturco e poco dopo spirarono. Il Visalli sostiene che erano le undici di sera del 28 settembre 1861. Siamo andati a trovare tra i registri degli atti di morte di Natile ed al numero 12 del foglio N. 6 l’ufficiale d’anagrafe del tempo Francesco Strangio, annotava che i testimoni Antonio e Francesco Callipari dichiaravano che «il Trenta del mese di settembre alle ore undici era morto Ferdinando Mittiga, di anni trentatrè da Platì, di Francesco e di Dorotea Brui». Le guardie portarono la testa mozza del Mittiga conficcata ad un palo in giro per il paese di Platì e poco dopo il Generale De Gori diede l’immediato ordine di sepoltura, arrabbiandosi non poco per la sceneggiata. Nel frattempo il generale Borjès braccato incessantemente dalle truppe piemontesi, presso Tagliacozzo, a 10 chilometri dallo Stato Pontificio viene catturato. Prima di essere fucilato parla ai suoi compagni «L ultima nostra ora è giunta: moriamo da forti». Intonano una litania in ginocchio subito soffocata da colpi dei fucili. Fa in tempo, poco prima, a confessare agli ufficiali spagnoli: «Andavo a dire a Francesco II che non si hanno miserabili e scellerati per difenderlo»! Qualche anno più tardi sulle Rocce dell’Agonia un massaro di Platì trovò un forziere e a sera si preoccupa di consegnarlo all’arciprete del tempo, Don Oliva. Era ripieno di marenghi d’oro di cui, nella concitazione della fuga, il generale spagnolo Borjés fu costretto a disfarsene per alleggerirsi e scampare agli ufficiali piemontesi. Consentirà l’acquisto all’asta di sterminate proprietà e darà un’impronta latifondista all’Aspromonte Orientale. C’è chi ricorda l’episodio e con sarcasmo – ridacchia esclamando:«Sordi i stola, comu veni vola»! I tempi dell’immaginario romantico e brigantesco appaiono ormai scalzati dai recenti eventi: ai vecchi briganti sono subentrati i nuovi briganti della società borghese.

NOTA Nella piazza di S. Ilario del Ionio, loro paese vennero fucilati il 23 settembre 1861 Attisano Vincenzo, Caminiti Ilario e Antonio, Mandarano Vincenzo, Galizia Antonio, Ceravolo Leonardo e Managò Michele. Fonte: Rivista Calabria sconosciuta

fonte

partitodelsud.eu

 

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