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La Commozione di Alfredo Saccoccio per Fra’ Diavolo

Posted by on Set 13, 2019

La Commozione di Alfredo Saccoccio per Fra’ Diavolo

Nella quasi millenaria chiesa di San Michele Arcangelo si è svolto un interessante convegno storico sulla figura di Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”. Il primo relatore è stato il napoletano Erminio de Biase, emerito germanista al servizio della rivalutazione storica di quello che fu il Regno delle Due Sicilie, Premio Speciale della giuria nella terza edizione del Premio Internazionale “Giuseppe Sciacca” e premio I.N.A.R.S. …………… 2007. Il de Biase ha illustrato “quell’uom dal fiero aspetto” rifacendosi alla deliziosa, frizzante opera buffa “Fra Diavolo ou l’hotellerie de Terracine” di Daniel-François-Esprit , che è una girandola di scene movimentate e di trovate burlesche e che appartiene al genere dell’Opéra-comique, ma rientra nel fortissimo campo magnetico creato in Francia dalla presenza di Gioacchino Rossini, che, diciassette mesi prima, con il “Comte Ory”, aveva trasfuso nuova linfa nelle vecchie forme del genere. Il secondo relatore, il dott. Michele Pezza, discendente di “Fra’ Diavolo”, di cui si sente fiero, ha illustrato una serie di episodi “ acclarati e documentati” : il primo episodio, avvenuto il 20 gennaio del 1798, riguarda la domanda, accolta, per commutare la pena inflittagli per “due omicidi imputatigli e accaduti in rissa” nel 1796. Michele Pezza fu arruolato nel reggimento Messapia di Sicilia e vi prestava servizio, quando l’esercito napoleonico sbaragliava l’armata borbonica, comandata dall’incapace generale Carl Mack, barone von Leiberich, lo stesso che, accerchiato da Napoleone Bonaparte a Ulma, si arrese a discrezione, con tutto il suo esercito, per cui fu condannato a morte dal tribunale di guerra, pena commutata a vent’anni, da scontare allo Spielberg, e poi a due soltanto. Il re Ferdinando IV fuggì in Sicilia lasciando il reame in balìa dei transalpini. In tale situazione, l’itrano avrebbe potuto tornarsene a casa, ma non lo fece organizzando una eroica, stoica resistenza. Il secondo episodio, che denota la nobiltà d’animo del Pezza, è il voler “vendere parzialmente la sua pensione per pagare, con il ricavato, di tasca propria, i creditori “preferendo meglio patir lui e la sua famiglia che comparir impuntuale e sentirsi rimproverare di essere divenuto colonnello con gli aiuti e co’ soccorsi esatti da essi creditori”. Il re intimò l’oblìo sui debiti di guerra. Il terzo episodio accadde nell’aprile del 1806, quando alcune signore francesi, in viaggio da Roma a Napoli, per raggiungere i loro mariti,ufficiali di stanza a Capua, furono catturate dagli uomini di “Fra’ Diavolo” e condotte dal colonnello, che le trattò con rispetto e cortesia e, il giono dopo, le fece accompagnare a Capua. Gesto cavalleresco, apprezzato dal comandante di quella piazzaforte, che inviò al Pezza una missiva di ringraziamento, lettera che fu ritrovata addosso al colonnello quando fu catturato. L’ultimo episodio concernente il mitico personaggio è il processo dinanzi al Tribunale straordinario di Napoli. Prima dell’esecuzione Christophe Saliceti, ministro della polizia, gli propose di “servire nell’armata francese, conservando il grado di colonnello di gendarmeria, titoli, pensioni ed ogni altra cosa già concessa da re Ferdinando, obbligandosi solo a mantenere l’interna tranquillità del Regno”. Egli rifiutò sdegnosamente rispondendo che “prima mille morti avrebbe desiderato, che mancare alla fede data al proprio sovrano, il quale per niuna causa avrebbe tradito”. Michele Pezza, all’epoca della morte, aveva solo trentacinque anni, padre di famiglia con due teneri virgulti. Egli rifiuta fieramente, preferendo il capestro piuttosto che passare tra le fila dei conquistatori, che trucidavano, depredavano, saccheggiavano. Questi sarebbe l’infame, esecrato “Fra’ Diavolo”, chiamato a “mantenere l’interna tranquillità del regno di Giuseppe Bonaparte? Il terzo relatore è stato il roccaseccano Fernando Riccardi, che ha trattato “Il Regno di Napoli ai tempi di Fra’ Diavolo”. Pregevole la sua relazione, frutto di un’attenta ed approfondita ricerca scandagliando negli archivi e nelle biblioteche di Napoli le “ormai consunte cronache sepolte sotto una densa coltre di polvere”. Essa attesta la raggiunta maturità di un autore, che, da anni, frequenta argomenti di storia patria e che ha superato i confini del provincialismo di maniera. Grande merito del Riccardi è quello di aver diradato le nebbie che avvolgevano, fitte ed impenetrabili, gli avvenimenti e i fatti d’armi accaduti nel 1799 e nel 1806. L’ultimo relatore è stato Alfredo Saccoccio , organizzatore del convegno , che ha sostenuto che il temuto e famoso capomassa è stato un eroe della patria e non un brigante, a cui, troppo spesso, furono attribuiti orrori ed iniquità commessi da altri capimassa. Il Pezza è pienamente rivalutato, tra gli altri, da Victor-Marie Hugo, nella cui casa-museo, sotto il ritratto del padre, generale napoleonico, si definisce il capomassa “nazionalista” e “legittimista”, gettando uno squarcio di verità su questo personaggio mitico e leggendario, denso di suggestione e pregno di arcano sapore. “Fra’ Diavolo personificava – lo sostiene il grande scrittore e poeta transalpino – quel tipo che si ritrova in tutti i Paesi in preda allo straniero, il bandito legittimo in lotta con la conquista, Egli era in Italia quello che sono stati, poi, l’Empecinado in Spagna, Canaris in Grecia e Abd-el.Kader in Africa”. Il capo della scuola romantica, colui che ha esaltato sopra di ogni altra cosa l’anima umana, con quell’atto di imparzialità storica, volle riparare i gravi torti portati dalla leggenda interessata e partigiana alla fama di Michele Pezza, che fu un singolare guerrigliero in lotta “pro aris et focis”. Lo storico Edouard Gachot scrisse che Michele Pezza era una figura “grande e drammatica”. che non avrebbe meritato la “caricatura popolare, dietro la quale il vero profilo del modello sparve del tutto”, concludendo con il sostenere che “Fra Diavolo fu nel suo genere un eroe e un grande patriota”. Il de Kock definisce il Pezza “il più formidabile Capo degli insorti napoletani del novantanove”. Il Rabbe gli riconosce molteplici prove di generosità e di grandezza d’animo, a riguardo dei viaggiatori caduti in suo potere, che gli ispiravano dell’interesse”. “Fra’ Diavolo” fu un uomo infamato, screditato, fatto passare da ribaldo, da volgare grassatore, da sanguinario rapinatore. Troppo spesso la vera storia di Michele Pezza viene travisata, dimenticata, offesa, per dar luogo a strane leggende di brigantaggio, sviluppatesi attraverso i tempi ad opera specialmente di romanzieri e di narratori dalla feconda immaginazione, facili alle fantasticherie di ogni genere. In realtà, egli non era altro che un grande guerrigliero che lottava, con tutte le forze, per la propria terra, il Sud d’Italia, fedele ai principii della Monarchia teocratica, alla Santa Vergine, devoto all’altare. Un personaggio che ha lasciato un segno indelebile nella fantasia storica. Pochi personaggi hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo come “Fra’ Diavolo”. La leggenda che accompagna le sue imprese è legata a quello strano soprannome di battaglia, che suonò come un incubo alle orecchie dei fantaccini francesi inviati fra le montagne impervie del Meridione d’Italia, tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Michele fu un patriota, una sorta di eroe nazionale, cui viene riconosciuta una grandezza e una legittimità della resistenza alla conquista e alla sottomissione, venute con le baionette. La democrazia non si esporta con i cannoni e i fucili. Il leggendario ribelle, dal cuore generoso e nobile, sempre pronto (ne aveva fornito mille prove) ad osare tutto per il trono e per la Chiesa, era legato, in maniera inscindibile, alla cultura del proprio Paese, con un profondo amore per il focolare domestico, quello dei padri, reso sacro dalle tombe ancestrali. Egli accettava, con profondo rispetto, le decisioni delle “autorità secolari”, che conservavano il genio della stirpe. La religione gli imponeva l’obbligo di osservare regole morali. Per il Pezza la patria non era una parola vuota di significato; la patria voleva dire tre c0ose: il suolo, gli abitanti e la religione, trasmessa di generazione in generazione. La purezza e l’eroismo della lotta sostenuta dal colonnello Pezza, duca di Cassano allo Ionio, in difesa della propria patria e del proprio re, e la morte, affrontata, a soli 35 anni, per non venir meno alla sua fede, costituiscono la dimostrazione più lampante della sua resistenza di soldato, che seppe sempre battersi da leone, intelligentemente e con un disinteresse che lo portò a sacrificare tutto: la vita e bel tredicimila ducati, sborsati dalle sue tasche, per la paga ai massisti. Chi è “Fra’ Diavolo”? E’ l’eroe che, da solo, organizza la difesa del suo paese e disperatamente combatte nel fortino di S. Andrea, fra Itri e Fondi, contro la strapotente armata francese, comandata da generali e da ufficiali superiori sfornati da accademie militari prestigiose; è il figlio che sul cadavere del padre Francesco, assassinato dai “liberatori” francesi, giura di mantenere la propria posizione senza deflettere; è il comandante che, incontratosi con il commodoro inglese Thomas Trowbridge, respinge l’offerta di forti somme di denaro e richiede, invece, cannoni e munizioni, provvedendo a mantenere i suoi 1700 uomini con fondi versati, a tale scopo, dai Comuni partecipanti alla lotta contro gli invasori francesi; è il capo di una truppa di massa, che annovera, fra i suoi effettivi, quattro ufficiali cappellani (D. Angelo Castelli, D. Tommaso Moretti, D. Onorato Costanzi e D. Francesco Cassetta) ed un chirurgo (D. Saverio Bonelli); è l’uomo che paga l’enorme debito di 27.000 ducati, contratti in nome del sovrano, per la difesa del regno. E’ ancora più eroico perché il “Leonida napoletano” non rinuncia al suo impegno fino all’ultim0o episodio della guerra, benché sappia che la sconfitta sia inevitabile, benché veda i tradimenti, le diserzioni, benché comprenda qual è il corso della storia. In Piazza Mercato Michele “morì con segni di vero cristiano e con molta edificazione”, indossando l’uniforme di colonnello borbonico e con il brevetto di duca di Cassano allo Ionio al petto.

In ultima analisi, possiamo dire che Michele Pezza fu uno dei più importanti e prestigiosi paladini dei Borbone, anima e fiamma della resistenza del suolo patrio e delle patrie istituzioni, artefice della riconquista del reame di Napoli, assieme al cardinale Fabrizio Ruffo, l’uomo della Santa Fede che battezzò un fortunato quanto spesso vilipeso vocabolo – sanfedista, appunto – catalizzando la fiducia di centinaia e centinaia di uomini duri e spietati. Michele Pezza, precursore della guerriglia particolare, ha provocato sentimenti di forte ambivalenza in tutti coloro che si sono avvicinati alla misteriosa figura: da una parte, erano attratti dal suo valore di combattente e dalla sua intrepidezza; dall’altra, erano da questa spaventati e, dunque, proiettavano in lui attributi di ferocia e di perfida malvagità”.

Finito il convegno, che ha riscosso un notevole interesse e consenso,c’è stata la posa in opera del busto in pietra di Michele Pezza, opera dello scultore spignese Raffaele Mollo, commissionata dal Comitato Sant’Angelo e finanziata dallo stesso e dalla Banca del credito cooperativo – Cassa Rurale ed Artigiana dell’Agro Pontino L’epigrafe della statua, scritta dallo storico aurunco Alfredo Saccoccio, reca la dicitura: “ A Michele Arcangelo, Domenico, Pasquale Pezza, alias “Fra’ Diavolo”, colonnello e duca di Cassano allo Ionio, difensore del suolo patrio, cavaliere dell’Ideale e dell’onore militare, fedele ai sovrani di Napoli e alla sua famiglia, devoto all’altare, precursore della guerriglia, personaggio che ha fatto breccia nell’immaginario collettivo, la cui leggenda si è, via via, trasformata in mito. Itri, 8 settembre 2019

A. Saccoccio Comitato Sant’Angelo”

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