Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La grande carestìa del 1763 ad Itri e nei paesi limitrofi

Posted by on Mar 2, 2017

La grande carestìa del 1763 ad Itri e nei paesi limitrofi

 

In una composizione di 486 versi in rima, intitolata La bocca della verità, di indubbio pregio letterario, si descrive la terribile carestìa, un vero flagello di Dio, che afflisse le nostre terre, oltre che il regno di Napoli, tra il 1763 e il 1764.

In calce al testo, formato da 118 quartine e da due strofe di 7 versi, c’è la firma del canonico Francesco d’Alena, che descrive le vicissitudini della popolazione piangendo e confinando nel cuore il duolo acerbo.

E’ un manoscritto, che porta la data del 21 ottobre 1764, rintracciato nella collegiata di S. Michele Arcangelo, la più antica e importante di Itri, dal titolo Registro del sacro monte della concregazione de fratelli, e sorelle del SS. Sacramento, ecc., il libro-cassa di detta congrega.

Tale testimonianza è una pagliuzza d’oro, da cui si evince lo stato deplorevole della gente itrana, e non solo itrana, che si cibava solo di cicorie cotte, chi con poco sale ed olio, chi senza olio, per non averne e saziandosi solo di arance amare, le cosiddette cetrangole. Altri si nutrivano di carrube, che, in altri tempi, si davano, per biada, ai cavalli e agli asini. In questo periodo, vennero a mancare anche quelle verdure che si mangiano bollite, provenienti dai giardini di Gaeta. Si beveva acqua, perché il vino veniva, in quantità ridotta, da Traetto, l’odierna Minturno. Pochi se ne potevano comprare una mezza pinta, misura di liquidi equivalente a circa mezzo litro.

Per la carestìa, la popolazione era diventata scheletrica, ridotta pelle e ossa. Tra gennaio e maggio, morirono, ad Itri, per la fame, cinquanta tra uomini e donne. In questo tempo, esauriti insalata, cipolle e ravanelli, ci furono innumerevoli furti riguardanti pecore, capretti, agnelli e vitelle. I pastori si alimentavano solo con carne, senza pane.

Furono rubati gli alveari nel giardino del secolare santuario di Maria SS.ma della Civita. Si tentò, due volte, di rompere l’inferriata della finestra dove era custodito il tesoro del luogo santo.

Per disperazione, la povera gente vendette campi, vigne, a meno di un terzo del loro valore. Le povere donne cedettero tutti i loro ori a Gaeta, pagati sette ducati l’oncia (grammi 26,75). Esse vendettero, per un tozzo di pane, le casse di noce, in cui si conservavano gonne e camiciuole nuove.

Alcuni fornai gaetani, che mischiavano cenere, aréna del mare e gesso nella farina, cagionando nei corpi umani grandi infermità e morti, rivendevano il pane ad un prezzo eccessivo, da autentici usurai, senza timore di castigo da parte delle autorità. Così il vitto diviene, a causa di questa avida canaglia, che non teme l’ira dell’eterno fattore, ogni giorno, più caro. “Cresce la povertà, crescon gl’Affanni,/divien la Carestìa suol d’Inganni,/Monopolio del Ladro, e dell’Avaro”, i quali, dal sangue altrui, formano un tesoro.

Alcuni itrani ne morirono, altri soffrirono diarree o ebbero alterato vistosamente e sgradevolmente il loro aspetto fisico. Vagavano per il paese “cadaveri ambulanti, ombre viventi”, in cerca di pietà e di alimento.

A Fondi e ad Alvito, comune del Frusinate, morirono, a causa della fame, otto o dieci persone al giorno, la maggior parte con le erbe in bocca (“Cadono semivivi ad ogni passo,/spumando dalla bocca erbe e verzotti (varietà di cavoli, n. d. a.),/si odono strida, sospir, pianti indirotti/atti ad intenerir un cuore di sasso”).

Morì il genitore al fianco del figlio, il figlio in grembo al padre o alla madre. Il poeta riporta una scena pietosa (“Signor, lo viddi un fanciullin dal petto/cader mentre succhiava il latte esangue,/e rotolar l’afflitto pargoletto,/mentre la madre agonizzava esangue”) e ancora “Lo viddi anch’io di nuovo al petto stretto/più che si stringe al tronco una gran angue,/e succhiar fra la pioggia e la gelata,/mentre la madre era già spirata”. Per un tozzo di pane, in preda ai morsi della fame, la disperata genitrice cede il suo onore. Lo stesso fa l’onorata donzella, che prima aveva sprezzato le gemme.

Per i tantissimi morti, portati sopra i carri, legati insieme, si ordinò, con Real Dispaccio, di fare fossi, un miglio fuori dell’abitato, dove si dovevano seppellire i cadaveri, per timore di qualche pestilenza. A Fondi i morti erano sepolti alla Madonna degli Angeli, località molto lontana dall’abitato. Ciò ci richiama alla mente una pagina manzoniana, quella dei monatti.

A settembre del 1764, nel reame di Napoli la raccolta del granturco e dei fagioli fu abbondantissima. Di vino, in Fondi, se ne fece poco, per la grandine di luglio. Ad Itri vi fu una grande produzione di olive, in stato di perfetta sanità.

Era finalmente finita la grande penuria di derrate alimentari, che aveva procurato morti, deformazioni fisiche ed un generale disagio nelle popolazioni di Terra di Lavoro e di tutto il regno borbonico, uscite a pezzi da questa tragedia, che causò molte vittime.

Per merito del provvido marchese Bernardo Tanucci, saggio 1° ministro di re Ferdinando IV di Borbone, la gente poté gustare nuovamente un pane “odoroso, di peso, cotto e bianco” ed essere tolta dall’estrema miseria.

Si coglie, in alcuni versi della composizione, il rimpianto per il governo illuminato di Carlo III di Borbone (“Mira se più fra noi regna quel brio,/quell’aurea pace e quel conforto interno/che in noi nutriva il dolce tuo governo./Colla partenza tua tutto sparìa”), invitato, però, a punire i ladri e i profittatori. C’è il rimpianto anche per la direzione della Stato da parte del 1° ministro Tanucci, in nome e per conto del minorenne figlio di Carlo III, Ferdinando, il quale fa venire dall’Austria, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dalla Francia e dalla Toscana navi onuste di grano, che, però, finisce in mani di arpìe, che ne fanno commercio in altri lidi, per cui il popolo rimane senza vitto. Ad un certo punto della composizione, il canonico Francesco d’Alena, rivolto a Dio, si sfoga in questi termini: “perché alcuno di quelli empij usurari (sic!) non fulminate?”, o ancora “tocca a te punir questi empij,/ed escluderli estinti ancor da tempij”.

Il poeta ha ben tratteggiato la grave situazione venutasi a creare nel regno di Napoli e in Terra di Lavoro: cresceva la fame e la gente andava attorno ai forni, chiusi con cancellate. Soldati a cavallo, per tenerla discosta da essi, ne facevano scempio. Le strade erano rosseggianti di sangue (“Chi soffocato in piè restar esangue,/chi sotto i calci dei cavalli infranto,/e chi urtati fieramente e oppressi, l’alma spirar sopra i cancelli stessi”).

Alfredo Saccoccio

 

 

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