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LA GUERRA DI LIBERAZIONE Il Brigantaggio Insorgente (II parte)

Posted by on Feb 21, 2018

LA GUERRA DI LIBERAZIONE Il Brigantaggio Insorgente (II parte)

Ninco Nanco – Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco (Avigliano, 12 aprile 1833 – Avigliano, 13 marzo1864), è stato un brigante lucano. Uno dei più devoti luogotenenti di Carmine Crocco, fu protagonista di numerose rappresaglie ai danni dell’esercito sabaudo. Era conosciuto per le sue grandi doti di stratega in battaglia e, soprattutto, per la sua freddezza e la sua brutalità, attributi che lo resero uno dei briganti più temuti di quel tempo. Il 7 gennaio 1861, incontrò Carmine Crocco, con il quale stipulerà un rapporto di stretta collaborazione, divenendone uno dei più fidati subalterni. Il brigante aviglianese, assieme a Crocco, partecipò a numerose azioni, conquistando prima tutto il Vulture e le città di Melfi, Rionero, Ruvo del Monte, senza mai riuscire a prendere la sua città natia, Avigliano, poi gran parte della Basilicata e spingendosi fino all’avellinese e il foggiano. Ninco Nanco era conosciuto, a quel tempo, per la sua impassibilità nel compiere atti ferini. La sua compagna, Maria ‘a Pastora, brigantessa di Pisticci, era sempre accanto a lui durante gli assalti e le imboscate. Quando Ninco Nanco strappava il cuore dal petto dei bersaglieri suoi prigionieri, Maria gli porgeva sempre il coltello. Nel gennaio 1863, Ninco Nanco uccise il capitano Capoduro, quattro soldati e un delegato della Pubblica Sicurezza di Avigliano. Nel marzo 1863 a San Nicola di Melfi, si rese protagonista del massacro di un gruppo di cavalleggeri di Saluzzo, guidato dal capitano Bianchi, ove 15 di loro furono seviziati e ammazzati. Alla carneficina parteciparono anche le bande di Crocco, Caruso, Coppa e Caporal Teodoro, Marciano, Sacchetiello e Malacarne. Dopo essere stati sorpresi nel bosco di Rapolla dalle truppe sabaude che fucilarono e bruciarono 200 briganti, Ninco Nanco, Caporal Teodoro e Tortora prepararono una violenta ritorsione. Catturarono e massacrarono dei soldati in arrivo da Venosa per una perlustrazione ed il loro tenente venne decapitato. L’attività brigantesca di Ninco Nanco iniziò a perdere colpi l’8 febbraio 1864, quando la sua banda fu decimata presso Avigliano e 17 dei suoi uomini furono uccisi. Circa un mese dopo, il 13 marzo, il brigante e 3 dei suoi fedeli furono catturati nei pressi di Lagopesole dalla Guardia Nazionale di Avigliano. Vennero giustiziati subito presso Frusci (frazione di Avigliano) e Ninco Nanco morì per mano del caporale della G.N., Nicola Coviello, con due colpi di cui uno dritto nella gola, per vendicarsi dell’assassinio del cognato compiuto dal brigante aviglianese il 27 giugno 1863. Tuttavia, altre ipotesi ritengono che il brigante venne ucciso per ordine del comandante della G.N. aviglianese, Don Benedetto Corbo, appartenente ad una delle maggiori famiglie gentilizie della zona, per evitare che venissero alla luce sue presunte connivenze controrivoluzionarie. Due mesi dopo, lo stesso Corbo fu coinvolto in un’altra vicenda di complicità con i briganti e venne accusato dal generale Baligno, comandante delle truppe di Basilicata, di aver rilasciato senza permesso alcuni briganti appartenenti alla banda Ninco Nanco. La salma del brigante fu portata il giorno dopo a Avigliano e fu appesa all’Arco della Piazza come monito. Dopo la morte del brigante, i suoi uomini confluirono nella banda di Ingiongiolo di Oppido Lucano.

Giuseppe Schiavone Di Gennaro, soprannominato Sparviero (Sant’Agata di Puglia, 19 dicembre 1838 – Melfi, 28 novembre 1864), è stato un brigante delle Due Sicilie, che agì, con la sua banda soprattutto nelle zone della Capitanata, alle dipendenze di Carmine Crocco. Schiavone, considerato una persona mite e meno spietata di altri briganti, fu per alcuni il più umano tra quelli di cui fece parte. Giuseppe nacque da Gennaro e Carmina Longo ed ebbe due fratelli (Domenico e Antonio). Le sue condizioni familiari erano normali, vivendo del proprio lavoro e dei frutti della campagna. Iniziò a prestare il servizio militare nel 1860 e, dopo lo scioglimento dell’Esercito delle Due Sicilie nel febbraio 1861 con la capitolazione di Gaeta, rientrò a Sant’Agata con permesso provvisorio, con il grado di sergente. Richiamato al servizio militare dal governo sabaudo, Schiavone si rifiutò di servire Vittorio Emanuele II e perciò fu costretto a scappare fuori dalla sua cittadina, e rintanarsi nei pressi del torrente Calaggio. Durante il suo rifugio, incontrò la banda di Carmine Crocco di Rionero in Vulture, che si trovò di passaggio dopo una breve sosta nel bosco di Rocchetta Sant’Antonio e decise di unirsi ad essa. La sua scelta fu accolta con molto sconforto da parte dei genitori, tanto che lo invitarono ripetutamente a rinunciare e collaborarono con la giustizia (per questo la sua famiglia fu premiata dal Governo, dando al fratello Domenico un posto di guardia municipale a Sant’Agata). Dopo la morte della madre, Schiavone mandò un’apprezzabile somma di denaro a suo padre, affidandola ad un compaesano. Questi, approfittando del fatto che tra padre e figlio non c’era comunicazione, si impossessò del denaro. Giuseppe, venuto a sapere dell’accaduto, rapì il suo compaesano e per punizione gli tagliò il lobo dell’orecchio destro. Da quel momento dedicò il resto della sua vita al brigantaggio. Schiavone partecipò a numerose spedizioni sotto il comando di Crocco (Irpinia e Vulture) e, con la propria banda, gli fornì una solida base di appoggio in territorio pugliese, permettendogli di conquistare la stessa Sant’Agata, Bovino e Terra di Bari. Al suo fianco c’era spesso la sua consorte Filomena Pennacchio, una brigantessa dal carattere freddo e impassibile, che ebbe anche relazioni con Crocco e Giuseppe Caruso. Schiavone prese parte a diverse scorribande come il massacro di 20 soldati della Guardia Nazionale a Orsara di Puglia, e l’uccisione di 17 soldati piemontesi presso Francavilla sul Sinni. Schiavone viene ricordato da certi come uno dei più generosi e dei meno feroci e si dice che, in alcuni casi, si oppose a violenze che i suoi compagni d’armi inflissero ad alcune persone e non partecipò a vari sequestri e uccisioni. Il 26 luglio 1864, a causa del tradimento di Caruso, Schiavone e altri briganti vennero scoperti dai bersaglieri e cavalleggeri sabaudi (guidati dallo stesso rinnegato) nel bosco di Leonessa, vicino Melfi. Giuseppe riuscì a mettersi in salvo e si nascose a Bisaccia, nella casa di alcuni notabili filoborbonici, ma la sua fuga ebbe le ore contate. La sua amante, Rosa Giuliani, lo tradì, dato che Giuseppe la mise da parte per la Pennacchio. La Giuliani svelò alle autorità che nella notte tra il 26 ed il 27 novembre Schiavone con altri quattro briganti si sarebbe recato nella masseria di Posta Vassalli, nella zona di Melfi. Giunti alla masseria, Schiavone e i briganti furono circondati e costretti ad arrendersi. Condotti in carcere a Melfi, furono giudicati da un Tribunale Militare Straordinario e il giorno seguente condannati a morte tramite fucilazione. Prima di morire, Schiavone chiese di poter vedere per l’ultima volta la sua compagna, che attendeva un figlio da lui ed era rifugiata nell’abitazione di una levatrice. Gli fu concesso questo ultimo desiderio e alla vista della sua amata si inginocchiò chiedendole perdono, la strinse fra le sue braccia e le diede il suo ultimo idilliaco bacio. Pochi istanti dopo, il brigante venne fucilato assieme agli altri condannati.

Gioseffi Teodoro, alias Caporal Teodoro, nacque a Barile da una misera famiglia di contadini e guardiano campestre di professione, aderì sin dall’aprile 1861 al brigantaggio nella banda Crocco, e per questo fu ricercato per “cospirazione diretta ad attentare avente per oggetto di cambiare la forma del governo”. Dopo essere stato nella banda Crocco passò in quella di Ninco Nanco e successivamente seguì Borjés, venendo appunto soprannominato Caporal Teodoro, prendendo parte, nell’autunno 1861, alla conquista di Trivigno, Vaglio, Bella, Ruvo del Monte, Pescopagano e Pietragalla. Con il ritiro dello spagnolo, Gioseffi, finì per ereditare la banda del suo paesano Botte, agendo su un territorio che comprendeva i comuni di S. Fele, Ruvo del Monte, Rapone e Monticchio. La prima azione autonoma della banda Gioseffi risalì al 15 aprile 1862 e fu una disfatta perché fu costretta alla fuga da un reparto di bersaglieri, lasciando sul terreno quattro morti, la druda di Gioseffi, 29 cavalli, sei vacche e numerosi fucili, munizioni e bisacce. Il 16 giugno assieme alla banda Coppa la banda Gioseffi subì un’altra sconfitta, sempre ad opera dei bersaglieri, nelle vicinanze delle Crocelle, mentre il 12 marzo la banda Gioseffi in compagnia delle bande Coppa, Ninco Nanco, Caruso, Malacarne di Melfi, Marciano e Sacchetiello, guidate da Crocco, partecipò al massacro di 15 cavalleggeri a Saluzzo, e successivamente il 26 luglio con le bande Caruso, Tortora, Schiavone al massacro di altri 23 cavalleggeri, presso la Rendina. La banda Gioseffi attuò numerose azioni minori: nel 1862 operò nel solo territorio di Melfi sei grassazioni, mentre nel territorio attiguo di Rapolla attuò una grassazione.Il 15 aprile 1863 la sua banda fu decimata, nei pressi di Monticchio, da un reparto di bersaglieri, costringendo Caporal Teodoro ad unirsi dapprima, fino al maggio 1864, con la banda di Malacarne di Melfi, e successivamente con la banda Volonnino, forte di 17 elementi, per evitare che la sua banda, da sola, potesse essere facilmente catturata o distrutta da un semplice plotone dell’esercito piemontese. Il 26 maggio anche Caporal Teodoro fu tra coloro che uccisero sette fanti del 4° reggimento trucidati presso il bosco di Civita. Ormai braccato dalle forze repressive guidate dal “traditore” Caruso, il 3 febbraio 1865 Caporal Teodoro si presentava a Rionero al generale Pallavicini. Sulla sua testa, come su quella di Michele Volonnino e di Totaro, pendeva una taglia di 9.000 lire. A carico di Gioseffi furono addebitati tredici capi di imputazione: associazione di malfattori maggiore di cinque, avente lo scopo di delinquere contro le persone e le proprietà dei comuni di Ripacandida, Melfi, Rapolla; grassazione in danno di Ercole Siniscalchi, proprietario di Melfi, nel 1861; arruolamento in banda armata a Rapolla nel 1861; grassazione in danno di Mecca Antonio di Melfi nel 1862; grassazione in danno di Laviano Michele di Melfi nel 1862; grassazione contro Picchimenna Domenico di Melfi nel 1862; omicidio di Cerone Giuseppe di Melfi nel 1862; tentata estorsione di Mendia Giuseppe a Rapolla nel 1862; grassazione contro Tolve Donato; grassazione contro Pastore Luigi, in agro di Venosa, nel 1862; grassazione contro Fasciano Anselmo e Aromatardo Nicola di Melfi nel 1863; assassinio di Schirò Domenico di Melfi nel 1863; sequestro di persona contro Farano Michele di Melfi nel 1863. Per questi reati fu condannato dal tribunale militare di Guerra di Potenza, con sentenza pronunziata il 16 giugno 1865, ai lavori forzati a vita.

Agostino Sacchitiello – Il brigante è inteso, genericamente, come bandito, persona la cui attività è fuorilegge. Spesso sono stati definiti briganti, in senso dispregiativo, combattenti e rivoltosi, in particolare briganti furono i personaggi che si opposero con le armi all’instaurazione della monarchia sabauda nel Regno delle due Sicilie.

Nicola Napolitano, detto il Caprariello (Nola, 28 febbraio 1838 – Nola, 10 settembre 1863), è stato un brigante delle Due Sicilie attivo nell’avellinese. Il suo soprannome deriva dal suo mestiere di pastore di capre. Nato da contadini Sabato e Carmela di Napoli, e privo d’istruzione, nel 1861 fu chiamato alla leva militare istituita dal neonato Regno d’Italia e sconosciuta sotto il regime borbonico. Renitente, fu arrestato e arruolato a forza, ma disertò quasi immediatamente, unendosi alla formazione brigantesca guidata dai fratelli Nolani La Gala, presso la quale assunse un ruolo preminente, segnalandosi per energia e ferocia, sino al punto, nel corso del 1862, di costituire e guidare una sua propria banda. Arrestato a seguito di un conflitto a fuoco ai primi di settembre del 1863, fu fucilato nella nativa città di Nola il 10 settembre 1863.

Giuseppe Caruso, traditore dei briganti Lucani – soprannominato Zi’ Beppe (Atella, 18 dicembre 1820 – 1892), è stato tra i più distintivi del brigantaggio lucano. Assieme a Giovanni “Coppa” Fortunato e a Ninco Nanco fu uno dei più spietati luogotenenti di Carmine Crocco (uccise 124 persone in quattro anni di latitanza) ma, dopo essersi consegnato alle autorità sabaude nel 1863, fu anche uno dei responsabili della repressione del brigantaggio nel Vulture. Prima di essere brigante, Caruso era un guardiano campestre dei Saraceno, nobile famiglia di Atella. Nell’aprile 1861, dopo aver sparato ad una guardia nazionale del suo paese, decise di diventare brigante per fuggire alle accuse ed evitare la fucilazione. Si distinse subito per la sua freddezza e le sue doti di capo, riuscendo a costituire una banda operante nella zona ofantina. Carmine Crocco lo arruolò nel suo esercito di briganti ed entrambi furono protagonisti di vari scontri con la guardia nazionale. Caruso, sotto il comando di Crocco, partecipò attivamente alla conquista della Basilicata. Il 6 aprile 1862, la sua banda si scontrò nei pressi di Muro Lucano con delle truppe regolari, uccidendo nove fanti. Nell’agosto 1862, i due briganti parteciparono alle trattative di resa con il delegato della Pubblica Sicurezza di Rionero, Vespasiano De Luca. Esse prevedevano una grazia ai briganti e il giudizio da parte di un tribunale civile e non militare, mentre per i capi si prometteva il confino in un’isola scelta del governo. Tuttavia quelle trattative non furono concretizzate. Caruso continuò la sua attività di brigante e, il 6 settembre dello stesso anno assieme al suo capo Crocco ed altri 200 briganti, attaccarono una masseria, derubando dieci tomoli di biada per i cavalli, venti sacchi di grano e dieci panni del valore di venti ducati. Il brigante atellano fu anche uno degli artefici del massacro dei 15 cavalleggeri di Saluzzo e di altri 21 tra Melfi e Lavello.

IL TRADIMENTO – Caruso, a causa di attriti con Crocco in circostanze non chiare, uscì dal suo esercito e, convinto della famiglia Saraceno, si arrese al generale Fontana il 14 settembre 1863 a Rionero. Imprigionato e interrogato nel carcere di Potenza, il brigante tradì i suoi compagni svelando alle autorità le loro strategie e i loro compromessi con alcuni politici locali. Il 5 ottobre 1863, il Tribunale Militare di Potenza lo condannò a sette anni di carcere come aveva chiesto il suo avvocato, una pena ridotta data la sua collaborazione con le istituzioni. Il 1º marzo 1864, ottenuto il permesso dal prefetto di uscire dal carcere, Caruso, assieme a De Vico, capitano dei Carabinieri di Potenza, colsero di sorpresa Crocco ed altri briganti. L’ormai ex brigante uccise due colleghi ed un terzo lo portò al presidio militare di Rionero. Dopo la costituzione delle Zone Militari di Melfi-Lacedonia e Bovino, Caruso fu poi affidato al generale Emilio Pallavicini, con il quale proseguì la sua attività repressiva contro i briganti, grazie alle sue preziose informazioni. Durante la ricerca di Crocco, Caruso, miratore impeccabile, sparò un colpo di carabina, ad una distanza di 200 metri, verso un brigante con le sembianze del suo ex comandante il quale, colpito in pieno volto, cadde al suolo. Avvicinatosi al cadavere, scoprì che si trattava di uno dei suoi uomini che aveva il suo stesso abbigliamento, un trucco per sviare la caccia delle autorità. Il 7 aprile 1864, il direttore delle carceri di Potenza chiedeva la grazia sovrana per Caruso, per aver dato un grande contributo nell’annientamento del brigantaggio nel Vulture. Così, il 7 novembre 1864, il re Vittorio Emanuele II gliela concesse. Per il suo impegno, l’ex brigante ricevette vari privilegi e venne nominato brigadiere delle guardie forestali di Monticchio, all’età di 66 anni. Inoltre gli fu concesso di portare armi da fuoco, per mantenere l’ordine pubblico del suo paese e per difesa personale. Secondo le dichiarazioni di Caruso, Crocco avrebbe tentato di ucciderlo in carcere mandandogli del cibo avvelenato. Caruso morì ad Atella nel 1892, all’età di 72 anni.

Michelina Di Cesare (Caspoli, 28 ottobre 1841 – Mignano Monte Lungo, 30 agosto 1868). La brigantessa tutta cuore e fucile, gagliarda e temeraria, dimenticata dalla Storia che la trattò come una rapinatrice, fu un’abile guerrigliera che morì difendendo la sua Cultura e la sua Patria dall’invasore italiano. Nata nel Regno delle Due Sicilie e dalle poche fotografie che di lei ci sono rimaste, in una delle quali appare nel costume delle contadine della Campania fieramente in posa con una mano su un fianco e l’altra appoggiata alla bocca della canna del suo fucile, risulta che fosse anche molto bella. Nata poverissima nel 1841 a Caspoli, frazione di Mignano, in Terra di Lavoro, oggi in provincia di Caserta, ebbe un’infanzia disagiata. Insieme al fratello, da ragazzina, secondo una nota del sindaco del suo paese, commise piccoli furti e abigeati (furti di pecore). Nel 1861 si sposa con il pastore Rocco Tanga, che morì l’anno seguente lasciandola vedova. Nel 1862 conobbe Francesco Guerra, un ex soldato borbonico e renitente alla leva indetta dal nuovo Stato, il quale datosi alla macchia si aggregò alla banda di Rafaniello fino a diventarne temuto capo nel 1861 alla morte di costui. Michelina, diventatane l’amante, lo raggiunse in clandestinità, lo sposò in una chiesetta di Galluccio (CE) e diventò subito un elemento di spicco della banda del suo uomo, come testimoniò in un interrogatorio il brigante Ercolino Rasti nel 1863 e Domenico Compagnone nell’interrogatorio dell’11 maggio 1865: “La banda è composta in tutto di 21 individui, comprese le due donne che stanno assieme a Fuoco e Guerra, delle quali quella di Guerra è anch’essa armata di fucili a due colpi e di pistola. Della banda solo i capi sono armati di fucili a due colpi e di pistole, ad eccezione dei due capi suddetti che tengono il revolvers.” Dunque Michelina Di Cesare dalle armi che portava se ne ricava che fu una dei suoi capi riconosciuti. La tattica di combattimento della banda era tipicamente di guerriglia con azioni di piccoli gruppi che, conclusa l’impresa, si disperdevano alla spicciolata per riunirsi in seguito in punti prestabiliti. La banda di Michelina, talvolta singolarmente, talvolta in unione ad altre note bande locali, corse parecchi anni (dal 1862 al 1868) il territorio tra le zone montuose di Mignano e i paesi del circondario, compiendo assalti. In particolare si ricorda l’assalto al paese di Galluccio, effettuato con un singolare stratagemma: alcuni briganti erano travestiti da carabinieri e fingevano di condurre altri briganti nella loro foggia, fintamente catturati. Le scorrerie non scemarono neppure quando dopo il 1865, in molte altre zone del Sud il brigantaggio era stato fortemente ridimensionato. Nel 1868 fu quindi mandato in quelle zone il generale Emilio Pallavicini di Priola con pieni poteri per dare una stretta decisiva alle misure repressive ed uccidere Michelina. A tali misure e alle minacce il Pallavicini seppe efficacemente usare le ricompense per le delazioni e le spiate, e proprio una spia fece cadere Michelina e il suo uomo in un agguato. Michelina di Cesare per audacia e fierezza è l’esempio più esaltante delle eroine nella lotta di liberazione tra le tante animose contadine del Sud – campane, lucane molisane e anche laziali – che si distinsero nella lotta armata durante quella vera e propria guerra che fu condotta per ben dieci anni dalle popolazioni meridionali, soprattutto rurali, contro l’esercito italiano. La storia della Di Cesare costituisce un importante contributo alla riscrittura della storia della conquista piemontese del Sud e della violenta reazione popolare che provocò la feroce e sanguinaria repressione italiana, come le stragi di Pontelandolfo e Casalduni. Le immagini di Michelina che fecero scalpore furono quelle della propaganda sabauda. La guerra al brigantaggio fu infatti condotta anche con i media, facendo un uso capillare ed esteso della fotografia, che in quegli anni conosceva le sue prime diffusioni su larga scala. I fotografi al seguito delle truppe italiane venivano chiamati sul posto della cattura o a seguito della uccisione di briganti. Michelina Di Cesare, una delle figure più epiche e ricordate della lotta di liberazione borbonica, fu ferita in battaglia contro le truppe italiane. Ripetutamente violentata e dopo atroci sevizie fu fucilata e denudata insieme ai suoi compagni. Del suo corpo fu barbaramente fatto scempio, profondamente sfigurata, tumefatta per le percosse subite sotto tortura fu con i suoi compagni esposta nella piazza centrale di Mignano a monito delle solidali popolazioni locali ed a seno nudo fotografata.

fonte

blog.sudindipendente.it

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