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La lingua napoletana

Posted by on Nov 3, 2019

La lingua napoletana

Il napoletano, o meglio, il napolitano è una “lingua” o un “dialetto”?
Ci siamo posti il problema nella nostra pagina lingua o dialetto, cercando di trovare una risposta; in quella stessa pagina abbiamo anche pubblicato un articolo tendenzialmente favorevole ad una valutazione del napoletano quale dialetto.
Qui proponiamo per i nostri lettori, nel rispetto della par condicio, un articolo di Massimo Cimmino pubblicato sulla rivista L’Alfiere (ringraziamo il suo direttore Vitale per averci concesso la possibilità di proporre l’intevento) caratterizzato da conclusioni completamente diverse.

L’unità linguistica delle Due Sicilie

di Massimo Cimmino

Il forzato processo di unificazione della penisola italiana non poteva trascurare un elemento di fondamentale rilievo distintivo delle culture nazionali preunitarie: la lingua. La persistenza, in particolare, delle lingue napolitana, siciliana, veneta accanto a quella toscana, peraltro già da tempo generalmente adottata nella penisola nella stesura degli atti e dei documenti amministrativi, oltre che diffusa in campo letterario, era considerata incompatibile con il programma della cosiddetta “unità d’Italia”.
Di pari passo con la repressione della resistenza armata all’invasore piemontese, si conduce dunque una vera e propria guerra contro le lìngue parlate negli stati preunitari, che bandite da ogni ufficialità, vengono qualificate “dialetti”, ossia lingue diffuse in limitate aree geografiche, e, solo come tali, tollerate nell’uso familiare, soprattutto nell’ambito dei ceti popolari.

Già, perché l’alta e media borghesia, che detiene la proprietà delle terre, che controlla i commerci e che esercita le professioni cosiddette liberali, si associa immediatamente ai nuovi potenti in questa opera di repressione linguistica, imponendo al popolo questo ulteriore sopruso allo scopo di consolidare il proprio status sociale e i vantaggi che ne derivano.
D’altra parte, venendo in particolare alla lingua napolitana, questa è la lingua parlata dai Sovrani di Casa Borbone, che, a cominciare da Ferdinando I e diversamente da precedenti monarchi, sono dei Re nazionali, sono e si sentono napolitani; il che li lega indissolubilmente al popolo, che sviluppa nei loro confronti uno spiccato senso di appartenenza, emblematicamente riassunto nel grido “Viva ‘o rre nuosto!” , opposto a chi sì schiera con il re piemontese, avvertito come “altro”, come straniero, parlante un idioma incomprensibile e tuttalpiù il francese.
La borghesia medioalta, invece, diviene – per le ragioni anzidette – un alleato formidabile dei piemontesi in quest’opera di omologazione linguistica, che utilizza precipuamente la scuola come strumento di diffusione della lingua toscana, prontamente ribattezzata “italiana”.
Nascono così espressioni che si sentono ancora oggi ripetere, da parte di tanti maestri, insegnanti e genitori, ali’indirizzo di bambini e ragazzi che, nonostante tutto, parlano napolitano: “Parla bene!”, “Non si parla in napoletano!”, “Non parlare in dialetto!”, “Parla pulito!” e via dicendo. L’abiura della lingua napolitana da parte dei ceti medio-alti ha avuto, inoltre, come logica conseguenza, che solo la piccola borghesia e le classi popolari abbiano continuato ad usarla sino ai giorni nostri come lingua madre, sia pure frammista a vocaboli d’importazione toscana e, più di recente, angloamericana. Si pensi, ad esempio, ai contesti in cui Eduardo De Filippo ambienta le proprie commedie ed al linguaggio (un misto di napolitano e di “pulito”), che fa utilizzare ai propri personaggi. Dal che è derivata una visione dispregiativa del napolitano, inteso come lingua del volgo e, come tale, non usabile dalle persone perbene. In aggiunta a quanto detto, la cosiddetta unità ha comportato l’imposizione di modelli del tutto estranei alla cultura dei cittadini del Regno delle Due Sicilie, quali ad esempio:

1) l’adozione nella pratica amministrativa, e negli elenchi nominativi militari, scolastici et similia del criterio alfabetico basato sul cognome, in luogo di quello onomastico, sempre usato in precedenza ; si pensi che a tale criterio era informato persino il Catasto Onciario, la grande riforma fiscale voluta nella prima metà del Settecento dal Re Carlo di Borbone, Catasto nell’ambito del quale gli elenchi dei “cittadini contribuenti” di ciascuna Università o Comune sono ordinati in base ai rispettivi nomi di battesimo, non ai cognomi;

2) l’introduzione dì una compitazione quasi esclusivamente basata su nomi di città centrosettentrionali (“A” come Ancona, “B” come Bergamo, “C” come Como…), fino alla paradossale associazione della lettera “D” ad uno sconosciuto paese della Val d’Ossola, Domodossola. che da quel momento ha acquisito una sia pur nominale notorietà, rimanendone peraltro ignota ai più l’esatta ubicazione. L’ostracismo decretato per fini unitari nei confronti della lingua napolitana ha prodotto, infine, un’inevitabile damnatio memoriae, che ha travolto tutto ciò che questa lingua, sul piano poetico, prosastico, letterario in genere, aveva prodotto nel corso di molti secoli.

Massimo Cimmino

fonte http://www.quicampania.it/tradizioni/lingua-napoletana.html

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