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LA LUNGA MARCIA DEL LIBERTINO di ADOLFO MORGANTI

Posted by on Feb 20, 2018

LA LUNGA MARCIA DEL LIBERTINO di ADOLFO MORGANTI

Lo scopo di questa relazione, in sé affatto semplice, è di introdurre brevemente alla conoscenza dell’ideologia profonda, talmente profonda da farsi anche metafisica, del mondialismo contemporaneo: il libertinismo. Impresa per nulla originale, visto che fortunatamente è possibile seguire la traccia del prezioso lavoro di Emanuele Samek Lodovici che nel suo noto saggio Metamorfosi della gnosi1‚ ed in altri contributi minori per primo ha avuto l’intuizione di leggere i mutamenti del costume sociale dell’Italia postbellica dal punto di vista della rapida affermazione di una cultura neo-gnostica, libertina, post-ideologica e mondialista, dotata di un progetto ben preciso per la ristrutturazione del nostro futuro prossimo che in altra sede ho definito «l’ideale di una società caotica», nella convinzione che in quanto europei e cattolici è con questo progetto che sia necessario fare oggi più che mai i conti.

È quindi bene iniziare sfatando immediatamente un equivoco: quando si parla di libertinismo, non si allude nella sostanza all’utopia letteraria che ha in François Donatien De Sade il suo esponente più noto, né si vuol ridurre il libertinismo all’accezione assunta da questo termine nel linguaggio comune, alla filosofia di vita godereccia di nobilotti settecenteschi e cortigiani decadenti alla ricerca di facili e  variegate distrazioni sessuali.

Beninteso, il libertinismo possiede anche questi aspetti, ma nella sua essenza è ben altro: si tratta infatti di un lucido e consequenziale, per quanto paranoide, progetto globale di “rigenerazione” del reale, che procede innanzitutto da una rivoluzione antropologica, ossia un cambiamento dell’idea stessa dell’uomo, per produrre quindi una rivoluzione sociale, politica e di costume che solamente in questi ultimi decenni sembra essere effettivamente riuscita, almeno in gran parte, a modellare il mondo secondo i suoi intenti.

Uso qui il termine “paranoide” in un senso preciso e clinico, alludendo ad una patologia mentale in cui, a partire da un nucleo assolutamente delirante, si costruisce un sistema di conseguenze logiche razionalmente inattaccabili, sovente assolutamente consequenziali, il cui unico punto debole sta appunto nell’assurdità della premessa.

Ad esempio, un paranoico può procedere dall’assunto delirante di essere Dio alla costruzione di un sistema psicotico assai complesso, da cui potrà derivare ad esempio la certezza di essere immortale, di poter attraversare i muri, di guidare i pensieri degli altri uomini etc. Se si prende per buono l’assunto iniziale, questa costruzione appare coerente e “razionale”; se questo non avviene, il tutto si svela per quello che in realtà è: una costruzione delirante.

Non sembri fuori posto utilizzare categorie medico-psichiatriche nell’affrontare, sia pure da un punto di vista un po’ inusuale, un capitolo basilare della storia delle idee contemporanee.

È oramai ben noto a tutti quanto il razionalismo contemporaneo, a dispetto delle sue pretese di scientificità e della sufficienza con cui dileggiava le “superstizioni” religiose, possedesse un suo lato oscuro, notturno, subrazionale di grande potenza e complessità. Il  settecento e l’ottocento, epoche d’oro dell’illuminismo, del culto della Dea Ragione, del liberalismo e del positivismo, vivevano in realtà di una schizofrenia profonda, e dietro alla finzione della raison cartesiana e volterriana pullulava tutto un sottobosco di irrazionalismo sfrenato: si pensi solamente ai suoi aspetti più teatrali e sincretistici, come l’ubriacatura massonica ed egittizzante settecentesca e la grande moda dello spiritismo e della teosofia del  secolo successivo.

Gli stessi philosophes‚ che di giorno levavano strali contro i “residui medievali” della religione e della monarchia, di notte si tuffavano nei riti inventati delle logge, nei magnetismi ed in ogni genere di esperienze pseudospiritualistiche e settarie. In un celebre componimento di De Sade la cerchia degli Eletti, dei libertini, riunita per una sontuosa cena in un ambiente ricco e raffinato, si esercitano in un’ironia corrosiva e volterriana nei confronti della superstizione cristiana, così opposta ai dettami della retta ragione, il tutto con un particolare importante: gli Eletti stanno pasteggiando con gli escrementi dei loro prigionieri e vittime.

Questa realtà conferma la bontà dell’intuizione di Mircea Eliade, il sommo storico delle religioni romeno, quando nota come in realtà il Sacro non scompaia mai dall’esperienza umana, a dispetto degli sforzi moderni di cancellarlo o negarlo filosoficamente; se questa negazione diviene predominante, il Sacro al massimo si degrada generando forme di parodia del Sacro autentico, invenzione neospiritualista fino a forme di delirio (appunto).

In questo contesto, per tutto il XVII e XVIII secolo il libertinismo si è strutturato assorbendo appieno le premesse culturali illuministe ma elevando ad un grado estremo e patologico, come contributo originale alla temperie del tempo, un generale astio antireligioso in generale e anticattolico in particolare, già presente nella cultura filosofica e borghese del tempo. E ciò ci consente di individuare immediatamente il nucleo delirante centrale del libertinismo: la sostituzione dell’Io a Dio, che procede di pari passo col culto del  disordine universale, che è inversione e parodia della concezione del cosmos‚ classica e cristiana.

Nel libertinismo il Dio cattolico viene rifiutato non in nome di un vago teismo come in Robespierre e nelle correnti “fredde” della massoneria, o di un ateismo scientifico: il libertino pone sé stesso, in quanto Uomo Superiore, al posto di Dio, ed in sé stesso divinifica la parte che gli si presenta immediatamente come quella più potente, dominante, eminente: l’istinto.

«Hai voluto conoscere un Dio, puttana, come se esistesse altro Dio all’infuori dei miei piaceri e del mio fallo». Questa breve citazione sadiana tratta dalla Nouvelle Justine‚ (vol. I, p. 220)‚ serva per render conto almeno degli sviluppi letterari di questa autodivinificazione. Né paia strano che aldilà delle mistificazioni filosofiche e letterarie il rifiuto della superstizione religiosa conduca alla deificazione degli istinti più bassi dell’uomo concreto: nell’organicità della costituzione umana, vista la sua natura complessa somato-psico-spirituale, tagliargli la Via verso il Cielo provoca irrimediabilmente l’apertura della Terra e il dilagare del caos: in questo caso, un dilagare lucidamente provocato.

Il Libertinismo si presenta quindi come un interessante versante esoterico dell’illuminismo in grado, nella sua natura coscientemente irrazionale, di rendere coerenti ad un unico fine delle contraddizioni apparentemente stridenti. In esso convivono infatti un’anomìa assoluta, il rifiuto cioè di ogni norma oggettiva, che sul piano etico si concretizza nella pratica “scientifica” della trasgressione di ogni norma morale comunemente accettata, e parallelamente un paradossale e cupo ascetismo rovesciato che si concretizza nel culto della distruzione di ciò che è:

«Oh! Che azione voluttuosa è quella della distruzione. Non vi è estasi simile a quella che si assapora dandosi a questa divina infamia» (De Sade, Juliette, II, 63).

È pur tuttavia chiaro che non è certamente il ‘700 a battezzare il libertino, perché la tendenza all’autodivinificazione dell’Io non ha tempo.

Guardando indietro nel tempo, un parallelo che si impone immediatamente alla nostra attenzione è quello tra la temperie spirituale libertina e la teologia di quell’interessantissima eresia medievale di tipo gnostico-manicheo che fu il Catarismo.

I Catari notoriamente erano suddivisi al proprio interno in livelli differenti: al cerchio esterno degli adepti veniva insegnato il rigetto di ogni norma morale (visti i tempi, una morale cattolica) e sociale, e venivano spinti a violarne volontariamente e sistematicamente ogni prescrizione, da cui una licenza etica unita ad un caos sociale che condusse alla guerra europea ed alla quasi‚ completa distruzione della setta assai più che le problematiche puramente dottrinali.

Nello stesso tempo tuttavia il cerchio interno dei Catari, i cui membri si autonominavano “Perfetti”‚ rifiutava drasticamente come inferiore questo scatenamento degli istinti, per dedicarsi invece fanaticamente alla singolare libido‚ della demolizione della realtà, gnosticamente colta come il parto di un dio malvagio e quindi da distruggere ad ogni costo: da cui la pratica di una castità assoluta, per non generare altre vittime del dio malvagio, e la diffusa abitudine dei suicidi rituali per fame, allo scopo di sfuggire da questo mondo.

Il parallelo ci appare evidente: se i Catari volevano distruggere la realtà per liberare dalla tomba della Materia lo Spirito divino presente in ogni uomo, i libertini praticano sistematicamente la profanazione di ogni regola morale e cosmica («l’impossibilità di oltraggiare la natura è, per me, il più grande supplizio che sia stato inflitto all’uomo», De Sade, Nouvelle Justine, vol. I, p. 220), e la distruzione degli “esseri inferiori” (gli esterni al cerchio dei “perfetti”, i libertini stessi, come gesto di affermazione rituale della propria superiorità rispetto al mondo ed alla plebe per confermare quantomeno nella libido della distruzione e della profanazione universale la propria volontà di diventare dio, il proprio essere dio.

Invero un’analisi seria dell’onda lunga dello gnosticismo e delle sue sopravvivenze e trasformazioni contemporanee ci può aiutare molto a comprendere non solo il passato, ma anche il presente: basterà citare qui le pagine di Emanuele Samek  Lodovici, purtroppo scomparso in giovane età, sul femminismo dei primi anni ’70, che potrebbero essere utilmente aggiornate prendendo in considerazione le modificazioni del costume sociale e la stessa “evoluzione” del diritto di famiglia degli ultimi 20 anni.

Ma è possibile risalire dai secoli del basso Medioevo ancora più indietro, fino a quel tempo in cui si sono poste le basi della nostra civiltà, ed a cui sembra quasi un destino che si debba tornare tutte le volte che si affrontano i nodi del nostro presente: i primi tre-quattro secoli della nostra era.

Tracce provocatorie e consistenti di “libertinismo religioso” si constatano infatti all’interno di numerose esperienze ereticali dei primi secoli della nostra era, tutte accomunate dal meccanismo “Io mi faccio il Sacro a mia misura” tipico anche di note esperienze neospiritualistiche contemporanee, come il new age.

Proprio analizzando le radici profonde del new age, infatti, la Congregazione per la Dottrina della Fede della Chiesa Cattolica, nel documento Alcuni aspetti della meditazione cristiana. Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica, sottolinea la persistenza ancor oggi al suo interno, in particolare con riferimento a «modi erronei di pregare» dei portati di due antiche eresie, due «deviazioni fondamentali» dei primi secoli cristiani: la pseudognosi‚ e il messalianismo.

La pseudognosi‚ dei primi secoli, così definita per distinguerla accuratamente dalla vera Conoscenza dei Misteri divini propria ad esempio ai Padri, come ogni sua riproposizione successiva, era caratterizzata dal rigetto della realtà, manifestata, colta come diabolica e nemica della natura intimamente divina dell’uomo. La pseudognosi considerava la materia come qualcosa di impuro, di degradato, che avvolgeva l’anima in una ignoranza dalla quale la preghiera avrebbe dovuto liberarla per innalzarla alla vera conoscenza superiore e quindi alla purezza, da cui la coltivazione di credenze soteriche di eterogenea origine, l’idea di un necessario esoterismo‚ della verità (certamente non tutti ne erano capaci, ma solo gli uomini veramente spirituali), l’esercizio di forme ascetiche di mortificazione della carnalità concreta singolarmente unito a forme di immoralismo (sessuale, familiare, sociale valorizzato come gesto di affermazione della propria libertà e superiorità sul volgo.

Il messalianismo era connotato dalla singolare pretesa  di identificare la presenza del Sacro nell’uomo con stati estatici o, come diremmo oggi, stati alterati di coscienza. «I falsi carismatici del IV secolo identificavano la grazia dello Spirito Santo con l’esperienza psicologica della sua presenza nell’anima», riducendo l’esperienza spirituale alla ricerca appunto di stati emotivi particolari.

«Tutte e due queste forme di errore (inducono l’uomo) a cercare di superare la distanza che separa la creatura dal Creatore, come «qualcosa che non dovrebbe esserci» (…) ad abbassare ciò che viene accordato come pura grazia al livello della psicologia naturale, come “conoscenza superiore” o come “esperienza”» (pp. 8-9).

In positivo, dal punto di vista cattolico, i Padri della Chiesa indicarono chiaramente che la materia é creata da Dio e pertanto non é in sé “cattiva”, che la conoscenza del Mistero in tutti i suoi gradi non è una conquista che il singolo, più o meno dotato, consegue separatamente dalla comunità ecclesiale, ma una grazia che comunque anche nei casi più eccezionali giunge da Dio come dono gratuito» infine, che non sono certamente i mutevoli stati d’animo degli individui a poter servire da prova per la presenza o meno della grazia medesima nella concretezza della persona. Soprattutto, drasticamente, tutti i tentativi dell’Io di autodivinificarsi rappresentano un inganno, anzi, l’Inganno (cfr. ivi la bibliografia patristica in nota).

Questo rapido excursus ci consente quindi di comprendere perché il libertinismo politico e spirituale oggi dilaga nell’occidente opulento con i suoi due volti:

  1. a) per le plebi della società opulenta contemporanea (e anche per le plebi più numerose dell’est europeo e del terzo mondo, che ad essa non appartengono ma che si mettono in marcia per partecipare in qualche modo al suo banchetto), la proposta è chiara e semplice: un’anomìa completa, il rifiuto cioè di ogni Legge che non sia quella della convenienza e della soddisfazione di ogni bisogno senza alcun discernimento o giudizio di merito, in modo perfettamente coerente all’utopia liberale di santificare ogni esigenza trasformandola in mercato (“Ogni impulso è un bisogno. Ogni bisogno è un diritto”). Si pensi solamente alle illusioni di cancellazione degli abusi di droga tramite la sua legalizzazione, o all’utilizzo delle tecniche di realtà virtuale, fino a Second Life, a  scopo allucinatorio, violento e pornografico.

Vladimir Solov’ev, nel suo celebre Dialogo dell’Anticristo, scritto all’inizio del secolo XX, ci ha lasciato un’immagine letteraria del mondo dominato dall’Anticristo che un po’ sorprende per contemporaneità: l’Anticristo è un filantropo ecologista e vegetariano, portabandiera della definitiva rivoluzione sociale, quella dell’«uguaglianza della sazietà generale», il suo mondo è il tempo del supermarket delle religioni, del miracolo in diretta, in cui si fa largo uso dell’evocazione e della comunicazione coi defunti (cancellazione illusoria della morte), la tecnologia si mescola all’uso disinvolto della magia e dilaga l’utilizzo sfrenato del sesso a fini magici, allietato dalla partecipazione diretta dei démoni («si svilupparono nuove inaudite forme di orgia mistica e demonolatria»).

 

  1. b) per l’élite dei nuovi libertini la prospettiva si ribalta completamente: parafrasando Eliot, se le masse vengono corrotte utilizzando il potere della lussuria, nella cabina di comando si esercita con caparbia costanza la lussuria del potere, che si concretizza nella sistematica violenza distruttiva nei confronti della realtà concreta di singoli, popoli e culture in ossequio ad un’utopia mondialista che è semplicemente l’allucinazione delirante di un mondo senza definitivamente più identità e radici. Mi si esima da dover fare degli esempi che da soli riempirebbero più volumi.

È bene però notare quanto questa lussuria del potere vada perfettamente d’accordo con un moralismo apparente tipicamente altoborghese, e in esso trovi persino spazio l’apparente rispetto dei precetti religiosi, come Maurizio Blondet ha fatto notare nel suo Gli Adelphi della dissoluzione‚ nel caso specifico dell’élite finanziaria italiana.

Il che servirà quantomeno a farci comprendere quanto, in anni di facili ubriacature ideologiche di ritorno, sia all’Essenziale che si debba tener ben fisso il cuore, perché sulla fedeltà ad esso uomini e popoli sono giudicati.

 

Adolfo Morganti

 

Bibliografia

  1. Blondet, Gli Adelphi della dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, Ares, Milano 1994.

Congregazione per la dottrina della Fede, Alcuni aspetti della meditazione cristiana. Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica, EDB, Bologna 1989.

  1. Eliade, Il Sacro e il profano, Boringhieri, Torino 1973..
  2. Morganti, “Porneia. Crisi e dissoluzione della sessualità”, ne “I Quaderni di Avallon”‚ n°18/1988, Il Cerchio, pp. 13_ e segg.
  3. Morganti, “L’uomo dei Lumi: una mutazione antropologica”, ne I Quaderni di Avallon‚ n°20-21/1989, Il Cerchio, pp. 81 e segg.
  4. Samek Lodovici, Metamorfosi della Gnosi, Ares, Milano 1979.

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