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La mafia Nicola Zitara – Alta Terra di Lavoro

Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La mafia Nicola Zitara

Posted by on Giu 28, 2017

La mafia Nicola Zitara

Un giornale mi ha posto la seguente domanda: Che lettura dai del sistema mafioso? Questo sistema di accumulazione illegale di capitale, come s’intreccia, nell’era dell’euro con il sistema legalizzato di accumulazione capitalista? E che problemi porrebbe ad un processo sudico di liberazione?

Suppongo che la risposta possa interessare i lettori di Fora… Prima dell’ultima Guerra Mondiale, nella Sicilia occidentale e nel reggino calabrese, la mafia (sinteticamente per malavita contadina) aveva uno spazio sociale e lavorativo nelle guardianie dell’acqua per l’irrigazione dei preziosi agrumeti – preziosi non solo per i proprietari, ma anche e forse soprattutto per l’economia nazionale, essendo arance, limoni e mandarini la voce più importante delle esportazioni nazionali. Al tempo del fascismo la mafia era soltanto un problema criminale. Un problema sociale – e non solo nelle zone mafiose- era semmai la netta separatezza tra mondo urbano e mondo contadino. Gli urbani, non solo volevano che i contadini avessero una condizione sottomessa, ma una parte di loro – la piccola borghesia impiegatizia e commerciale – inclinava anche a emarginarli, a tenerli fuori – i forisi. Nel Dopoguerra il problema criminale diventa secondario. Con la democrazia politica si fa spazio una cultura criminale più tollerante. Cresce invece, nelle zone agricole, la frizione sociale, in quanto il mercato nero, prima, e la più efficace penetrazione dell’economia di scambio nelle campagne, poi, spingono intere falangi di contadini a inurbarsi, per inserirsi nel piccolo commercio. I nuovi orientamenti politici nazionali portano infatti all’eliminazione degli impedimenti precedentemente frapposti alla penetrazione dei contadini nel territorio degli urbani; quelli legali voluti dal fascismo e quelli classisti – invisibili legislativamente, ma molto forti – dell’epoca anteriore. Il nuovo conflitto è alquanto rispecchiato, nello schieramento politico, dalle formazioni estreme: la destra monarchico-fascista a favore degli urbani e il partito comunista a favore dei contadini. Dal canto loro i partiti intermedi – democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici – accettano l’esodo contadino e cercano di mediare le frizioni che esso provoca, con parecchia tolleranza per l’aspetto criminale. Alla genesi dello Stato repubblicano bisogna riportare anche la rinascita del vecchio clientelismo prefascista. Sul piano elettorale i contadini meridionali hanno lo stesso diritto al voto dei veri cittadini. Anzi negli anni del Dopoguerra sono persino politicamente

rappresentati da due partiti: i comunisti, che fanno immaginare la fine dei padroni-redditieri, e la democrazia cristiana che offre i mezzi per la formazione di una la classe di coltivatori diretti. Ma nel corso della Ricostruzione cosiddetta nazionale l’immaginario comunista sfuma, mentre sul versante della formazione della piccola proprietà coltivatrice il processo è lentissimo. Al Sud, altro non c’è. Di conseguenza, quando l’arcaicità del progetto comunista diviene chiara, i contadini perdono almeno uno dei due punti di riferimento aventi carattere endogeno, essendo, gli altri, delle formazioni politiche nordiste, calate al Sud con programmi fatui ed esotici. Siamo nei primi anni cinquanta. A questo punto comincia la farsa. Il PCI ripiega senza una vera resistenza; la D.C. incalza, ma nel frattempo il suo progetto ruralista viene superato dai fatti, cioè dalla fuga dalle campagne in seguito alla più penetrante diffusione delle merci settentrionali. Messo in difficoltà, il partito cattolico risuscita il modello giolittiano e clientelare di governo del Sud, e lo estende alla campagna. L’espansione della mafia ha le sue radici in tale passaggio. Per il candidato – regolarmente un urbano – i contadini sono difficili persino da raggiungere; e se raggiunti, contestano, perché l’interessata intrusione d’un urbano fa riemergere l’antica sfiducia e i temi del permanente conflitto. Comprare il consenso del capobastone contradaiolo diventa, allora, per il candidato, un passaporto terragno per ottenere il voto contadino. Il risultato è positivo (ovviamente per la D.C.) cosicché, dove la mafia è assente o ha una debole presenza, l’eletto fomenta i capibastone perché si prodighino a suscitare imitazione intorno al voto di scambio. I nuovi adepti vengono accarezzati, coccolati. Nel reggino, i gruppi mafiosi che avevano complessivamente la dimensione di qualche migliaio di adepti, passano ad averne decine di migliaia. Ma cosa riceve il boss campagnolo dal politico? Certo non terra, non siamo più all’assetto feudale. Il candidato può donare solo Stato, spesa pubblica. La sanità ospedaliera non è ancora nata e la Cassa per il Mezzogiorno è solo al decollo. D’altra parte il sistema centrale, se incoraggia il malaffare a livello locale, a livello centrale ha ancora qualche pudore. E’, quindi, sui bilanci dell’ente locale che finisce per gravare il costo elettorale. Le opere pubbliche comunali e provinciali diventano la merce di scambio, il premio per i servigi resi. Il piccolo borghese mugugna e mugugnando porta il suo voto alla destra. Il mondo contadino – precipitato in crisi, senza che, però, il sistema offra altra alternativa che l’emigrazione – invece apprezza. Un salario settimanale, per una fatica molto meno pesante di quella agricola, rappresenta un passo avanti, schiude la strada all’inurbamento.

Fatto il primo passo verso i commerci e la cultura del profitto, diventa facile per il boss campagnolo capire l’affare delle bionde, che qualche confratello arrivato dall’America offre. Poi, negli anni sessanta i suoi orizzonti mercantili si allargano. La Cassa per il Mezzogiorno, gli ospedali, le strade che vengono aperte per una più agevole penetrazione delle merci settentrionali, si coniugano meravigliosamente con il voto clientelare. Il partito vincente non è una formazione politica ma il notabile elargitore di appalti. Intanto matura un’altra generazione. Gli appaltini truccati, i subappalti concessi dal grande appaltatore, sempre padano, che si adatta al sistema pur di far quattrini, , mercé l’interessamento del deputato locale, il commercio delle bionde, non bastano a impiegare tutti. Le nuove leve scalpitano; le gerarchie, che in campagna avevano il valore di regole tradizionali, entrano in crisi. Un carattere saliente del mondo borghese, la mobilità sociale, penetra nelle arterie contadinesche. In termini mafiosi siamo ai sequestri di persona, al racket all’americana, alla polverina. La mafia, uscita penosamente dalle riserve contadine di giolittiana e mussoliniana memoria con i buoni uffici del clientelismo politico, arricchisce. Complessivamente il budget è consistente, ma individualmente non va al di là di una ricchezza locale. I boss sono ancora dei paesani. La loro ambizione è d’ottenere il rispetto dei borghesi. Si mettono, così, ad acquistare terre e vi piantano vigne e oliveti; si fanno costruire palazzi signorili, aprono alberghi, spesso lussuosi. I loro figli andranno a scuola per diventare medici e ingegneri. Insomma i figli di Drake, il corsaro, diventano baronetti. Sulla soglia degli anni Ottanta, quando è ancora vivo fra i contadini il bisogno sociale del riconoscimento borghese, con un po’ di sapienza politica – forse – il processo capital-mafioso avrebbe potuto essere rovesciato e – forse – azzerato: il boss proprietario di oliveti, il figlio medico ospedaliero. Alla fine, la cosa sarebbe stata digerita dai borghesi, tanto più che si era verificato un ribaltamento del predominio culturale. La mafiosità, cioè la prepotenza e l’incivismo mafiosi, si era diffusa, come stile negoziale, fra i ceti borghesi. Avvenne invece che il PCI di Berlinguer – non mordendo più nelle campagne, anzi in tutto il settore meridionale del lavoro – decise di cambiare la classe di riferimento. Abbandonato il popolo alla sua secolare dannazione, passa ad amoreggiare con la piccola borghesia.. Dopo la Rivolta di Reggio le sue chiacchiere ventennali non incantano più. Ma cosa portare in dono a una borghesia allo sfascio e senza più ideali? Se non il PCI poteva dare in positivo, poteva dare in negativo. Il numero vincente sulle ruote di Napoli e di Palermo è il disagio dei borghesi sopraffatti dai rustici, la profonda avversione degli urbani verso il contadino invasore. Quando il PCI decide di passare dall’altra parte, diventa immediatamente il paiolo in cui l’antico odio sociale può cagliare una nuova fermentazione. E’ difficile dire se fu una deliberata

scelta della direzione centrale, oppure l’insipienza dei quadri periferici – il tema merita approfondimento – fatto sta che l’offensiva contro la mafia si trasformò nell’imputazione di delinquenza alla cultura contadina. Il fatto che la quasi totalità dei magistrati venisse dal mondo urbano, e nutrisse verso i contadini l’avita avversione, fece il resto. Con tutte le morbidezze che partiti e magistratura avevano avute con il malaffare, che coinvolgeva contemporaneamente mafiosi e politici, sparare sulla mafia soltanto – assolvendo pregiudizialmente i notabili e il sistema politico e amministrativo – dette l’idea di una caccia alle streghe, di un’operazione hitleriana, di una notte di San Bartolemeo giudiziaria (i cui nefasti lasciti divennero peraltro nazionali nel caso di Tangentopoli). E infatti molti non accettarono l’idea d’invertire le colpe: di assolvere la politica e di sparare a zero su tutto il mondo rurale e di origini rurali. Uno di questi spari – la Legge Rognoni-La Torre, ebbe la portata di un disastro sociale. Infatti i mafiosi cessarono d’investire in roba al sole, in piccole cose che in sostanza rianimavano lo stanco spirito d’impresa meridionale. La mafia piantò le sue tende a Milano. L’allarme di Piero Bassetti, al tempo presidente della Regione Lombardia, non allarmò né la banca, né la borsa, né il governo. Pecunia non olet. Quei soldi servivano all’economia nazionale, completamente piegata. Con Milano come base, i mafiosi hanno impiegato meglio i loro danari, abbandonando ideali familiari appartenenti a un mondo antico, per ideali amerikani. I loro figli non studiano più da medico e da ingegnere, ma imparano le tavole dell’economia bostoniana. Però la mafia ha bisogno di uomini. Essendo una potenza economica pari a dieci volte la FIAT, usufruisce al Sud di un possesso degli uomini simile a quello della Chiesa, che vince le sue battaglie senza schierare una sola divisione. A entrambe basta condividere il territorio con lo Stato italiano. E’ supponibile che Stato e mafia intrattengano un tacito concordato, il quale prevede ciò che la mafia deve dare e ciò che le è concesso in cambio. Il pentitismo, i morti, non sono finzioni, anche se allo Stato servono da alibi; a coprire inconfessabili vergogne, come il berretto a sonagli di Pirandello. Ma la guerra non c’è, ciò che vediamo sono scaramucce. La mafia è ben più vasta. Essa ha copiato il sistema capitalistico di comando, che usa la democrazia come un ballo dei pupi. Non siamo più all’onorata società, gerarchizzata, di sessant’anni fa – un corpo immobile e immobilistico – ma una dinamica ONU del malaffare, con un Consiglio di Sicurezza composto da multinazionali senza sede visibile e con un marchio ignoto (o non noto alla gente comune). Lascia quindi che la plebe mafiosa si sfoghi con i mitra e con i bazooka. Non le interessa uno scontro con uno Stato italiano, che, volente o nolente, le mette a disposizione le economie esterne necessarie alle sue attività, a cominciare dai clienti, dai committenti, dalle scuole, dai servizi, per finire ai porti, agli aeroporti e alle reti telematiche. Con l’incalcolabile potenza economica di cui dispone , essa comanda (nel significato che Adam Smith dava alla parola: paga un lavoro a) milioni di meridionali. Oggi tutto il Sud è mafia, e la mafia è tutto quel che il Sud può essere. La sovranità statuale sul Sud non le serve. Ma, se per ipotesi decidesse d’averla, l’avrebbe nel corso di una sola notte. Perché è certamente in condizione di mettere assieme, in ogni paese e città, un plotone di arditi disposti a tutto. Più un corpo di riservisti allargato ai componenti di sette/ottocentomila famiglie. Sicuramente molto, ma molto più delle camicie nere che il 28 ottobre del 1922 marciarono su Roma. Certo, mille plotoni non fanno un esercito. Per avere un esercito bisogna che ci sia la tenda del generale, l’accampamento per i militi, le vettovaglie, un sistema di comunicazioni, la polveriera, la torre con le sentinelle, lo stendardo, ecc. Ma più d’uno ha il dubbio che abbia già provveduto a queste cose, magari stanziando all’estero tutta la sua logistica. *** Tutto ciò premesso, rispondo alla domanda. Se l’Europa ha accettato l’Italia, vuol dire che ha accettato anche la mafia. Con le sue attività illecite, la mafia tiene legato economicamente, socialmente, militarmente, il Sud all’Italia. La sua funzionalità per l’esportazione delle armi serve a tutti i grandi paesi di Maastricht. I dollari che incassa rappresentano una voce attiva nella bilancia europea dei pagamenti, specialmente in una fase di euro calante. Semmai, per l’Europa, il pericolo è che essa cambi banche. Ciò ulteriormente chiarito, va da sé che, se il Sud vuole liberarsi dalla mafia, deve liberasi dall’Italia e dall’Europa. Eliminato il doppio gioco, sarà possibile, anche se non facile, battere la mafia. Come? Se provocata, la mafia è pronta alla guerra, quindi non c’è altro mezzo che la guerra.

Nicola Zitara

FORA – 15/05/2000

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