Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La masseria “Valle Tronole”, un sito di sorprese di Alfredo Saccoccio

Posted by on Set 18, 2017

La masseria “Valle Tronole”, un sito di sorprese di Alfredo Saccoccio

Il sito archeologico di “San Cristoforo”, inesplorato finora, si sta rivelando ricco di sorprese. Qui sono stati rinvenuti parte di una statua panneggiata, con la gamba destra flessa, che, secondo la dott/ssa Marisa De’ Spagnolis, “doveva essere di notevoli dimensioni (lunghezza cm. 40; larghezza cm. 38)”; un triobolo di Neapolis, datato 310-300 a. C., con l’immagine di Apollo incoronato d’alloro (la moneta argentea, secondo la già citata Marisa De’ Spagnolis, “stabilisce un “terminus cronologico”, il IV secolo a. C.); una croce d’oro che presenta, su un lato, Cristo crocifisso e, sull’altra faccia, la Madonna di Loreto con in braccio il Bambinello (essa testimonia, parecchi secoli dopo, in epoca medioevale, il culto cristiano, sostituitosi a quello pagano di Ercole italico).

La Vergine Maria ha un ricchissimo abbigliamento. Vi compare la scritta “LAVROS”. Sulla collina, che domina un’ampia vallata, doveva esserci un deposito votivo. Nella ricognizione dello scrivente, di Paolo Manzi e di Marisa De’ Spagnolis nell’area sacra si sono trovati due ex voto, raffiguranti una testina di bue in terracotta, che ha la sola parte anteriore, con il retro concavo ed aperto. L’offerta di manufatti di animali aveva lo scopo di richiedere la protezione del dio, soprattutto per il bestiame di allevamento.

Questi ex voto fittili lasciano intuire che si tratta di un tempio o di un santuario che segna un antico percorso viario preromano, disposto a ridosso del sito archeologico; un diverticolo che collegava la collina di San Cristoforo con le distese di prati dei fondovalle.

A partire dal IV secolo a. C., si ha, nell’Italia Centrale, una presenza di santuari, in cui i fedeli, per ottenere la protezione degli dei, offrivano doni votivi  (statuette in terracotta o bronzee, i cosiddetti votivi anatomici. oggetti fittili, ceramiche, monete, ecc.).

Di solito i doni votivi erano posti in fosse speciali, scavate nelle adiacenze del santuario, in un ambiente sotterraneo. Probabilmente esso era un ampio vano con archi.

Ipotizziamo che questo centro poliade, certamente non troppo densamente abitato, sorto su un’altura naturalmente forte, con un lungo terrazzamento di pietre megalitiche bugnate, i cui realizzatori erano sostenuti da sentimenti sacri, tanto che alcuni vollero perfino abbinare sacrifici agli dei, al momento della costruzione di queste antiche mura, fosse consacrato all’Ercole italico, che ebbe un’ampia area di diffusione, in stretta relazione con le vie di transito della transumanza, che consentiva trasferimenti del bestiame, dai pascoli invernali di pianura a quelli estivi.

L’origine del particolare culto rivolto dagli antichi Aurunci al grande eroe eponimo è da ricercarsi nelle eroiche tradizioni di quel popolo guerriero, fiero, dall’indole violenta ed aggressiva, dal carattere fisiologicamente forte, quali di montanari e di giganti (a Sessa Aurunca si rinvennero ossa umane di straordinaria grandezza).

Gli Aurunci, dall’indomito valore, avevano una formidabile struttura fisica ed un’espressione tale nel viso da renderne l’aspetto truce. spaventevole.

Gente bellicosa, secondi Dionisio di Alicarnasso, storiografo e retore greco, di Caria. Così si spiega il culto eracleo presso l’antico popolo aurunco, che ammirava il nume per la forza organica.

Protettore di viandanti, di pastori e di mercanti, che gli offrivano la decima di quello che avevano guadagnato, Ercole non era un eroe divinizzato, ma un dio, tant’è vero che lo si venerava all’interno del pomerio, dove anticamente non si potevano costruire templi in onore di divinità straniere. Egli era popolare in tutto il Lazio: aveva la funzione di proteggere il bestiame, il traffico del sale, il commercio e i commercianti ed anche le acque sorgive.

Il  primo lettistèrnio (risalente al 399 a. C.), un convivio sacro, in cui si offrivano vivande alle immagini delle divinità adagiate su un letto e con il braccio sinistro appoggiato su un cuscino, fu celebrato per ordine dei Libri Sibillini, una raccolta di testi oracolari adoperati nella religione pubblica dell’antica Roma, attribuiti alla Sibilla Cumana, in onore di Apollo e Latona, Ercole e Diana, Nettuno e Mercurio. La posizione centrale, quella egemonica, è tenuta da Ercole e da Diana.

In altri lettisternii successivi le divinità a convito sono sempre le stesse. Solo nel 217 a. C., dopo la battaglia del Trasimeno, dove i Romani, guidati dal console Caio Flaminio, subirono una vera e propria disfatta, scompare Ercole e compaiono, accanto agli altri dei, Giove e Giunone, che avrebbero preso, da quel periodo, il sopravvento.

L’Ercole latino fu, con Diana, il dio supremo del pantheon arcaico. La leggenda del ladrone Caco adombrerebbe il pevalere del suo culto su quello di un oscuro (per noi) dio della zona.

Giovanni Camers (“De origine urbium italicarum”) e L. Wolfgang e S. Leontino (“De origine et magnis urbibus regni neapolitani”) identificarono in Fondi il luogo dell’uccisione del mitico gigante Caco da parte del figlio di Zeus. Ercole uccise l’enorme ed orribile pastore, il terrore della foresta dell’Aventino, che sputava fiamme da ciascuna delle sue tre bocche.

Questi rubò ad Ercole quattro tori e quattro manzi della mandria, che trascinò nella sua grotta tirandoli per la coda, affinché le orme non svelassero il sito dove  erano celati gli animali.

Il dio, rappresentato come un uomo membruto ed eccezionalmente muscoloso, sentito il muggito di uno dei manzi, ritrovò Caco, lo agguantò e gli maciullò il viso.

L’accoppiata del lettisternio, di Ercole e Diana, la ritroviamo ad Itri, perché, oltre al tempio di Ercole, a “San Cristoforo”, c’è una dedica attestante un’ “aedes Dianae”, in località “Valle di Itri”, a quasi 2 km. dal centro urbano di Itri, posta nella muratura della gradinata di accesso ad una villetta di Enelio Stamegna.

Il piccolo cippo di calcare locale ha un’iscrizione latina, su 7 linee, con lettere capitali. Sui lati: a destra, un “urceus”, ovvero una brocca; a sinistra, una “patera”, una scodella. La datazione dell’epigrafe, di faticosissima interpretazione perché molto deteriorata, è certa, risalente al 166 d. C.. Essa si deduce dalla formula usata dal liberto Grafico e da suo figlio Asclepiaco, che ricostruirono il sacello di Diana, come ex voto, per il felice ritorno (un atto di ossequio), dalla Siria, dell’imperatore Luvio Vero, che, dopo la sua morte, venne divinizzato.

Marisa De’ Spagnolis, in un interessante saggio su “Archeologia classica”, rivista del Dipartimento di scienze storiche, archeologiche e antropopogiche dell’antichità, edita da “L’Erma” di Bretschneider, di Roma,, compars9o nel 1986-88, corredato da due tavole, scrive: “Quanto alla testimonianza dell’esistenza di un culto a Diana possiamo affermare che il rinvenimento di questa dedica a tale divinità costituisce, per la zona, un vero e proprio elemento di novità; nessuna testimonianza archeologica e nessun ricordo restando di Diana nel territorio itrano, tranne che per l’iscrizione del nostro cippo”. La stessa archeologa avanza l’ipotesi che il cippo, con il riferimento al culto di Diana, che presuppone un tempio dedicato alla figlia di Giove e di Latona, in seguito, “dopo la larga diffusione del culto di Iside in Italia, che si espanse nell’epoca augustea, e dopo l’assimilazione di Diana a questa divinità di origine egiziana, abbia assunto la dedica ad Iside, o ad Iside-Diana, dando luogo ad una tradizione giunta fino a noi connessa con la divintà egoziana”.

Secondo la tradizione locale, il tempio di Iside era in località “Lavetro”, ossia “Lago Vetere”, ai piedi del massiccio di Giovenco. Esso sorse nel periodo dei Tolomei trovando adoratori in tutto il mondo greco, sino in Tracia, nella Sicilia e nella Campania, di cui ha fatto parte Itri fino al 1927.

Il Senato romano ne prescrisse il culto. Adoratori di Iside dovevano accorrervi numerosi, perché si notavano, fino ad un decennio fa, gli avanzi di una conduttura d’acqua ed è da supporsi che, alle lodi della bella divinità egizia, con il sistro, la “situla” o vaso e le corna bovine, che le sacerdotesse del tempio alzavano al cielo, non mancavano di aggiungersi quelle dei tanti pellegrini che vi si recavano, per immergersi in una fonte, le cui acque avevano la proprietà, secondo una credenza, di ringiovanire. Attualmente questa fonte, ricoperta, è conosciuta sotto il nome, come abbiamo già accennato, di “Lavetro”.

E’ tradizione costante che il culto di Iside, identificata anche con la natura, sia stato introdotto, ad Itri, da una colonia di Fenici, popolo del ramo semitico, che aveva un culto spiccato della Natura.

In questo sito, nei tempi passati, sono state dissotterrate varie antichità. Tra le altre,, poco discosta dal tempio, un’epigrafe posta al sommo della porta di un’osteria, che, tradotta, dice: “Publio Ummidio visse con grande credito, taverniere buono e disposto a fare del bene. Cercò di accumulare denaro e della sua fortuna godette con gli ospiti e con gli amici. E morì lasciando i suoi averi agli amici che lo benedissero”.

La pietra con la scritta del sereno ed allegro oste itrano si trova nel Museo Nazionale di Formia.

In un’iscrizione di età claudio-neroniana è certificata la “procuratio Formis, Fundis Caietae”, in cui si accenna a latifondi di proprietà imperiale nelle citate località. Forse il territorio itrano rientrava in quello fondano.

Tornando all’edicola votiva di Diana, dopo la breve digressione, dobbiamo dire che questo sito, in epoca remota, era ricco di boschi, per cui i suoi abitanti dovettero dedicare a Diana, dea della caccia e delle foreste, un tempietto, collegato con il bosco sacro a Mercurio, posto sul Monte Fusco, nome di chiara derivazione latina, così chiamato per la sua vegetazione di colore grigio cupo, ora consacrato al santuario della Madonna della Civita, meta di pellegrinaggi devoti, dove si sono operati numerosi miracoli, Magnifico passaggio dal paganesimo al cristianesimo.

In una delle nostre numerose escursioni sul territorio itrano, presso la storica casa di camoagna del Beato Paolo Burali d’Arezzo, intorno a cui spira un’aura di pace, rinvenimmo, nel novembre 1997, alcune pietre squadrate, fra cui due epigrafi latine, numerosi frammenti fittili e scultorei. L’area di cui parliamo è ad appena due chilometri dal centro abitato, ma un po’ emarginata rispetto alle solite direttrici di traffico, rappresentate soprattutto dall’Appia. La strada statale n. 82, meglio conosciuta come via “Civita-Farnese”, è un’asse trasversale alla “regina viarum”.

Trovammo le lastre in pietra locale giacenti allineate sul terreno. A nostro parere, i blocchi calcarei, sfuggiti finora all’attenzione degli epigrafisti che si sono interessati alla zona, sono lapidi sepolcrali, abbandonate alle intemperie e ai furti archeologici. Occorre che esse siano prelevate e collocate nelle vuote sale del castello medioevale di Itri, che si arricchirebbe di reperti romani notevoli.

In un’iscrizione, con grandi e belle lettere accuratamente lavorate a martellina, con gli interpunti a “spina di rosa”, sono attestati tre personaggi aventi lo stesso “cognomen” Ummidius, appartenenti probabilmente alla medesima famiglia e forse anche a quella del taverniere. Di uno dei tre, della Gente Emilia, tra le più antiche case patrizie di Roma, si dà anche la carica che ricopre: quella di edile interré, un magistrato municipale.

L’epigrafe, di colore chiaro, mutila, perché mancante di alcune lettere nell’estremità di destra, ma perfettamente decifrabile, è di età regia o repubblicana, dato che, a volte, quando venivano meno i magistrati superiori, gli edili prendevano il nome di “interrex” assumendo poteri supremi, ma solo per breve tempo.

Nell’altra iscrizione, più lunga e più solida, ma più scura, perché rosa dalle piogge e cotta dal sole, è indicato un certo L. Allidio (o Lallidio) il Numida, a cui è dedicata la lastra sepolcrale da parte di Prothymo Chreste, un liberto che offrì, a sue spese, questo monumento. L’epigrafe è su 5 linee. Le ultime due rivelano il desiderio del dedicante: che “quesyto monumento non faccia parte dell’eredità”. La comparsa di Prothymo Chreste suggerisce che il donatore, che da schiavo è stato affrancato, forse dallo stesso Allidio, è senz’altro di origine greca; un liberto importato da lontane province.

Il medesimo Allidio, il cui cognome è attestato da un’iscrizione sulla fontana di Antrosano, è un gentilizio chiaramente non romano, della Numidia, o riferentesi ad un individuo che aveva militato nella legione della Numidia, antica regione dell’Africa nord-occidentale, compresa nella parte settentrionale dell’attuale Algeria, ridotta, nel 46 a. C., a provincia romana (“Africa Nova”). La datazione di questa pietra sepolcrale potrebbe risalire, quindi, al I secolo avanti Cristo.

A “Valle d’Itri” rinvenimmo anche una mola per la macina delle olive, che poi venivano spremute in un torchio oleario, ed una vaschetta rettangolare, in pietra, coperta da vegetazione e da rovi, mursata alla casa, il cui centro è circolare.

Probabilmente nel fondo dei Burali d’Arezzo ci doveva essere, in epoca romana, una villa rustica, una villa-fattoria, secondo un modulo perpetuatosi nei secoli.

In ultima analisi, possiamo dire che il santuario o il tempio di Ercole ad Itri ci fornirà nuovi elementi per lo studio della religione, della società e dell’economia degli Aurunci. Occorre, al più presto, riprendere gli scavi, perché il grande complesso murario non ha l’eguale nel Lazio per struttura e grandiosità. Le pietre sono squadrate, combacianti più o meno perfettamente, non saldate né da calce, né da altra sostanza. Nonostante questo, nonostante i terremoti che l’Italia centrale ha  subìto e, purtroppo, subisce, per le sue origini vulcaniche (poco lontano dalla collinetta di Montuolo, ormai quasi spianata dalle ruspe meccaniche, vi è Monte Bucefalo, un vulcano spento da secoli), queste muraglie ciclopiche, in molte parti, sono, ancora oggi, salde ed efficienti.

Alfredo Saccoccio

 

 

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