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La morte di Pasquale Squitieri, lo chiamarono brigante

Posted by on Mar 19, 2017

La morte di Pasquale Squitieri, lo chiamarono brigante

Aveva 78 anni quel guascone di Pasquale Squitieri, morto sabato 18 febbraio dopo un anno di tormenti. Amante del Sud, narratore di un’altra storia di Napoli dalla parte dei più miseri e anche, a volte, dei miserabili. Lunedì 20 febbraio, si sono tenuti i funerali alla chiesa degli artisti in piazza del Popolo a Roma.

Il giorno dopo, invece, c’è stata la replica nella sua Napoli, nel suo quartiere Sanità, dove è stato ricordato alla chiesa dei Vergini piena di folla per poi essere sepolto nella tomba di famiglia a Poggioreale. Accettò di buon grado di essere tra i relatori alla presentazione del mio libro “1861, Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato” alla prima edizione pubblicata da Marzio Grimaldi. Era il marzo del 1999, eravamo al Circolo della stampa di Napoli allora nella Villa comunale, gremito come non mai.

Con lui, c’era un brioso Riccardo Pazzaglia e, tra il pubblico, i sindaci di Pontelandolfo e Casalduni. Lui fece un intervento alla sua maniera: provocatorio, incazzoso, tosto, tra gli applausi della gente. Fu una rappresaglia disse, alzandosi dal suo posto tra i relatori e camminando tra il pubblico, parlando dell’eccidio di Pontelandolfo. Di lì a pochi mesi, avrebbe ultimato il suo film “LI chiamavano briganti” sulla figura di Carmine Crocco.

Lui, uomo bollato di destra, aveva sul brigantaggio una visione gramsciana: guerra contadina, guerra dei poveracci, che furono ammazzati e distrutti dalle classi dirigenti di allora. E descrisse quella visione, in maniera sintetica, nelle immagini del film sulla diversità di vedute su quella guerra tra Crocco con i suoi “briganti” e il generale spagnolo José Borjés, che ben altra idea aveva della guerriglia da combattere contro i “piemontisi”. Nel film, protagonista era un giovane Enrico Lo Verso nei panni di Crocco. La pellicola fu presentata in anteprima al teatrino di corte di Palazzo reale a Napoli. Mi mandò l’invito, c’ero. Anche se il sonoro era infelice e non fu possibile godersi al meglio il film. La distribuzione fu ancora più infelice: il film rimase poco nella sale cinematografiche, Pasquale ebbe contenziosi con i distributori.

La pellicola scomparve, ma divenne ben presto un cult tra i diversi movimenti che si ispirano ad una rilettura della storia del Sud. E viene vista spesso nel corso di incontri e manifestazioni. Su Youtube è tra le più cliccate. Amante del Sud e di Napoli, odiava la retorica e il conformismo. Anche a costo di apparire scontroso e sempre incazzoso. La sua lettura sulla camorra ottocentesca, ispirata soprattutto alle poesie di Ferdinando Russo e alle vicende del processo Cuocolo, rimase scolpita nei “Guappi” con protagonista Fabio Testi. Fu l’occasione dell’incontro di Squitieri incontrò con Claudia Cardinale, l’amore della sua vita. Anche in questo film, la visione parte sempre dal basso, gli zoom sono tutti su quel mondo della plebe e del popolo di Napoli che gli faceva simpatia. Sfruttati e vittime della storia. Partecipammo insieme, come relatori, ad un paio di incontri sul brigantaggio. E ribadì sempre la sua insofferenza per il già detto, per l’appiattimento. Il fratello Nicola Squitieri, appassionato animatore del premio Dorso, ricorda gli ultimi mesi. Rievoca il progetto, maturato dalla lettura del libro di Wanda Marasco, sulla vita di Vincenzo Gemito, il genialoide scultore napoletano di inizio Novecento. Una figura divisa tra genio e follia, che a Squitieri piaceva molto. Non ha avuto il tempo di avviare l’idea. Gemito lo affascinava. Chi lo ha conosciuto, può immaginare perchè.

Gigi Di Fiore

già pubblicato da ilmattino.it 19 febbraio 2017

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