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LA NAPOLI SPAGNOLA (1 PARTE)

Posted by on Apr 27, 2017

LA NAPOLI SPAGNOLA (1 PARTE)

Seconda per rango solo a Madrid, come si compiacevano di pro-clamare i re spagnoli, Napoli, al contrario di quanto s’è detto e ridetto, nei circa duecento anni di vicereame, non solo non decadde ma crebbe fino a diventare quella metropoli di 350.000 abitanti che, anche prima dell’ingresso dei Borboni, costituiva la più popolosa e, in gara con Venezia, la più ricca città del Mediterraneo. A fare un paragone, Napoli stava a Madrid come oggi New York sta a Washington.

Nel 1571, il Regno disponeva della più grande flotta d’Europa. Solo i veneti avevano più imbarcazioni ma vi si dovevano contare anche quelle di piccolo cabotaggio con le quali costeggiavano la Dalmazia e la penisola balcanica. Alla battaglia di Lepanto, di fronte alle 27 galee della Spagna (13 delle quali affittate dai genovesi), il Regno di Napoli poteva dispiegarne 31.

A cominciare dal “Gran Capitano” Gonsalvo de Cordoba, il sovrano dalla Spagna inviò a Napoli, come viceré, i suoi uomini migliori. Alcuni tennero la carica per lunghi periodi e buona parte di essi si trapiantarono nel Napoletano, come in una parola veniva chiamato il regno, diventando per sempre italiani. Napoli e l’Italia meridionale amarono come loro patrie e continuarono ad arricchirle di bellezza e di decoro.

Il Duca di Toledo, il Duca d’Alba, il Duca di Medina, il Duca di Medinaceli sono nomi ancora familiari ed amati dai napoletani. Come ancora raccontano la topografia e i loro emblemi, furono intenti ad aprire strade, costruire nuovi edifici pubblici, ampliare i vecchi, abbellire la città. Le vecchie mura furono superate e Napoli si distese senza confini da Posillipo alle falde del Vesuvio.

Il Regno non fu mai la provincia d’oltremare da cui trarre i proventi delle tasse da spendere in Spagna o di là dell’Oceano. Come, alla resa dei conti, la corte spagnola si indebitò per i capitali spesi in quel nuovo mondo che avrebbe dovuto essere l’Eldorado, così, per le stesse ragioni di hidalguía e di prestigio, consumò ogni provento d’Italia nell’Italia stessa.

La stessa corte asburgica, ritiratasi nei suoi possessi orientali tedeschi e slavi, restò profondamente spagnola d’animo e a quella magnanimità, a quella longanimità, a quella “grandezza d’animo castigliana”, lo “stamento de nobleza” che anteponeva spavaldamente l’onore all’interesse, si dovette la sua grandezza posteriore, felicemente sposata all’ostinata forza di volontà della razza germanica, al mistico senso del dovere degli slavi e alla sacralità dello scettro imperiale. L’Austria degli Asburgo non dimenticò mai il suo passato iberico, di cui il “cerimoniale spagnolo” sopravvissuto fino a che la corte sopravvisse non fu che il segno esteriore: di fatto, soprattutto negli ex domini della corona madrilena, l’Arciduca d’Austria si circondò e si servì largamente dell’antica classe dirigente castigliana, aragonese e catalana. Così in Lombardia come successivamente a Napoli.

Nei due secoli in cui Napoli legò il suo destino a quello della Spagna alle cui imprese non fu mai estranea, con questa si slanciò verso l’avvenire.

Il «Siglo de oro» spagnolo fu secolo d’oro anche per Napoli: anche nel suo cielo il sole non tramontava mai. La decadenza spagnola, che mostrò al mondo la sublimità di quello spirito che rifulge soprattutto nella sventura e nella derrota, non avrebbe coinvolto il Regno del Sud. Gli Asburgo, ereditate le corone degli spagnoli e spagnoli fino in fondo diventati essi stessi, con Carlo V restarono anche gli eredi dell’Impero. La Cristianità, benché ormai mutilata dai regni protestanti, si protendeva ancora verso il suo destino e il meridione d’Italia, che in essa era nato ed era stato allevato, continuava la sua storia di sempre.

Una folla di filosofi, di letterati, di artisti, di scienziati, di santi, uomini e donne, il Regno avrebbe continuato a partorire nel suo popolo fedele e tenace continuamente fecondato, senza complessi, da quanti, ovunque nati, vollero viverci e morire. Mentre le polemiche protestanti tenevano il resto dell’Europa in un permanente stato di guerra, la Cattolicità continuò a godere quella pace che, del resto, aveva sempre regnato al di qua dell’Appennino toscoemiliano.

Nel Sud d’Italia sembrava essersi avverata per sempre la profezia di quel regno messianico dove s’era dimenticata l’arte della guerra e le spade erano state fuse per farne vomeri ed aratri.

Fu soprattutto allora che s’ebbe la massima effusione di scienza e d’arte che trasformò il meridione oltre che in un luogo di delizie na-turali anche in una vetrina di bellezza e di cultura.

La riforma tridentina fu accolta nel Regno con entusiasmo e fervore come c’era da aspettarsi da un popolo profondamente devoto e, diremmo, naturalmente cristiano. Al Sud non v’era da contrastare nessuna eresia: sette e conventicole di esagitati non ve n’erano mai state e la fedeltà al successore di Pietro non solo non era mai stata messa in discussione ma si manifestava, oltre che in una diffusa devozione condivisa da corte, nobiltà e popolo, in una continuazione di interessi economici e di vincoli giuridici e politici che facevano di Napoli il regno pupillo della Chiesa.

Solo nel 1845, pochi anni prima della catastrofe, a fini amministrativi, si provvide a piantare dei cippi per delimitare lo stato napoletano e quello del Papa: sempre i sudditi dei due regni si sentirono e furono un popolo con i medesimi sentimenti. Mai occorse passaporto per transitare un confine segnato solo dalla tradizione. Dopo il Concilio di Trento, la vita di fede, da sempre fondamento di quella civile, ebbe un’impennata di vitalità che si manifestò nella nascita di nuove famiglie religiose dedite al culto, allo studio delle scienze sacre, all’assistenza spirituale, all’insegnamento, al sollievo dei poveri e dei malati. Basti ricordare le opere di San Gaetano da Thiene, veneto meridionalizzato, e il grandioso ordine dei Teatini fondato insieme a Gian Pietro Carafa, poi Papa Paolo IV, che concorse, insieme ad altri ordini più antichi e ad altre nuove congregazioni, al prosperare delle opere parrocchiali e della vita virtuosa diffondendosi in tutt’Europa.

Un fiume d’acqua viva, quello scaturito da Trento, che sarebbe sfociato, proprio nel meridione, con Sant’Alfonso de’ Liguori, in una scuola di morale vasta e profonda quanto il mare di filosofia e teologia di San Tommaso.

L’attività dei laici fu segnata dal proliferare di un’infinità di confra-ternite dedite alle opere di misericordia, molte ancora attive oggi nonostante gli sconvolgimenti seguiti alle rivoluzioni settecentesche e alla persecuzione religiosa risorgimentale. La società ne fu arricchita con opere di assennata lungimiranza civile, istituzioni che diedero più tardi impulso a quelle statali e che spesso, oggi, rimangono l’unico punto di riferimento della vita associata.

Tanto per ricordare, i monti di pietà che stroncavano alla radice la piaga dell’usura e che nella sola capitale furono ben cinque, ma che erano diffusi in ogni grande città del Regno, gli ospedali, gli ospizi, i “conservatori” dove venivano istruiti poveri, storpi, inabili, trovatelli, donne sfortunate e traviate: una rete di solidarietà cristiana tanto fitta e ben organizzata da meravigliare ancor oggi i teorizzatori di quell’utopistico welfare state liberale ormai ovunque fallimentare.

Nessun bambino indesiderato veniva soppresso a Napoli ma, affidato alla cura di decine e decine di opere tanto religiose quanto laicali, allevato con amore, istruito ad un mestiere, reso capace di guadagnarsi la vita senza complessi.

Un sistema razionalissimo di balie volontarie e, quando non bastavano, stipendiate, provvedeva, appena girava una “ruota degli esposti”, ad entrare in azione perché il neonato venisse nutrito fino allo svezzamento. L’adozione di trovatelli era pratica diffusa fra il generoso popolo napoletano, fin nelle famiglie più umili e cariche di figli. Il nuovo arrivato, «’o figlie d’a Madonna», godeva fra i nuovi genitori e i nuovi fratelli di uno status quasi onorifico ed era il più coccolato della famiglia.

Tuttora, nomi frequentissimi come il famoso “Esposito” della capitale se agli occhi lubrici rivelano quanti figli illegittimi partorisse Napoli, ai cuori pietosi svela quanti bambini abbiano potuto scampare, in tempi che si vorrebbero egoisti e crudeli, la sorte degli asettici ferri chirurgici o degli igienici cassonetti della spazzatura forniti dalla moderna società.

Si calcola che quasi un terzo della proprietà fondiaria e immobiliare del meridione appartenesse, frutto di un’antichissima e ininterrotta serie di lasciti e donazioni, ad istituzioni religiose. Meglio amministrate delle proprietà degli antichi feudatari, esenti da tasse, oltre a concedere un più largo margine di guadagno ad affittuari ed operai, provvedevano, molto prima della scoperta dei vantaggi di un possibile sano capitalismo, a far circolare il danaro senza sterili tesaurizzazioni o spese voluttuarie.

Preti e religiosi non indulgevano nei fasti dei nobili né avevano da provvedere il necessario decoro per la discendenza. Oltre ad investire largamente in opere di beneficenza, esse stesse fonte di futuri redditi e, diremmo oggi, di capitale lavoro, creavano una ricchezza diffusa attraverso la continua committenza d’opere d’arte e d’artigianato, spesso d’altissima qualità, soprattutto per il decoro delle chiese.

L’istruzione all’arte e alla musica, per esempio, costituiva un ciclo d’attività caritativa che s’espandeva nel tessuto lavorativo privato. Ovunque, anche nei centri più piccoli fiorivano di conseguenza botteghe di maestri che si perpetuavano di padre in figlio e si estendevano dai garzoni agli apprendisti fino a diventare “scuole” che spesso hanno lasciato tracce profonde nel mondo dell’arte.

Sorsero, per impulso di questa spontanea e solerte società, laboratori di scalpellini in pietra, di intarsiatori di marmi pregiati, di scultori, di modellatori di gessi e stucchi, di fantasiosi decoratori in scagliola, di doratori, di intagliatori, di ebanisti e creatori di tarsie in legno e in avorio, di argentieri, di cesellatori, di sbalzatori, di niellatori, di affrescatori, di pittori di pale d’altare, di modellatori di statue di cartapesta, di orafi, di ricamatrici, di merlettaie, di tessitrici di sete, mussole, pizzi, di miniatori di pergamene, di calligrafi, di progettisti e costruttori d’arredi ecclesiastici, di fonditori di campane, vetrai, organari.

Se il meridione d’Italia, come dicono gli storici dell’arte, non produsse in quel tempo, salvo poche eccezioni, quei geni delle arti figurative che nacquero isolatamente in Toscana, a Venezia, nelle piccole e raffinate corti settentrionali, fu appunto perché, come ogni altra espressione della creatività, anche l’arte, nel Sud, si manifestò non individualisticamente ma come una grande partecipazione corale.

Essa si sparse, inondò, in maniera spesso più ingenua ma volentieri più esuberante che nel resto d’Italia, ogni anfratto del territorio, dalle più piccole cappelle di campagna man mano ai borghi più grandi fino alla capitale in cui si riassumeva tutta la produzione di bello del Regno.

fonte

la storia che non si racconta

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