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La Napoli Spagnola (2^ Parte) – Alta Terra di Lavoro

Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La Napoli Spagnola (2^ Parte)

Posted by on Apr 28, 2017

La Napoli Spagnola (2^ Parte)

Peraltro, sempre sul versante delle arti, sorsero, e sempre ad opera della Chiesa, scuole di musica, soprattutto per gli orfani e i poveri, appunto i conservatori, le accademie di canto corale e solista, s’aprirono botteghe di liutai, di battitori di ottoni, di costruttori d’ancie, legni, tamburi, cimbali, nacque l’organizzazione degli impresari, degli editori, dei copisti e così via.

Organisti, cantori, compositori d’orchestra venivano ingaggiati dai vescovi, dai capitoli delle cattedrali, dalle collegiate, dalle abbazie fino alle chiese minori e alle cappelle private e l’estro creativo fu incoraggiato dalla continua commissione di partiture per messe polifoniche con cui ogni comunità cercava di dar decoro alle cerimonie religiose.

Se la musica fu poi coltivata anche dalla nobiltà (basti ricordare il genio del principe Gesualdo da Venosa) e dalle corti sovrane, praticamente tutti i grandi musicisti e compositori ebbero in comune le umili origini quando non le origini del tutto sconosciute.

Mai l’arte di qualsiasi genere, in nessun’altra parte del mondo fino ad oggi, fu così incoraggiata, sostenuta, comunemente praticata. Anziché, come oggi, essere privilegio di pochi fortunati, visitata come reliquia nei musei, o ascoltata solo a pagamento nei teatri, essa era a disposizione di tutti, nella casa di Dio, casa comune senza distinzione di schiatta e di censo. Poveri e ricchi, ignoranti ed eruditi fin dall’infanzia potevano godere gratuitamente del bello e imbeversene anche inavvertitamente secondo l’antica sagace pedagogia del cristianesimo.

Fin gli ospizi per i mendichi erano affrescati e decorati senza lesinare: anche il più miserabile degli uomini del Regno aveva sempre a disposizione la sua parte di smaglianti colori e d’oro zecchino senza aspettare che qualche moderno immemore teorizzasse la “qualità della vita” mentre l’arte, quando ancora si possa parlare d’arte, si trasformava in dominio esclusivo di pochi privilegiati, comprensibile solo agli “esperti” ed agli “addetti ai lavori”.

Peraltro era mentalità condivisa che quel favoloso patrimonio di bellezza appartenesse indistintamente a tutti e quando, alla fine del Settecento, i francesi, arrivati sull’onda della rivoluzione, si diedero al saccheggio programmato e metodico delle opere d’arte dalle chiese e dai luoghi religiosi, fu soprattutto il popolo minuto, in ogni parte del Regno, ad insorgere e contrastare la razzia.

Arte chiama arte e così nel Regno di Napoli conversero, e di solito vi restarono ottenendovi la celebrità, artisti da ogni parte d’Europa che vi fecero prodigiose fortune e spesso influenzarono le tendenze culturali restando essi stessi influenzati dall’eclettica plurisecolare fioritura di bellezza che contrappuntava la civiltà meridionale.

Nell’ arrivare a Napoli, scrive Harold Acton, raffinato intenditore d’arte, «essi furono incantati e trasformati dal “vento del Sud”, e nel fondere il grandioso col sorprendente parvero voler competere colle forze della natura». La bellezza così fiorita, incrementata e sostenuta dal clero e dai religiosi, si diffuse nel mondo civile, a cominciare dall’aristocrazia e dalla nobiltà feudale che, in epoca spagnola cominciò a confluire nella capitale innalzando magnifici palazzi ed ornandoli spesso sontuosamente, dando ricevimenti che procuravano, oltre che commit¬tenze d’ogni genere d’opere d’arte e d’artigianato, un indotto, come si direbbe oggi, di servizi che impiegavano la continua crescente popolazione di immigrati dalla periferia del regno.

Architettura, pittura, scultura, musica si espansero alla nascente borghesia di banchieri e commercianti che accorrevano dalle città portuali mediterranee, soprattutto Genova. Sorsero quindi opere d’urbanistica, d’architettura civile, di decoro cittadino. La vena musicale dei meridionali, incoraggiata dal mecenatismo della Chiesa, si elevò di tempo in tempo fino a quella massima fioritura che fu il Settecento quando Napoli, insieme a Vienna, divenne la città d’arte per eccellenza e la capitale dell’opera in musica attirando a perfezionarsi i massimi compositori del tempo, luogo d’esibizione dei migliori talenti nei suoi centocinquanta teatri aperti ogni sera di ogni stagione.

Nel Seicento, nella «Napoli nobilissima», come la chiamavano i suoi scrittori, risiedevano almeno 119 principi, 156 duchi, 173 marchesi e varie centinaia di conti. Solo considerando la servitù in pianta stabile si può dedurre quanti impieghi derivassero dal funzionamento dei loro palazzi. Ma, notavano i raffinati giramondo dell’epoca, incantati dall’ospitalità dei signori, solo pochi facevano vita sfarzosa, con ricevimenti e feste che restavano memorabili, la maggior parte, nonostante la cura del decoro e del cerimoniale, teneva vita modesta e appartata, non dissimile da quella dei loro dipendenti con i quali, d’altronde, secondo il costume patriarcale dei meridionali, aveva rapporti di cordiale familiarità.

Un capitolo a parte meriterebbe la vita dei nobili, una famiglia patriarcale che inglobava continuamente e permanentemente il personale di servizio che ne diventava parte indissolubile di generazione in generazione, indipendentemente dall’età e dalla declinante abilità lavorativa.

I vasti palazzi gentilizi accoglievano non solo parenti ed affini ma anche i “famigli” spesso a servizio, di padre in figlio, di madre in figlia, da tempo immemorabile, sicuri di non dover chiudere gli occhi in un ospizio. Fino alla seconda metà del Cinquecento, quando andarono ad effetto i decreti tridentini sui registri parrocchiali dei battesimi, dei matrimoni e delle esequie, e si formò la prima anagrafe della storia (anche questa un’indispensabile istituzione civica che l’Europa e l’Occidente debbono alla Chiesa), la servitù delle famiglie signorili portava normalmente lo stesso co¬gnome dei padroni.

È questa la ragione, oltre a quella dei cognomi mutuati dai padrini o madrine di battesimo, di patronimici altisonanti portati ancor oggi da gente di umile condizione (29).

Il Regno di Napoli, alla grande ricchezza della sua agricoltura (i suoi grani, il suo olio, il suo vino, la lana delle sue pecore, le sete della diffusa bachicoltura, il legname pregiato delle sue foreste, i suoi cavalli d’allevamenti di razza, i suoi muli e finanche i suoi famosi asini erano esportati in ogni nazione) seppe aggiungere, in tempi in cui in nessun luogo d’Europa esisteva la minima idea d’industrializzazione così come viene concepita oggi, non solo la vivacità del suo artigianato e l’intraprendenza del suo commercio ma anche le prodigiosa fioritura della sua arte.

L’arte, subito dopo l’agricoltura, fu la grande ricchezza del Sud. Ogni musa concorse, in questo Parnaso cristiano realizzato dalla concordia dello spirito e della carne, a quanto di bellezza poteva partorire l’estro felice secondato da una natura esuberante.

La nazione napoletana insomma entrava nell’età moderna e nella sua maggiore età con una dote che avrebbe fatto la felicità di ogni sposo. Non per nulla, in molti luoghi d’Europa, si pensava a quel regno che prosperava lontano dai suoi tutori spagnoli come ad una corona smagliante e gloriosa da cingere senza condivisioni.

Più di una stirpe reale guardava spasimando al «più bel trono d’Italia».

fonte

la storia che non si racconta

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