Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La romanzesca Ravello, un paradiso sul golfo di Amalfi

Posted by on Lug 13, 2017

La romanzesca Ravello, un paradiso sul golfo di Amalfi

La bellezza dei paesaggi e la dolcezza del clima ci hanno spinti a Ravello, un suggestivo centro della costiera amalfitana adagiato sul “cacumen” di un pianoro collinare (315 metri sul livello del mare) , che affascinò (e continua ad affascinare) scrittori e nugoli di artisti e di musicisti, che sbarcarono su questo splendido lembo della Campania alla ricerca dell’arte classica nel “paese dove fioriscono i limoni”. Erano, per la maggior parte, provenienti dalle brume del Nord.

Dalle balze precipiti,rallegrate da limoni,da bouganvilles e da cactus, terrazze dalla vista mozzafiato su incredibili panorami, siamo attratti dalla visione del mare splendente,sul quale navigarono Ulisse ed Enea. L’incanto del luogo è possente, da cui affiorano ombre e ricordi del passato,quando nella popolosa Ravello,che aveva industrie ed opifici,seterie e telerie,che arricchivano non solo le grandi famiglie, ma anche gli artigiani e gli operai,c’era un gran fermento di opere,di traffici. Allora sorsero chiese,chiostrini e palazzi di rara bellezza, grazie alla munificenza dei Rufolo,dei Coppola,dei Muscettola,dei Della Marra,degli Acconciagioco.

Si sa che Wagner soggiornò in Italia, a più riprese, vivamente attrattovi da una singolare suggestività. In questa, però, non entrò granché la spinta del monito di Wolfgang Goethe, secondo il quale nessun tedesco di qualche cultura avrebbe mai dovuto trascurare un viaggio in Italia. Nell’intento dell’olimpico poeta teutonico c’era la ragione di un esclusivo interesse culturale, o quasi. Vedere i monumenti d’Italia, i segni grandiosi dell’antica Roma e le alte testimonianze del nostro Rinascimento quindi i capolavori della pittura e dell’architettura, che ne furono l’appendice conseguenziale, doveva essere l’impegno tassativo dei tedeschi di più buona civiltà. Nell’Italia del suo tempo, Goethe non vedeva e non chiedeva di vedere che una gloria dell’evo antico: l’Impero romano tramontato.

Dalla sua aspirazione alla serenità e all’armoniosità dell’arte greca, verso la quale tendeva il suo spirito poetico, giungeva a vagheggiare la gagliarda, quadrata forza della prisca romanità. Era, questa sua aspirazione e questo suo vagheggiare, un modo poetico di esulare in un mondo lontano, perfetto, quantomeno ideale, quale la sua fantasia se lo figurava, come, del resto, esce sicuramente da ogni indagine storica e critica. L’Italia del suo tempo contò poco per lui, se non affatto: l’Italia viva, diciamo, ancora della propria gente viva, animata da forti passioni e da fervidi entusiasmi, sollecitata da non meno appassionanti e audaci problemi nazionali, gentile, pittoresca, di pronta, acuta intelligenza.

Wagner esulò in Italia,meta d’obbligo per scrittori ed artisti,vi sconfinò meglio, con l’anelito del nordico che ha come sete di sud, che nel sud trova un contrapposto che lo completa potenziando certe sue forze latenti. Più che a visitare i monumenti, egli venne ad inondarsi della luce del nostro sole, a bearsi dell’azzurro dei nostri mari, a pacificarsi e ad eccitarsi, nello stesso tempo, godendo le dolcezze del nostro clima, animato, perduto, fantasticante, nei nostri più fascinosi paesaggi. Wagner fu veramente l’uomo nuovo, tutto della vita del suo tempo, preso e mosso dai suoi ingranaggi, quindi vibrante con esso e di esso. Artista potentissimo, non si isolò negli sconfinamenti letterari dell’estetismo preziosistico e di maniera.

Mente colta, di varia dottrina, non s’appartò nella contemplazione e nell’adorazione esclusiva di alcun mito storico. Indotto istintivamente ad abbracciare la causa dello spirito politico più avanzato del suo tempo, seppe stare, anche uomo tra uomini, senza falsa e bassa demagogia, umanamente, come chi, pur consapevole della propria grandezza sa tuttavia che non è, che non può e non deve essere senza accordi simpatici con il proprio simile.

Al cospetto dell’incomparabile scenario di bellezze immote e solenni, tralucenti in specchi d’acqua di baie nascoste fra agrumeti profumati, pieghettate fra declivi ora verdissimi ed ora scabri e ferrigni, il genio di Lipsia, anch’egli pellegrino d’amore e di ideali, sulla scia dei grandi Spiriti (S. Francesco d’Assisi, Verdi, papa Adriano IV, Grieg), che qui venne, il 26 maggio del 1880, in una primavera, quando il meraviglioso giardino della storica Villa Rufolo gli apparì tutto lussureggiante, di una fantastica flora orientale), profferì, rivolto al pittore russo Paul von Joukowsky, che lo accompagnava per la ricerca di bozzetti per il “Parsifal”, la famosa esclamazione: “Il magico giardino di Klingsor è trovato!”. Wagner lo lascia scritto,di proprio pugno,nel libro degli ospiti di Villa Rufolo, lo stesso giorno.

Wagner aveva trovato nella Villa Rufolo, già cara a Boccaccio,che sfuggiva le terre della peste,e ai d’Angiò, fra cielo e mare, in un luogo così recondito e suggestivo, l’ambiente reale ed irreale al tempo stesso che egli cercava, da vario tempo per l’Italia e che corrispondesse al poema e alla musica del “Parsifal”.

In quel mese di maggio 1880 il grido di Richard Wagner, tutto fervore, è tutta intelligenza. E’ l’interiorità delle cose che dal primo slancio tocca il suo cuore. L’orchestrazione magica stringe il suo essere. E nel momento anche in cui egli ritrovi i tratti di Klingsor, potrebbe non scoprire quelli di Kundry? Giardino da cui si effonde in una perpetua nascita un mondo ebbro d’emozione, come per un crepuscolo saturo di profumi e di campane un cuore umano troppo pesante per il suo rimorso o per la sua felicità non sentirebbe spuntare in lui l’irresistibile rugiada dei pianti? Ah! Di quale pietà il divino maestro del “Parsifal”, dovette sentire, dall’alto delle sue terrazze e sopra il volo sinfonico delle Ragazze-Fiori, il lamento lacerante di Kundry! E’ in memoria di quella sorella straziata di Madeleine che egli piantò un rosaio.

   Sunt lacrymae rerum

Ci si ricorda la descrizione dei giardini di Klingsor agli inizi del secondo atto di “Parsifal”:splendore degli alberi,vegetazione tropicale, terrazze dominanti ampli orizzonti, alta torre,castello dallo stile arabo più sontuoso…Rileviamo qui i termini con i quali Richard Wagner indica i dati essenziali dello scenario.

Tale il giardino Rufolo si scoprì al suo sguardo in quel mese di maggio 1880,in cui,seguito da Cosima,dalla sua famiglia e dal pittore Joukowsky,penetrò,per la prima volta,nell’antica tenuta ducale, abbeverata dall’alito marino.“E’ trovato il giardino magico di Klingsor! esclamò egli,pregando subito l’amico di stenderne uno schizzo. Il pittore, che aveva già disegnato per il Maestro il Duomo di Siena,si affrettò ad eseguire alcuni schizzi,i quali divennero e restarono l’unica fonte dei decoratori di Bayreuth.

La vocazione scenografica di Ravello è sottolineata dallo scrittore vicentino Guido Piovene nel suo “Viaggio in Italia”:”Ravello è una cittadina dallo stile arabo-siculo che piacque tanto agli scenaristi d’un tempo,e che dominò alla Scala”. A suo parere,i giardini di Villa Rufolo e di Villa Cimbrone sono quelli “più straordinari del mondo insieme con quelli di Charleston nella Carolina del Sud:ed è giusto nel senso che né gli uni,né gli altri hanno equivalenti altrove…”.

Greta Garbo e il celebre direttore d’orchestra e compositore americano,di origine polacca,Leopold Stokowski vi vissero,nel  1938, la loro favola sentimentale trascorrendo un romantico soggiorno a Villa Cimbrone. Anche lo scrittore francese André Gide,premio Nobel nel 1947,vi ambienterà alcune pagine de “L’immoralista” (1902), affrontando i problemi morali del nostro tempo con estrema spregiudicatezza.

Pure Grieg, come Wagner, come Liszt, come Ibsen, come Andersen, come Bjorson, come innumerevoli artisti venuti dalle brume del nord, sentì il fascino del nostro cielo, accogliendo in sè la serenità del nostro mare facendola sua, ridonandola poi a noi, per magia creativa, in mirabile opera d’arte. Si vuole, infatti, che proprio a Ravello Grieg abbia scritto una delle sue più belle composizioni, la famosa “Primavera”.

Edward Grieg, un norvegese che amava intensamente due cose, la musica e la sua terra, prese dimora nell’Albergo Toro, bianco asilo di pace, seminascosto fra gli alberi. La bellezza del luogo agisce sulla fantasia dell’artista, inducendolo a tradurre in note le sue sensazioni. Siede al pianoforte e comincia a comporre, ascoltando le voci della natura, che solo rompono quell’armonioso silenzio. E’ l’eco delle cascate che scorrono fra le rocce, è il fruscìo del vento fra gli alberi, è il cinguettìo degli uccelli, è il ronzare degli insetti. Sono le mille, piccole voci, gli indistinti sussurri che sembrano scaturire dai rami, dalle corolle, dai fili d’erba, dai palpiti delle ali, dalla terra stessa, che, ridestatasi dal gelo invernale, esulta all’avvicinarsi della primavera. E’ una sorta di canto trionfale, è l’inno della rinascita, è il tripudio della vita che erompe, vittoriosa, in una festa di suoni, di canti, di colori, attraverso il buio e il silenzio della morte.

Renato Fucini, anticipando le parole di una famosa canzone napoletana, scrisse scherzosamente che il giorno del Giudizio Universale per gli amalfitani che andranno in Paradiso sarà un giorno come tutti gli altri ed ancora ammonì coloro che si recano sulla costiera di stare attenti nel guardare tanta bellezza, per non restarne abbagliati, come dopo aver fissato il sole. Ora, se a un italiano la bellezza di quei paesaggi faceva tanta impressione, immaginate quale stupore doveva suscitare in chi aveva ancora nella retina l’immagine dei malinconici fiordi, la tristezza delle lunghe lande ghiacciate, delle cupe distese di abeti, delle scarne betulle oscillanti nel vento come fantasmi. Uno stupore che il musicista esprimeva in musica, così come a un poeta avrebbe ispirato versi, a un pittore paesaggi incantati, dove l’azzurro, il verde, il rosa, il viola, i dolci toni di grigio nelle antiche pietre di Ravello si fondono sulla tela in mille sfumature di colore, sempre piene di luce.

Giungiamo a Ravello, sul belvedere famoso della Villa Rufolo, costruita tra il XIII e XIV secolo,di chiaro gusto islamico,tra aiuole traboccanti di fiori, percorrendo i vialetti che corrono tra l’una e l’altra di esse, mettendoci seduti sui bordi delle graziose fontane, sui terrapieni e sulle terrazze della villa, quasi a strapiombo, anch’esse, sul mare e sui litorali amalfitani, i quali, tra un seno e l’altro, cacciano fuori i loro floridi speroni e sopra vi sono villaggi e cittadine, che, da quassù, si scorgono nel nitore dei più minuti particolari,i quali,come tutta la contrada del sud italiano,ebbero lungamente a soffrire scorrerie di pirati levantini e di predoni nostrani,che saccheggiavano e depredavano,per cui era invalsa l’abitudine di scavare il suolo sotterrandovi tesori.

Un balsamo è il silenzio del luogo, vera panacea celeste, che folgora le scorie, fa balzare lo spirito a piani superiori, terge l’intelletto offrendogli trasparenze straordinarie. Non si sa il perché. Non basta ciò, la leggiadrìa del luogo, il panorama fiabesco, codesto guardar giù il mare e i litorali da una terrazza naturale, alta più di 300 metri, e coperta di pini, vigneti, fiori e piante preziose. Non bastano tali visioni, che pure sono straordinarie, a mettere lo spirito in quelle condizioni che dicevamo: qui deve trattarsi di effluvii speciali, di flussi portentosi, sulla cui natura sarebbe vano indagare. Lo dicono tutti che a Ravello si sta come in paradiso, sospesi tra cielo e mare, sedotti dal suo scenario medioevale, dal suo cortile dalle sottili colonne tortili, dalla sua torre trecentesca, alta trenta metri circa, che presenta un arco ogivale d’ingresso, due bifore su ogni lato del secondo piano,  e dal profumo dei limoni, a ridosso dei monti Lattari, oltre che dall’esuberanza della vegetazione.

Che dire, poi, di Villa Cimbrone, molto vicina a Villa Rufolo?

Dopo aver visitato Villa Rufolo, ci incamminiamo “lento pede” lungo la viuzza che parte da piazza Vescovado passando dinanzi al convento di San Francesco e alla chiesa di Santa Chiara. Dopo pochi minuti, ci troviamo davanti all’arco di ingresso della villa, fatta costruire, agli inizi del Novecento, dall’’inglese Ernest William Beckett, Lord Grimthorpe, viaggiatore erudito e collezionista d’arte,        che aveva acquistato un fondo rustico, di quasi sei ettari,         dell’antico “Cimbronium”, posto all’estremità della collina di Ravello, dai signori Amici di Atrani.

Varcato il cinquecentesco portale in legno, ammiriamo il grazioso chiostrino, cortiletto in stile arabo-siculo-normanno. Il palazzo, di stile neogotico, è ricco di busti marmorei, di stile barocco, di capitelli e di antichi reperti, provenienti da antichi palazzi patrizi o da case coloniche della campagna ravellese. Ammiriamo un vetusto  pozzetto e quattro colonnine a spirale, di epoca romana, due bei “Daini” bronzei, l’ampio loggiato in stile gotico della “Cripta”, “Le 4 danzatrici”, le bellissima statue bronzee raffiguranti guerrieri ellenici.

Un lungo viale, ombreggiato da cipressi, da pini ad ombrello, da palme e da platani, ricco di pregevoli varietà floreali, lega la dimora alla punta estrema della tenuta. Impassibile nel suo abito di marmo, Cerere conduce all’incomparabile “Terrazza dell’Infinito”, dove si succedono altre quattro divinità, Bacco (sul fregio della trabeazione si legge un’iscrizione del poeta latino Caio Valerio Catullo), Mercurio,Venere e Flora, la mitica moglie di Tindaro, re di Sparta, Leda con il cigno, i lottatori Damosseno e Greucante, che sembrano aleggiare nell’aria.

“La bellezza del luogo è al di là di tutte le descrizioni”, scriveva, nel 1880, Cosima Wagner, rapita dalla luce incantata del giardino e dal            paesaggio che si può cogliere dallo sperone collinare che divide la Valle del Dragone dalla Valle della Reginna, spaziando sull’intero golfo di Salerno. Da questa balconata a strapiombo sul mare, nella splendida cornice di verde, si gode un incomparabile panorama su tutta la variegata  costiera amalfitana, che ci appare come una sublime glorificazione del Creato.

  1. M. Forster (“Storia di un panico” in “I racconti”,Garzanti,1988) e Gore Vidal (“Palinsesto” e “Navigare a vista”, opere edite da Fazi nel 2000 e nel 2006) hanno fatto di Ravello il loro luogo di sogno, il loro eden. A quest’ultimo, che ha trascorso un trentennio della sua esistenza a Ravello, fu chiesto da una rivista statunitense quale era stato il luogo più bello da lui visto. Il narratore americano rispose in questi termini: “Il panorama dal Belvedere di Villa Cimbrone in un luminoso giorno d’inverno, quando il cielo ed il mare sono così vividamente azzurri che non è possibile distinguerli l’uno dall’altro”.

In questo luogo ricco di fascino e di suggestione, la gemma più preziosa della marina amalfitana, fondato, secondo la tradizione, dai Romani nel VI secolo, durante la seconda guerra gotica,         trovarono rifugio, ispirazione e ospitalità grandi nomi della letteratura, dell’arte e della politica:lo scrittore inglese David Herbert Lawrence vi scrisse, negli anni 1926-1927, una parte del romanzo “Lady Chatterley’s Lover”; il pittore svizzero Paul Klee, agli inizi del Novecento, vi maturò i germi della nuova visione artistica, che lo accosta al gruppo del Blaue Reiter;  uomini politici inglesi, sir Robert Anthony Eden, e James Ramsey Mac Donald, oltre alla famiglia di  Marconi,  di Chamberlain, dei duchi di Kent e di Windsor, vi soggiornarono. Senza dimenticare il re d’Italia e d’Albania e imperatore d’Etiopia, Vittorio Emanuele III, che nella villa Episcopio, il 9 maggio del 1944, abdicò a favore del figlio Umberto, e l’avventuriero e letterato veneziano Giacomo Girolamo Casanova, che visitò il posto, probabilmente nel 1760, dicendo che “non si può desiderare senza ottenere”.

Questo dilettevole posto, certamente unico al mondo, ha fatto da scenografia al film “La Principessa Sissi”, del 1955, che ebbe un enorme successo popolare, interpretato dalla bellissima Romy Schneider, in veste di attrice protagonista. Anche Roberto Rossellini girò qualche scena a Ravello.

La rinomanza di questo magnifico sito la si deve soprattutto al “contrasto fra la sua posizione rupestre e il paesaggio vivissimo di colori, la rusticità delle sue vie e la delicatezza delle sue opere d’arte, i palazzi austeri e l’incanto dei lussureggianti giardini”.

Prima di lasciare Ravello, facciamo una capatina al Duomo di S. Pantaleone, restaurato più di vent’anni fa, fatto erigere nel 1086 da Orso Papice, il primo vescovo della città, dedicato anticamente all’Assunta e poi al protettore della città, San Pantaleone, santo medico decapitato nel 290, a Nicodemia, che ogni anno, il 27 luglio, liquefà il suo sangue nell’ampolla. Esso è a tre navate ed altrettante absidi con transetto, divise da due colonnati, ciascuno con otto colonne. Il portale centrale bronzeo, di gran pregio, composto da 54 formelle, che rappresentano santi, storie della Passione, leoni e grifi, sirene, cavalieri, fatto eseguire dal patrizio ravellese Sergio Muscettola nel 1179, probabilmente è stato scolpito da Barisano da Trani, come testimoniato dall’iscrizione sul battente destro, i cui motivi iconografici sono quasi esclusivamente bizantini, come l’ambone, che fanno pensare ad un unico modello ispiratore, quello dell’Abbazia desideriana di Montecassino. Nella navata centrale della cattedrale sono da ammirare due pulpiti, uno del 1272, voluto da Nicola Rufolo, tesoriere e banchiere del sovrano Carlo d’Angiò, che lo commissionò al maestro foggiano Nicola di Bartolomeo, e l’altro fatto costruire, nel 1131, dal vescovo di Ravello Costantino Rogadeo. A destra del Duomo, di particolare interesse, è il campanile, risalente al XIII secolo, a due piani, corredati da grandi bifore, coronato da archetti intrecciati.

Visitiamo anche la chiesa di S. Giovanni del Toro, del XII secolo, a tre navate, con, in quella centrale, un monumentale ambone, di  fine fattura, risalente al Mille, opera di Alfano da Termoli, su commissione della nobile casata Bove, la chiesa di S. Francesco, di stile gotico, ristrutturata nel XVIII secolo, e quella duecentesca dell’ Annunziata.

Prima di riprendere il viaggio di ritorno, abbiamo centellinato uno squisito vino rosé, tipico della località turistica in provincia di Salerno, da cui dista 27 chilometri.

Alfredo Saccoccio

 

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