Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

LA SICILIANITA’ DEL REGNO

Posted by on Ago 28, 2017

LA SICILIANITA’ DEL REGNO

Nel suo saggio del 1960, Garibaldi: the Legend and the Man, Peter de Polnay afferma che la Sicilia era la via d’accesso a Napoli perché era sempre in fermento.[1] Un’asserzione che corrobora ulteriormente quella che è già un’opinione ampiamente diffusa, cioè quella che imputa ai siciliani le maggiori responsabilità della caduta del Regno delle Due Sicilie.

Questa convinzione, che affonda le sue radici nel fatto che tra siciliani e napoletani i rapporti erano sempre stati tutt’altro che di… buon vicinato, è ascrivibile al fatto che di sicuro essi non avevano mai perdonato a Napoli di avere usurpato a Palermo il ruolo di capitale, mettendo così, di fatto, l’isola in un ruolo secondario rispetto al resto del Regno.[2] Né bastò il fatto che, proprio per sottolineare che non si trattava di alcun presunto declassamento, non fu l’isola ad essere adeguata al resto del Regno ma quest’ultimo ad essere considerato alla stregua dell’isola, mutando il nome da Regno di Napoli a quello delle Due Sicilie.

La Sicilia, però, era ed è una sola e, quindi, forse, ai suoi abitanti sembrò pure offensivo sdoppiarne il nome, perché – come scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa – noi siamo Dei e perché la ragione della diversità deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità.”[3] Si aggiunga, poi, a tutto questo, che i siciliani si sentivano trascurati dai sovrani, cosa che alimentò (e non poco) la loro componente fortemente separatista se non addirittura indipendentista e che contribuì alla formulazione dell’accusa di empietà per la quale Napoli fu condannata; fu questo offuscamento, fu  questo secolare astio che, nell’estate del 1860, fece da fulcro sul quale, avrebbe fatto leva il grimaldello con cui i nuovi padroni, mascherati da liberatori, avrebbero scardinato l’ingresso di tutto un Regno.

La figura simbolo della negatività siciliana per eccellenza è quella di Francesco Crispi, il più infame personaggio, il più lercio rappresentante del cosiddetto Risorgimento, in cui si fondono tutti gli elementi più negativi dell’animo umano: il tradimento, l’inganno, la falsità, l’avidità, l’arrivismo senza scrupoli e chi più ne ha, più ne metta…

In natura, però, il cento per cento non esiste, per cui dimostrazioni di siciliana fedeltà allo Stato Borbonico ve ne furono parecchie. Tracce di sicilianità, per esempio, si trovano anche nel Brigantaggio che è generalmente ritenuto essere un fenomeno esclusivo della Basilicata e dell’Alta Terra di Lavoro, zone in cui la protesta antisabauda raggiunse i picchi più elevati.

Basta sfogliare le MEMORIE DI UN EX CAPOBRIGANTE di Ludwig Richard Zimmermann per trovare dei figli di Sicilia tra coloro che non esitarono ad affrontare l’invasore piemontese come, ad esempio, il capitano della milizia Antonio Salvati, comandante della II Compagnia formata da 45 siciliani, definito dallo stesso autore un galantuomo da capo a piedi, un eccellente ufficiale; un altro (anonimo) siciliano che incontriamo nella presa di Castelluccio, si vide spezzato il braccio sinistro nel momento in cui, con rabbiose imprecazioni, faceva fuoco con il suo fucile[4]; senza dimenticare, poi, il simpatico Fazio ed un altro suo conterraneo dalla barba nera e dallo sguardo indocile di cui pure non viene riportato il nome. A questi si aggiunga, inoltre, la banda di guerriglieri guidati in Sicilia dal Conte di Kalkreuth che, venuto a combattere come volontario per Francesco II, sarà fucilato dai piemontesi a Mola di Gaeta il 29 maggio 1862.

È siciliano il più fedele tra gli ufficiali dell’esercito delle Due Sicilie, il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco, l’eroe borbonico per antonomasia,[5]  che, pur soccombendo nella battaglia di Milazzo, non esitò a comportarsi da prode insieme con i suoi uomini e che, dopo aver condiviso con la coppia reale i bombardamenti di Gaeta, la seguì pure nell’esilio di Roma e di Parigi. La sua figura di militare è, per certi aspetti, controversa ma, se molti avessero fatto fin dall’inizio come lui nell’esercito napoletano, difficilmente Garibaldi avrebbe avuto partita vinta con tanta facilità.[6]

Come non ricordare, poi, il Capitano Salvatore Castagna, quasi certamente antenato dell’omonimo Eroe di Giarabub, oasi difesa fino allo stremo nella 2ª Guerra Mondiale, ed i tanti anonimi artiglieri, marinai, pontonieri, idealmente sublimati nello spirito del fuciliere che Carlo Alianello immagina di incontrare nell’ultimo capitolo del suo appassionante La Conquista del Sud? Tanti eroi che, a Messina, agli ordini del Generale Fergola, tennero caparbiamente alto l’onore delle Due Sicilie.

L’isola, ben si sa, è stata sempre terra di scrittori; tra questi, Luigi Pirandello era sicuramente filo-risorgimentale anche se, poi, resosi conto di che panni vestissero veramente i tanti eroi unitari, come a voler chiedere scusa alla sua primordiale enfasi patriottica, ne I vecchi e i giovani, moderò di molto i suoi patrii slanci. Fino ad Andrea Camilleri che, seppur apparentemente distaccato dalla questione, non perde occasione di sottolineare le vere motivazioni che spinsero i fratelli d’Italia a venire a far man bassa da queste parti come, ampiamente si legge nel suo romanzo del 2002, Un filo di fumo.

Il personaggio storico, nonché scrittore, che maggiormente incarna la fedeltà dei siciliani alla casa regnante delle Due Sicilie è, sicuramente, don Giuseppe Buttà, una fedeltà più forte del fuoco, per usare un’espressione di Yukio Mishima che rende molto bene l’idea, che si protrasse anche dopo il 1860, quando il Regno cessò di esistere; una fedeltà che, ancora oggi, imbarazza gli amministratori del suo paese natale, Naso, in provincia di Messina, ostinatamente ignoranti del suo nome e dei suoi scritti, non so se perché naturalmente tali o perché in malafede.

Resta, dunque, il fatto che i siciliani affezionati a Casa Borbone furono tanti. Ne cito uno che, idealmente, li rappresenta tutti: Gaetano Restivo, un fedele servitore della Regina Maria Sofia, che volle rimanere al suo fianco in quell’esilio che mai ebbe fine restando a Lei devoto all’infuori di ogni convenienza personale – come dichiarò la stessa Regina nella sua celebre intervista concessa, nel novembre 1924, a Giovanni Ansaldo – e che pur dopo essere tornato al suo paese, continuò a mandare cassettine di arance alla sua Regina…

C’è, però, un altro grande figlio della Sicilia che, ho la presunzione di credere, sia appartenuto intimamente al novero di coloro che non accettarono mai la “versione ufficiale” dei fatti, uno spirito veramente libero, fiero del suo modus operandi: la ricerca della verità e la lotta alle ingiustizie, alle imposture e alle mistificazioni, come egli stesso ebbe a scrivere, parlando di sé: Leonardo Sciascia.

Qualcuno, forse, tra quelli che io sono di siniistra! legati per… contratto, alla Napoli del 1799 e, quindi, categoricamente antiborbonici, potrà storcere un po’ il naso, ma non in questo caso perché, pur conoscendo l’estrazione politica di Sciascia, alla luce dell‘illuministico sentire della sua intelligenza, egli riesce a discernere le cose e a non parlare come da cliché; basta andare a leggere qualche suo saggio, per rendersene conto, come, ad esempio, Garibaldi e il padre Buttà in Cronachette, Ed. Adelphi, 1998, oppure Verga e il Risorgimento, in cui, rivelando le volute omissioni dello scrittore catanese riportate nella novella sui fatti di Bronte, Libertà, ci fa capire quanto sia poco vero il suo… Verismo. Lo stesso Sciascia, poi, nel volumetto Pirandello e la Sicilia, riporta la tragedia di Bronte così come si svolse nella sua cruda realtà. Questi concetti poco filo-risorgimentali, lo scrittore di Racalmuto li rinnoverà in varie prefazioni a libri sull’argomento da lui redatte, del tipo Viaggio da Boccadifalco a Gaeta del già menzionato Giuseppe Buttà, Ed. Bompiani, 1985 e Nino Bixio a Bronte di Benedetto Radice, CL 1963.

Dove, però, in quest’ambito di storia patria, Leonardo Sciascia offre il massimo di se stesso e del suo acume storico, è in un testo radiofonico trasmesso dalla RAI nella prima metà degli anni ’70, quando l’Ente, non badando a spese, curava la qualità delle sue trasmissioni (al contrario di oggi, dove sono gli ascoltatori, con le loro telefonate, a fare lo spettacolo). In quegli anni, dicevamo, si alternavano sulle frequenze radiofoniche nazionali, autori di un certo calibro che scrivevano testi per interpreti di altrettanto valore, dalle trasmissioni di spettacolo leggero a quelle di un certo spessore culturale. Tra queste, ce n’era una, Le interviste impossibili, in cui gli autori s’immaginavano un incontro con famosi personaggi storici, tra i quali, anche l’ultima Regina di Napoli, all’epoca – ai più – sconosciuta. Tanto è vero che sia nel testo, che nello stesso titolo si rilevano delle imperfezioni: ad esempio, viene indicata come Maria Sofia d’Asburgo anziché von Wittelsbach o di Borbone e, addirittura, come imperatrice, e non come Regina; si riscontra perfino un anacronismo sull’episodio di Bronte, ma stiamo parlando di più di quarant’anni fa, quando il revisionismo storico muoveva i suoi primi passi e le uniche divulgazioni sull’argomento si contavano sulle dita di una sola mano: gli scritti di Michele Topa, di Carlo Alianello e di Silvio Vitale; per cui, anche un gigante della cultura del calibro di Leonardo Sciascia, poteva permettersi qualche imperfezione.

Il testo di quella trasmissione che si può integralmente riascoltare su You Tube collegandosi al link https://www.youtube.com/watch?v=vQ5V92TOGVU&t=24s è un’ulteriore prova della visione storica di Leonardo Sciascia e, nella battuta finale di Maria Sofia, è come se esplodesse un vero e proprio grido liberatorio nel quale viene buttato in faccia alla storiografia ufficiale, il desiderio di vendetta e di riscatto da oltre centocinquant’anni represso nell’intimo di ognuno di noi.

 

Erminio de Biase

 

[1] P. de Polnay, op. cit., London 1960 – p.

[2] E. de Biase – L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie – Napoli, 2002 – pag.

[3] G. Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo – Milano 1995 – pp 166/167

[4] L. R. Zimmermann – Memorie di un ex Capo-Brigante – Napoli 2005 – pag.

[5] Roberto Maria Selvaggi – Nomi e volti di un esercito dimenticato – Roma 1990 – p. 95

[6]Idem – p. 97

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