Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La storia non va mai letta con l’occhio del vincitore

Posted by on Apr 3, 2018

La storia non va mai letta con l’occhio del vincitore

SETTEMBRE 1861

 

Il popolo napolitano si ribella all’invasore piemontese. Il 1° vi sono scaramucce tra le truppe d’occupazione e gli insorti napolitani di Airola e piano Maggiore. Aspri scontri si verificano nel Sannio, sul Matese e nel Beneventano, a Circello, Campochiaro e Roccamandolfi, mentre Pietralcina, dopo una feroce resistenza, viene occupata dal 61° fanteria che massacra 40 abitanti. Il giorno dopo una sommossa di contadini a Forenza, in Basilicata, è repressa dalle guardie nazionali.

Anche a Milano c’è malcontento e il 3 ci sono sommosse. I risparmi della popolazione si sono volatilizzati dall’imposizione della moneta piemontese che è tra le più svalutate d’Europa.

Il 4 le guardie nazionali guidate dal collaborazionista Gallerini uccidono molti contadini di S. Marco dei Cavoti e S. Giorgio La Molara. Sul monte Somma viene sgominato il gruppo di Vincenzo Barone.

Tra il 5 e il 7, nella penisola sorrentina e a Castellammare, i guerriglieri di Pilone, infliggono con velocissimi attacchi a sorpresa numerose perdite a reparti del 61° fanteria e guardie nazionali.

Nell’avellinese, numerosi sostenitori del governo borbonico vengono imprigionati.

Ad Agerola un gruppo d’insorti, guidati da Antonio Apuzzo, assalta il carcere e libera i prigionieri.

L’8 Chiavone, in Val Roseto, attacca Ischitella e Rendinara, occupa Castelluccio e cattura l’intero bagaglio del 43° di linea. Negli scontri muoiono una cinquantina di soldati piemontesi.

Allo scopo di catturare Cozzitto, il generale Villay ordina l’arresto della moglie nonostante fosse al quarto mese di gravidanza: due bambini sono incarcerati con la madre.

Il giorno 12, il maggiore Zittiri rastrella Cerreto Sannita e fa fucilare centinaia di contadini e soldati napolitani sbandati. Tra i fucilati vi sono Enrico Giordano, fratello di Cosimo, accusato di essere attivo provveditore dei briganti, e un certo Santangelo.

Anche a Rimini, Cesena e Bologna vi sono manifestazioni contro il carovita.

La notte fra il 13 e il 14 sbarcano sulla spiaggia di Gerace, nei pressi di Capo Spartivento, diciotto uomini provenienti da Malta. Sono legittimisti spagnoli accompagnati da due ufficiali napolitani, il tenente Camillo Caracciolo di Girifalco ed un certo Marrà, incaricati di organizzare un insurrezione. Il capo di questa spedizione è il generale catalano Josè Borjès. Il 14, Borjès arriva nella cittadina di Precaore dove è accolto favorevolmente ed arruola anche una ventina di contadini. Poi si dirige verso Natile e Cirella dove si incontra con 120 insorti comandati da un certo Mittica. Ma ad un assalto al presidio piemontese di Platì, precedentemente rinforzato, il 17 incappano in due imboscate e il gruppo si disunisce. Il tenente Caracciolo è catturato ed il 23 è imprigionato. Al processo dirà dignitosamente:”Mi sono battuto per la mia bandiera, quella dell’Esercito Napoletano”. Intanto Borjès, continuamente braccato e affamato, vaga tra la Calabria e la Basilicata, e aiutayto dalla popolazione, il 21 arriva sulla montagna della Nocella e il giorno dopo a serrastretta.

Intanto a Napoli sono destituiti 42 magistrati napoletani ed a loro posto sono messi magistrati piemontesi.

Il 20 nel parlamento di Torino, il presidente impedisce al deputato Giuseppe Ferrari di usare l’espressione ‘guerra civile’ per gli avvenimenti del napoletano affermando: “Non deve confondere il brigantaggio con la guerra civile”.Al che Ferrari rispose: “Ma i rappresentanti del governo hanno intrapreso nelle province napoletane dei gravissimi atti, i quali mettono in dubbio la costituzione stessa. Vi furono dodici villaggi incendiati..”, ma le parole sono coperte dal rumoroso dissenso degli altri parlamentari che gli impediscono di continuare.

Scontri avvengono nei boschi di Calitri  con i cavalleggeri di Giuseppe Caruso e a Bella.

Il 25 a Pontelandolfo vengono arrestati quaranta reazionari e dodici di loro vengono sommariamente fucilati: Donato Luciano, Gregorio Perugino, Saverio Barbieri, Domenico Guerrieri detto Mango, Nicola Sforza, Domenico Fusco.

Il comandante Cozzitto si consegna al generale Villary allo scopo di far liberare la moglie ed i figli incarcerati.

Ad Isernia, il 27, il popolo si solleva contro gli invasori piemontesi, ma Cialdini soffoca nel sangue la rivolta fucilando diverse centinaia di incolpevoli cittadini.

Nell’avellinese, il 30, si scontrano i guerriglieri di La Gala con le truppe piemontesi di Pinelli.

Il Papa denuncia dure parole di condanna: “….Inorridisce davvero e rifugge l’animo per il dolore, né può senza fremito rammentarsi molti villaggi del Regno di Napoli incendiati e spianati al suolo e innumerevoli sacerdoti e religiosi e cittadini d’ogni condizione, età e sesso e finanche gli infermi, indegnamente oltraggiati, e senza neppur darne ragione, incarcerati e nel più barbaro dei modi uccisi…Queste cose si fanno da coloro che non arrossiscono di asserire con estrema impudenza… voler restituire il senso morale all’italia”.

Antonio Pagano

blog.napolitania

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