Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La strage di Caltavuturo (Palermo). Di questo “crimine di Stato” sui libri di storia non vi è traccia.

Posted by on Mag 18, 2018

La strage di Caltavuturo (Palermo). Di questo “crimine di Stato” sui libri di storia non vi è traccia.

20 gennaio del 1893, Caltavuturo (Palermo) 

A lu vinti di innaru na matina,

na curnetta che allegra sona.

Ma d’unni chiuvìu tanta ruvina?

Si vitti na timpesta senza trona,

e gridavanu cu vuci libertina

“A morti tutti li capuriuna!

A morti li capuriuna!

La meta sognata era la terra, da coltivare. Per cercare di uscire dal perenne stato di fame, miseria e schiavitù. La condizione che da sempre aveva caratterizzato lo stato dei contadini siciliani in tutte le aree territoriali isolane, suddivise in enormi feudi di proprietà di una cerchia di cosiddetti nobili. I contadini erano, tutti: i senza terra.

La terra era quella del feudo di Sangiovannello del duca di Fernadina, proprietario di terreni per oltre 6000 ettari. Un’estensione enorme. Rappresentava oltre la metà dell’intera area comunale di Caltavuturo. Pur essendo decaduto, già dal 1812, il feudalesimo, il duca oltre a proibire l’uso dei cosiddetti “usi civici” – essenzialmente finalizzati all’accesso per la raccolta della legna e di verdure – non aveva mai permesso nessuna concessione di terreni ai contadini, necessari per la loro sopravvivenza quotidiana. Lui nelle sue stanze dorate, i contadini e le loro famiglie a mangiare erba.

Alfine, dopo tanti anni, si determinò un accordo. Il duca cedette al Comune guidato dal sindaco Giuffrè 250 ettari. La contrapartita era l’eliminazione definitiva degli “usi civici” in beneficio ai contadini. Gli anni passavano. La terra comunale, però, non era stata mai concessa ai contadini, per la libera coltivazione. La distribuzione non era mai avvenuta. Le promesse dei notabili del paese erano state tutte ingannevoli. Questi, nel frattempo, si erano impossessati delle ambite aree.

Fu così, che all’alba del 20 gennaio la “marea” umana dei diseredati si mise in movimento. L’obiettivo era l’occupazione delle terre di Sangiovannello, in possesso del demanio comunale. La sera prima c’era stata una grande assemblea, poi il passa parola notturno.

Anche a Caltavuturo erano arrivate le istanze di protesta e di rivendicazione avanzate nel solco delle idee socialiste dal movimento dei “Fasci siciliani”, organizzativamente presenti nella gran parte dei territori siciliani –. I Fasci dei Lavoratori furono l’evoluzione delle esperienze maturate di associazionismo operaio e contadino, già consolidatosi con le società di mutuo soccorso; il primo dei Fasci fu costituito a Catania da De Felice Giuffrida il primo maggio del 1891, “Figli dell’Etna o della Pace”.

A Caltavuturo, pur non essendoci ancora un “Fascio”, da alcuni anni era operativa una società operaia che dirigeva la protesta e le rivendicazioni dei contadini. Già era iniziato “clandestinamente” l’occupazione delle terre e la zappatura.

Quella notte, tra il 19 e 20 gennaio, i contadini non dormirono. Al suono del corno, come convenuto, uscirono dai loro tuguri e si recarono alla spicciolata nel luogo dell’appuntamento, il Gorgo di Sant’Antonio. In centinaia, all’alba, occuparono le terre e iniziarono a lavorare. Ben presto la notizia divenne di pubblico dominio, all’inizio della mattinata intervennero le truppe del presidio militare che stazionavano nel paese.

Il comandante, tenente Guttalà, con palesi intimidazioni, cercò di farli desistere. Il tentativo fu inutile, i contadini non potevano rinunciare al “sogno” della loro vita. I militi, quindi, si ritirarono. A questo punto un gruppo di contadini si recò nel paese e stazionatosi davanti al municipio chiesero di parlare con il sindaco Giuffrè.  Dal municipio si rispose che il sindaco era assente, poiché ammalato.

Mentre i contadini della delegazione si allontanavano, congiungendosi nelle vie del paese con gli altri compagni che nel frattempo erano tornati dalle terre occupate dirigendosi verso la piazza del paese si trovarono la strada sbarrata da un drappello di soldati e carabinieri, coadiuvati da un gruppo di campieri mafiosi (agli ordini della nobiltà e dei ricchi possidenti).

La repressione iniziò subito, i militari iniziarono a sparare, ad altezza d’uomo mettendo in atto l’ordine, di fucilare i manifestanti, dato dal Presidente del Consiglio Francesco Crispi.

Fu una vera e propria carneficina. Tredici furono i contadini uccisi. Otto all’istante, altri cinque nei giorni successivi per le ferite riportate. Ventisei i feriti.

In un articolo pubblicato sul settimanale socialista “Giustizia sociale”, a firma di Bosco, Barbato e Verro (leader dei Fasci siciliani), fu scritto che i morti furono lasciati sulla strada fino al pomeriggio del giorno successivo, in pasto ai cani randagi. Le forze dell’ordine impedirono ai familiari di avvicinarsi e che si soccorressero i feriti.

L’infame eccidio ebbe grande risonanza in Italia. L’on. Napoleone Colaianni in una interrogazione parlamentare del 23 gennaio, nel denunziare la strage mise in evidenza le orribili condizione di vita dei contadini siciliani, sottoposti a continue violenze e vessazioni.

Il Fascio dei lavoratori di Palermo promosse una sottoscrizione che ebbe ampio eco nel territorio nazionale. Il 23 aprile in una manifestazione svoltosi a Caltavuturo, con la presenza di Bernardino Verro, Rosario Garibaldi Bosco e Nicola Barbaro, fu consegnata alle famiglie degli uccisi la cifra raccolta, 2600 lire.

Caltavuturo fu un segnale forte perché quelle preoccupazioni della proprietà agraria siciliana, acquistassero consistenza e la spingessero, già nel maggio dello stesso anno, a richiedere formalmente lo scioglimento e la dissoluzione dei Fasci siciliani. Giolitti, nonostante le difficoltà della sua maggioranza, forse sentendo il peso della responsabilità di quel drammatico evento, non solo resistette alla richiesta di adozione di provvedimenti eccezionali ma, addirittura, accusò apertamente il comportamento scorretto di chi pensava di potere risolvere la questione sociale con la violenza inducendo così, inevitabilmente, altre violenze. Una posizione, questa, che compromise ulteriormente la posizione del presidente del consiglio già pesantemente scosso dalla questione dello scandalo della Banca romana, e che lo costrinse alle dimissioni il successivo 24 novembre di quello stesso anno. Di lì a qualche giorno il suo posto sarebbe stato preso da Francesco Crispi, l’ex rivoluzionario siciliano, ora uomo forte dello Stato. Crispi all’inizio dell’inverno successivo, iniziò in Sicilia un’operazione su larga scala rivolta a reprimere i Fasci che rivendicavano pane, lavoro e libertà, deciso a mettere fine alla situazione di incertezza e di disordine pubblico che si era creata, chiese ed ottenne la proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia con l’obiettivo, tragicamente centrato. L’esercito sparò ancora in molte località sulla popolazione inerme. In pochi mesi furono ammazzate quasi cento persone. La scientifica repressione fece il resto. Ma questa è un’“altra storia”. Si mise fine, a mano armata, all’epopea dei Fasci l’unico vero movimento di massa che ha posto in termini seri la “questione sociale” in Sicilia.

fonte

http://siciliastoriaemito.altervista.org/20-gennaio-del-1893-la-strage-di-caltavuturo-palermo-di-questo-sui-libri-di-storia-non-vi-e-traccia/

 

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