Alta Terra di Lavoro

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La tragica fine del marchese Belga “brigante”

Posted by on Gen 29, 2017

La tragica fine del marchese Belga “brigante”

Dopo il 1860 le regioni dell’Italia meridionale furono sconvolte da un violento fremito di ribellione popolare passato alla storia con il termine di “brigantaggio”. Braccianti, contadini, artigiani, ex soldati del disciolto esercito borbonico, imbracciate le armi, presero la via della montagna e iniziarono a contrastare, in nome del deposto re borbonico, l’incedere delle truppe piemontesi che ultimavano l’occupazione del sud della Penisola.

Il “fuoco” della rivolta, fra recrudescenze e assopimenti, si protrasse per un intero decennio e provocò, sull’uno e sull’altro fronte, un numero ingente di vittime. Una vera e propria ecatombe che si interruppe soltanto intorno al 1870 quando sui paesi dell’Italia meridionale iniziò ad aleggiare sinistro lo spettro dell’emigrazione. In quel drammatico decennio, da ogni parte d’Europa, affluirono in Italia persone desiderose di assicurare il proprio sostegno a coloro che i piemontesi, con termine dispregiativo, chiamavano “briganti”. Il loro intento era nobile, elevato e, soprattutto, disinteressato: si trattava, infatti, di sostenere la lotta strenua e senza quartiere di uomini coraggiosi che non avevano piegato la testa dinanzi alla tracotanza dell’invasore piemontese che, tra l’indifferenza e il disinteresse delle potenze del vecchio continente europeo, si apprestava ad impossessarsi “manu militari” delle terre, delle ricchezze ma, soprattutto, della dignità delle genti del meridione. Un’impresa disperata, già persa in partenza, in virtù della quale non si ricevevano medaglie o sontuosi appannaggi ma, il più delle volte, soltanto una mortale scarica di pallettoni. Questi ardimentosi personaggi, sempre pronti ad accorrere là dove la libertà di un popolo era in pericolo e ad offrire la propria vita per una giusta causa, erano i cosiddetti “legittimisti”, uno stuolo variegato di rampolli di famiglie altolocate, nobili squattrinati, militari di ogni genere e grado, avventurieri in cerca di forti emozioni, scrittori, poeti, romanzieri e letterati che fecero a gara, con encomiabile slancio, per partecipare a quella che consideravano una vera e propria guerra di civiltà. E furono molti, in quella tragica circostanza, a rimetterci le penne. Come il marchese belga Alfred De Trazegnies fucilato a San Giovanni Incarico, piccolo borgo in provincia di Frosinone, allora Terra di Lavoro, l’11 novembre del 1861. Nato a Namur nel 1832, era il primogenito di una famiglia imparentata con la migliore nobiltà europea: il padre Carlo era affine della contessa di Nassau della casa reale di Olanda, mentre la madre Raffaella apparteneva ai De Romrée, tra le famiglie più in vista del Belgio che, nel corso del ‘700, si era trasferita in Spagna. Terminati gli studi iniziò a frequentare i salotti buoni dell’epoca. Le cronache lo descrivono come un giovane dotato di grande fascino “di bella e distinta presenza, di maniere disinvolte e nobili, alto e ben preso di vita, pallido, con capelli e barba nera, vestito elegantemente e di moda in costume da caccia”. Improvvisamente, nell’ottobre del 1861, decise di scendere in Italia con l’intenzione, abilmente nascosta ai suoi familiari, di portarsi nelle Calabrie per prendere parte all’insurrezione antipiemontese: egli era “uomo devoto totalmente alla legittimità dei governi e di voler correre dove il bisogno ed il poter essere utile lo chiamava”. Alla decisione non fu estranea una profonda delusione d’amore: la famiglia, infatti, osteggiava la sua relazione con una nobildonna belga. Fatto sta che il giovane marchese (non aveva ancora trent’anni) abbracciò, con entusiasmo e convinzione, la causa borbonica. Giunto a Roma, agli inizi di novembre entrò a far parte della banda del brigante Luigi Alonzi, detto “Chiavone” che agiva nel sorano e in quella porzione di territorio posta a cavallo del fiume Liri che segnava il confine fra il nuovo regno italiano e lo stato della Chiesa. L’11 novembre i “chiavonisti” andarono all’assalto di San Giovanni Incarico. Dopo un primo effimero successo culminato con la conquista del castello di Isoletta, i reparti italiani tornarono in forze e sconfissero i briganti che, nel frattempo, avevano occupato il paese. Parecchi rimasero uccisi nello scontro a fuoco, altri presi prigionieri: tra questi vi fu anche il marchese belga. I militari italiani predisposero subito la fucilazione sul posto dei briganti catturati. Invano il giovane Alfred provò a chiedere un rinvio vantando le sue nobili parentele. Il maggiore Savini fu inflessibile e ordinò che l’esecuzione fosse portata a termine. Prima di morire scrisse un biglietto nel quale dichiarava la sua stretta parentela con la contessa di Montalto, moglie dell’ambasciatore del Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, presso la corte del sovrano del Belgio. Terminate le ultime incombenze, mostrando una sorprendente fermezza d’animo di fronte ad un evento così ineluttabile, il giovane marchese fu condotto nella Piazza dell’Annunziata (dove oggi ha sede il comune) e qui finito con un colpo di ficile alla nuca. Nel suo portafoglio si rinvennero alcune non disprezzabili note letterarie e scientifiche scritte di suo pugno, molti recapiti di persone note, qualche lettera di creditori del suo paese e, infine, una missiva molto affettuosa e malinconica della sorella Erminia, una ciocca di capelli e il ritratto “di una bella e nobile e distinitissima signora”. Denudato completamente, il suo corpo venne gettato in una fossa comune assieme agli altri briganti. La morte di un personaggio così altolocato, però, non poteva passare inosservata. E così il 19 novembre una delegazione francese composta dal maggiore Gregoire, comandante delle truppe di stanza a Frosinone, dal capitano Bauzil, comandante del distaccamento di Ceprano, dall’abate Bryan, colui che aveva accolto il giovane belga al suo arrivo a Roma e da due ussari “con guidone spiegato ed in grande tenuta”, si portò a San Giovanni Incarico per reclamare la consegna del corpo del marchese che doveva essere restituito alla famiglia. Dopo qualche baruffa che stava per creare un caso diplomatico con la Francia, il governo italiano, sia pure malvolentieri, acconsentì alla richiesta. Prelevato dalla fossa comune il corpo del giovane Alfred fu deposto in una cassa di legno “chiuso, fatto processo verbale della esumazione e della rimessione, pagate le spese al Municipio e, dopo scambiate le quietanze, avviato a Ceprano”. Di qui fu trasportato a Roma dove venne tumulato, con tutti gli onori, nella chiesa di San Gioacchino e Sant’Anna, in via del Quirinale, nello stesso luogo riposano altri giovani belgi che, nel corso del decennio 1860-1870, si immolarono per difendere lo Stato Pontificio. Significativa l’epigrafe posta sulla tomba: “In questo luogo trasferito il corpo dalla terra fregellana di San Giovanni dove fu ucciso l’11 novembre 1861 dalle truppe subalpine che invasero il regno di Francesco II, riposa Alfredo Gillo Gisleno Marchese De Trazegnies e D’Ittre, figlio di Carlo e Raffaella De Romrée, della città di Namur. Tre giorni prima a Roma si era rinnovato nel corpo consacrato di Cristo Signore. Cristo ti accolga nella sua pace”.

Fernando Riccardi

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