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La Vandea, cuore della Francia

Posted by on Lug 27, 2017

La Vandea, cuore della Francia

   La Vandea (Ovest della Francia, che si affaccia sull’Atlantico) è una regione ricca, fatta di paesaggi verdi, di castelli, di canali e di barchette, di vigneti degli aristocratici, del grande mercato del pesce “come la Borsa”. La campagna è dolce e fertile.

La Vandea visse una delle pagine più sanguinose della Rivoluzione francese ribellandosi, nel 1793, alla rivoluzione giacobina, in nome della monarchia e della religione. Ci furono cinquecentomila morti. Il vandeano, fedele al suo campanile, alla sua famiglia, capace di sacrificio, aveva come simbolo il cuore sormontato dalla croce. Poi uno slogan, che è grido ideale e programma politico: “ Dieu et le Roi”.

   Lo scrittore russo Aleksander Solgenitsin pronunciò, a Lucs-sur-Bourgogne, nelle commemorazioni dedicate all’insurrezione dei contadini della Vandea,  una durissima requisitoria contro la Rivoluzione francese del 1789, da cui è nata, secondo alcuni, la società laica e repubblicana della Francia d’oggi, patria dei diritti umani, secondo altri, la matrice di tutte le derive totalitarie dell’epoca contemporanea. Egli contestò anche le parole “libertà, eguaglianza e fraternità”. “Nella vita sociale – disse il romanziere – libertà ed eguaglianza tendono ad escludersi reciprocamente. La libertà distrugge l’eguaglianza sociale, e l’eguaglianza restringe la libertà. La fraternità è stata aggiunta dopo, perché è una nozione spirituale”. La presenza dell’autore di “Arcipelago Gulag” significò la condanna di tutti i totalitarismi e che Robespierre va collocato nella galleria dei tiranni, accanto a Stalin, a Pol Pot e a Hitler.

   Ancora oggi nella laboriosa regione si intonano cori vandeani, sottratti all’oblìo dalla pietà filiale di qualche discendente dei Sciuani, dal nome del taglialegna Jean Cottereau, detto “Chouan” (barbagianni) , i cori di coloro che, per primi, ebbero a sperimentare il senso della fraternità repubblicana, impartito loro dai macellai in divisa della Convenzione, che inviò le “colonne infernali” del boia Turreau (egli dava l’ordine che nessun vandeano doveva essere fatto prigioniero, facendo fucilare indistintamente tutto ciò che si incontrava o tutto ciò che si presentava), per reprimere il moto popolare sorto in difesa della tradizione, le quali si macchiarono di stragi, di episodi di sadismo e di follìa (a bambini e a giovinetti strapparono cuori e lingue, gli stupri furono compiuti con ogni strumento, animale e inanimato, le mutilazioni, gli sventramenti, gli scuoiamenti, le crocifissioni di ogni sorta, le impiccagioni inimmaginabili delle vittime  formano oggetto di pubblicazioni riservate, non accessibili al pubblico, gli incendi di cascine e di villaggi,  le devastazioni di campi e di raccolti, le profanazioni di oggetti sacri, i furti, le appropriazioni, costituiscono un inventario che mai si è potuto completare fino in fondo). Qui fu  applicato dai repubblicani, in missione rieducatrice, in maniera sistematica, il terrorismo contro una popolazione, contro una gente della propria nazione. Alle proteste locali, il Comitato di salute pubblica rispondeva: “La libertà è una vergine, a cui non si deve alzare il velo”.

   L’insurrezione vandeana non fu preparata da preti fanatici e da aristocratici avidi di rivincita, ma si trattò di un’insurrezione popolare contro le atrocità ed i misfatti compiuti ai danni di donne e bambini dai famigerati “bleus” (cosiddetti dal colore delle uniformi militari repubblicane) della Guardia nazionale, in nome della triste trinità giacobina, “Liberté, Egalité, Fraternité”. Sono bugiardi gli storici di mestiere, che, per salvare privilegi e prebende, ricopiandosi l’un l’altro, continuano a dire che furono i preti e i nobili ad istigare i Vandeani alla ribellione. Quando si parla di oscurantismo vandeano, di nemico del progresso, di fede religiosa bigotta, si commette un’ingiustizia. Nella storia della Vandea c’è martirio, volontà di riscatto, orgoglio della propria fede. Ci fu una formidabile saldatura tra nobili, clero, contadini,  pastori, vignaioli, mugnai e bracconieri.

   La repressione in Vandea fu estremamente dura, spia della natura sanguinaria del giacobinismo, dall’astratta visione della nazione-stato. Si trattò di sterminio di un popolo, un populicidio, nel vero senso del termine, del quale ha scritto, in un libro, il padre del comunismo utopistico, Gracchus Babeuf, per incarico di Fouché. Una strage indiscriminata del popolo vandeano, perpetrato da “amici del popolo”, roghi immensi, “dei fumanti carnai”, una distruzione “scientifica” di genti legate al legittimismo monarchico e al cattolicesimo intransigente ed eroico, certamente non assimilabili al regime repubblicano ed ateo, colpevoli solo di non voler abbassare la testa di fronte alla “Dea Ragione”.

   La memoria della  Vandea è stata, in qualche maniera, “occultata” sotto la III Repubblica nei manuali di storia, poiché, per un certo periodo, dalla sconfitta di Sedan fino al 1875, non si sapeva in Francia se vi sarebbe stata la repubblica o la monarchia. La prima appariva fragile e gli “instituteurs”, che insegnavano nelle campagne, avevano il compito di difendere la repubblica e di inculcare i suoi valori, a qualsiasi prezzo, essendo degli ipocriti, dei truffatori e  degli ingannatori. Ciò appannò, agli occhi  dell’umanità, quell’aureola romantica che circondava la rivoluzione del XVIII secolo, come epopea gloriosa, figlia degli “immortali principii dell’89”. La società è poco disposta ad ammettere che dalla Rivoluzione sia scaturita anche l’idea aberrante di sacrificare intere popolazioni sull’altare di un ideologismo astratto accettando tante nefandezze storiche, spacciate per pagine luminose; pagine da dimenticare, pur avendo lasciato un segno indelebile.

   La rivolta della Vandea fu fonte di ispirazione per capolavori della letteratura francese, come “Novantatrè” di Victor-Marie Hugo, che avvertì la ferita  del genocidio vandeano,  “Les Chouans” di Honoré de Balzac e “La stregata” di Barbey d’Aurevilly. Era proprio necessario fare terra bruciata?” si chiedono alcuni. “Non vi era scelta” hanno sostenuto altri nel 1989, in occasione del Bicentenario della Rivoluzione francese, i cui fautori tentano di giustificare la barbarie scatenata sugli insorti dell’Ovest della Francia, “compatrioti” solo nella logica giacobina e condannati alla “damnatio memoriae” da parte di corrotti fanatici e di violenti dottrinari.

   La rivolta, uno scheletro nell’armadio della Rivoluzione francese, ebbe origine, oltre che per le tasse esose, per la tirannia borghese, per gli oltraggi religiosi, da una leva militare obbligatoria   per trecentomila giovani,  scelti volutamente tra i più ferventi oppositori della causa rivoluzionaria, sottraendo braccia al lavoro dei campi. Ciò fece traboccare il vaso. L’insurrezione vandeana, a lungo esiliata dalle coscienze, ha finalmente trovato in Francia, negli ultimi tempi, diritto di cittadinanza. Ormai si sa e non si potrà fingere che niente sia accaduto. Visto che non si può negare la realtà, si preferisce tacere. Chi osa scrivere o ricordare questo è reazionario per l’opinione “ liberal” e additato al pubblico ludibrio progressista. E’  reazionario Alessandro Manzoni, la più alta coscienza dell’Italia moderna e un cattolico aperto ai valori dell’umanesimo, che capiva l’irreparabile vastità della sciagura, giudicando la Rivoluzione francese severamente, perversa e criminale “dal primo giorno”, sin dal 10 giugno del 1789,  frantumando una mitologia menzognera, un’oleografia virtuosa e falsa. Il libro del vecchio Manzoni, edito nel 1889, a cura di Ruggero Bonghi, fu cancellato, per un secolo, dalla cultura massonica e progressista.

     Solgenitsin si è messo a scavare, rivelando le crepe, talmente larghe, ormai, che è bastato infilarci le mani, per far cadere polverone e calcinacci dell’intonaco ideologico corroso. Nessuno osa più intimare di “accettare la Rivoluzione in blocco”, come voleva Clemenceau, alfiere della storiografia radicale massonica e marxista, venerata e truccata in due secoli di ideologica tirannide, ora apparsa in tutta la sua miserevole decrepitezza, oltre che primo artefice del mezzo secolo di guerre civili, che costarono al Vecchio Continente la distruzione. Ripassata al bucato dell’antistoria, la Rivoluzione francese si dissolve nel liquame delle vergogne, nell’orrore dei fiumi di sangue inutilmente versato, sollevando una raffica di dubbi su gran parte della cultura, che ha vestito la livrea gallonata, al servizio delle sinistre egemoni, anche se, negli ultimi decenni, l’insurrezione è stata rivalutata, essendo state rifiutate le schematiche condanne pronunciate dalla storiografia progressista tradizionale, svelando le smargiassate del generale   Westerman, crudele verso i nemici, predone per gusto, massacratore per piacere, incendiario per principio, avendo bruciato, a Mouilleron, 13 mulini e un castello, proprietà di uno dei capi ribelli. A Robespierre scriveva che bruciava dalla voglia di andare più lontano… Più lontano andarono i soldati della “libertà”, macchiandosi di atti disumani contro vecchi, donne e bambini. Inorridiamo ai crimini orrendi (migliaia e migliaia di teste mozzate, a livello industriale) di cui si macchiarono gli uomini del generale Turreau, uno dei militari più imbevuto dei nuovi miti “progressisti” e più fanatizzati dal berretto frigio. Sono testimonianze di fonti repubblicane, che descrivono le “prodezze”  delle dodici colonne, formate da scellerati e feroci, capaci di far impallidire i professionisti del crimine. Un esempio tra i tantissimi: al villaggio di Lauraire, un soldato del “generale” Grignon incontra la signora Grelien, che allatta il suo bimbo. Egli non perde tempo: uccide la madre, infilza la guancia del bambino con la sua baionetta e se lo porta a spasso come un trofeo. La repressione giacobina può trovare un parallelo storico soltanto nella bestialità delle truppe francesi nell’Italia borbonica e meridionale e nei crimini delle bande di Tito in Dalmazia. I milioni e milioni di morti innocenti sono il prodotto dei cosiddetti “valori” dell’Illuminismo”, propinatici nei libri di storia sin dalle elementari, su cui ognuno di noi ha studiato, che mostrano la Rivoluzione francese e l’Illuminismo come il sorgere della civiltà nuova, oscurata dalla superstizione e dalla barbarie religiosa, il che rappresenta una grottesca mistificazione.

 Alfredo Saccoccio

 

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