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LAGER ITALO PIEMONTESI e SOLDATI NAPOLITANI – Alta Terra di Lavoro

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già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

LAGER ITALO PIEMONTESI e SOLDATI NAPOLITANI

Posted by on Ott 29, 2017

LAGER ITALO PIEMONTESI e SOLDATI NAPOLITANI

«Italia, o meglio negli stati sardi, esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità, si stipano ne’ bastimenti peggio che non si farebbe degli animali e poi si mandano a Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti: e sbarcati vennero distesi sulla pubblica via come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in Via Assarotti dove vi è un deposito di questi sventurati. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di San Maurizio”.

Nel giornale «L’Armonia» del 3-9-1861 è scritto: “A Rimini il mal umore dei soldati giunge fino alla disperazione di darsi la morte. Parecchi si sono annegati nel mare volontariamente. Sicché dovettero le autorità porre delle guardie in piccole barchette per impedire simili eccessi”.

Altri episodi sono descritti nella stampa dell’epoca e riportati nel libro di Fulvio Izzo: “Sabato erano tradotti nella cittadella di Alessandria una quantità di soldati napoletani stretti a due a due da una lunga catena, perché rei di essersi ammutinati e di aspirazioni al loro sovrano”. Quando e se venivano catturati questi ultimi erano esposti al ludibrio della folla nei vari centri emiliani, lombardi, liguri o piemontesi e le angherie allora erano molte e ben documentate. Nelle Romagne il passaggio di ex prigionieri napoletani disertori dall’esercito italiano, oppure componenti l’esercito pontificio, determinava grande turbamento, per disprezzo per i primi e per l’odio colà esistente per le divise dei secondi. I tentativi di linciaggio erano frequenti.                                                                                                                                                Roberto Sgarzi

NEL LAGER di STERMINIO di FENESTRELLE

Posto a duemila metri d’altezza in Val Chisone, dal 1999 assurdo simbolo della Provincia di Torino, vi trovarono la morte 10.000 soldati borbonici sciolti nelle vasche di calce viva. Ufficiali, sottufficiali e soldati, dichiaratisi apertamente fedeli a Francesco II, giurarono aperta resistenza ai piemontesi e subirono il trattamento più feroce, costretti con palle al piede da 16 chili, ceppi e catene. Altrettanto duro era il campo impiantato nelle “lande di San Martino” a 25 km da Torino, nel settembre del 1861 deteneva 3.000 soldati delle Due Sicilie, nel mese successivo divennero 12.447. Altri lager furono: San Maurizio Canadese, Alessandria, Forte di Priamar (Savona), forte di S. Benigno (Genova), Milano, Bergamo, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altri nel Nord. TUTTI i soldati detenuti non vollero tradire il giuramento fatto alla loro bandiera e al loro Re ed altre migliaia di “liberati meridionali” furono confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Un calcolo preciso dei deportati e vittime è impossibile, già ad otto mesi dall’aver proclamato l’Unità d’Italia, il 19 novembre 1861 il generale Manfredo Fanti inviò un dispaccio a Cavour per far noleggiare all’estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra, che ammassati in via Assarotti proseguivano poi a piedi per i lager del nord. Il deputato Ricciardi nella seduta parlamentare del 27 giugno 1862 affermò che nel 1861 nell’Italia meridionale (ab. 10 mil.) furono incarcerate 48.000 persone e 15.665 fucilate, oggi in Italia con 61 milioni di abitanti vi sono 63.000 detenuti. Nel 1873 l’Italia ricercava per il mondo (Patagonia, Australia, deserto eritreo, tunisino) un lembo di terra per impiantare un lager di sterminio per 20.000 borbonici, poiché le carceri napolitane ne ospitavano già 80.000 e nel 1872 in quelle della sola città di Napoli vi erano 11.635 internati. La recrudescenza della resistenza all’invasore nel Meridione fu tale che 11 settembre 1872 fu impartito il lapidario ordine ai militari italiani nel Sud: “Atterrite queste popolazioni. Le cifre descrivono una vera diaspora biblica da pulizia etnica. Di questi soldati d’età prevalente dai 21 ai 26 anni, pochi sopravvissero, non resta una memoria, una lapide, una tomba, un monumento, l’Italia carnefice di allora e quella complice di oggi hanno cancellato il loro eroico sacrificio e la fedeltà alla Patria, quella vera. Oggi si scrive: “solo fra altri 150 anni le due parti (Stato italiano e Meridionali) potranno leggere insieme con serenità le crudeltà commesse”.

I PLEBISCITI e i  FRATELLI  d’ITALIA

I plebisciti d’annessione furono internazionalmente bollati per falsi per l’esclusiva partecipazione di impropri votanti come gli invasori bersaglieri, carabinieri e garibaldini, mentre i cittadini residenti furono pochissimi, meno del 2% ed organizzati dalla malavita locale. L’Unità fu solo un progetto massonico e non delle popolazioni, lo dimostrano le rivolte in Romagna, contemporanee alla guerra nel Meridione e l’insurrezione di Palermo e provincia del 1866, che i Savoia bombardarono per sette giorni causando 4.000 morti. La prova della storica anti-italianità delle popolazioni meridionali si ha con il taciuto episodio dopo il quale iniziò la disfatta di Caporetto e che ebbe protagonista il battaglione Salerno. A quarant’anni dai più significativi episodi di feroce repressione italiana contro i Meridionali gli uomini del Sud furono costretti a combattere nella Grande Guerra per il loro storico nemico italiano. I 2000 soldati del battaglione Salerno, posti nelle retrovie, alla vista del tenete Rommel e dei suoi 400 soldati gli corsero incontro e portandolo in trionfo gridarono “viva Rommel, viva l’Austria”. L’episodio è emblematico per stabilire quanto fosse sentita la patriottica Unità d’Italia dai Meridionali  nella Grande Guerra voluta dalle industrie belliche del nord e quanto fosse amato il tricolore. Tutta falsa la retorica storiografia risorgimentale, il povero fante o era ucciso dagli austriaci o dagli italici carabinieri.

fonte

sudindipendente.superweb

 

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