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L’arte e la politica di Alfredo Saccoccio

Posted by on Set 18, 2019

L’arte e la politica di Alfredo Saccoccio

     Il 28 luglio 1830, un giovane pittore di trentadue anni, già conosciuto, marcia in Parigi sollevata da una sommossa. In agosto, egli scrive :”Siamo stati tre giorni nel mezzo della mitraglia  e delle fucilate, poiché  ci si batteva dappertutto. Il semplice passeggiatore come me aveva la possibilità di buscarsi una pallottola né più né meno quanto gli eroi improvvisati che marciavano contro il nemico con pezzi di ferro muniti di manici di scopa”. E in ottobre : “Per lo spleen, esso se ne va grazie al lavoro. Io ho intrapreso un soggetto moderno, “Una barricata”… Ciò mi ha rimesso di buon umore”.

   “La liberté guidant le peuple”, di Delacroix, è questa barricata. E’ probabilmente, con il “Guernica” di Pablo Picasso, una delle più grandi riuscite della pittura della Storia. Un’insurrezione o una distruzione nella realtà trovano la loro corrispondenza in pittura. Il caso è raro, si dovrebbe chiedersi di puiù perché. Nessun dubbio che Victor-Marie Hugo, per esempio, “vedeva” questo quadro quando scriveva più tardi “ I Miserabili”. Gavroche, sì, eccolo, la pistola in mano. E’ la colpa a Voltaire, è la colpa a Rousseau. La Repubblica discende dal Parnaso, i seni nudi, come una figlia del popolo. La libertà consiste nel saper vivere e parlare nello stesso tempo che  si svolgono gli avvenimenti. “una cosa vista” da Hugo sarà così  molto più di una cosa : “Si entra più profondamente nell’anima dei popoli e nella storia interna delle società umane per la vita letteraria che per la vita politica”. Ed anche : “Il più eccellente simbolo è la pietra. Si marcia sopra  fino a quando essa non vi cada sulla testa”. E ancora : “In Francia c’è sempre una rivoluzione possibile allo stato di calorico latente”.

    Straordinario Ottocento, che termina senza dubbio sotto i sotto i nostri occhi nella commemorazione grigiastra del Maggio  ’68. Il dipinto di Delacroix, come per caso, sarà stato  il penultimo biglietto francese di 100 franchi prima del passaggio all’euro, via il seppellimento colorizzato di Cézanne. Noi accumuliamo i racconti realistici affrettati, le testimonianze abborracciate, le foto, le pellicole, e non esce da questa messinscena che una penosa impressione di bianconero, di polvere evacuabile sotto le lastre pubblicitarie. Nel 1830,  alcuni giganti sono là.  Sono ancora là nel 1848. Sempre là dopo la settimana sanguinosa del 1871. Grande silenzio. E poi il surrealismo e poi il ’68.  In questo mese, Malraux tituba, Sartre se la cava giustamente (“Sii breve”), Aragon scopre che ha peso il proprio tempo a “Mosca la decrepita”. Risorgono delle barricate, la poesia è nella strada, si libera l’amore.  E poi silenzio. Si è là, cioè, insomma, non più lontano dalla tesi 162 de “La Società dello spettacolo”, di Guy Debord,, libro  che resta da leggere : “Sotto le mode apparenti che si annullano e si ricompongono alla superficie del tempo pseudo ciclico contemplato, il grande stile dell’epoca è sempre in quello che è orientato dalla necessità evidente e segreta della rivoluzione.”

   Il grande stile ? Esso non è obbligatoriamente 2Rivoluzionario”, come lo prova, per esempio, la strana attualità di Chateaubriand. Pronunciate il suo nome e tutti si anima. Pivot non sta più nella pelle, Jean d’Ormesson freme da una estremità all’altra, Marc Fumaroli diviene lirico e pronuncia anche il nome di Lautrémont dinanzi a un Michel Rocard sbalordito. Come ? Chateaubriand avrebbe influenzato Lautrémont ? Eh, sì. Questoe non ha impedito a Lautrémont, giustamente, di classificare Chateaubriand nelle Grandi Teste Molli della sua epoca, soprannominandolo “il Mohicano Malincolico”.  Ci si sovviene  senza dubbio che  Victor-Marie Hugo è “Il Funebre Spilungone verde”, George Sand “l’Ermafrodito circonciso” e Lamartine “La Cicogna lamentosa”. Ecco dei regolamenti di conti al vertice, se si può dire. Ed essi sono tanto ben letterari quanto politici. Mitterrand ammirava Lamartine ?  Non ci si stupisce quando si leggono i suoi poveri tentativi poetici (e il primo romanzo di sua figlia, ove figura la molto imprudente dichiarazione   

che dice che la gioventù odierna avrebbe 68 “dietro di sè”, non ci fa avanzare di un passo fuori dalla convenzione più ammuffita).

   Ciò non impedisce che Chateaubriand, Lamartine, Hugo (senza parlare degli altri) sono gigantesche barricate, da soli, contro l’ignoranza, la stupidaggine e la regressione in corso. “La Vie de Rancé” e le “Memprie d’oltretomba” non hanno una grinza, l’azione politica di Lamartine è sempre tanto sorprendente, le annotazioni più brevi di Hugo valgono oro. E’ Baudelaire che parla del “brio di incredulità” di Delacroix, aggiungendo : “Il cielo gli appartiene, come l’inferno, come la guerra, come la voluttà.” Anche Meissonnier aveva fatto una barricata, ma è quella di Delacroix che si sentirà sempre.

   Lamartine, è buffo, era francamente megalomane. Egli si prendeva anche per il Messìa : “E’ evidente che Dio ha la sua idea su di me, poiché io sono un vero miracolo ai miei occhi. Io non posso comprendere altrimenti che per un soffio di Dio, l’inconcepibile popolarità di cui godo qui.” Ciò detto, ecco un poeta che, nel febbraio del 1848, ha tenuto Parigi nella sua mano. Cattiva poesia, azione efficace. La formula “la Francia si annoia” è anche di lui. Sul giornalismo e la libertà della stampa, sull’insegnamento, sull’abolizione necessaria della pena di morte, molte delle formule felici sono da ricordare (era un eccellente oratore). La sua “Storia dei Girondini”  ha cullato la mia infanzia. La sua difesa della bandiera tricolore contro la bandiera rossa vale la svolta. IL 25 febbraio, avete questa scensa stupenda :  Lamartine, fondatore della Repubblica, accogflie Hugo all’Hotel de Ville. Una fucilata rompe il quadretto di vetro. La folla, fuori, è come un mare. Lamartine trascina Hugo in un’altra stanza e  pranza rapidamente dinanzi a lui, senza coperti.

   Alfredo Saccoccio

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