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Le due anime di Don Liborio Romano – Alta Terra di Lavoro

Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le due anime di Don Liborio Romano

Posted by on Nov 13, 2017

Le due anime di Don Liborio Romano

Non si può parlare del Risorgimento Meridionale e del crollo del Regno di Napoli senza accennare, anche se brevemente, a Don Liborio Romano. Avrebbe potuto salvare la Dinastia, forse non volle. O non poté, per non essere l’unico consigliere di un sovrano troppo giovane, troppo debole, troppo irresoluto. Fu detto “un mistero avvolto in un enigma”: liberale con i liberali, borbonico e lealista con il Re. Corrispondeva segretamente con Cavour e Persano e proclamava nello stesso tempo la sua fedeltà alla Dinastia: l’unico a poterla salvare, ambiva fosse indicato. Riuscì, senza soluzione di continuità, ad essere ministro di Francesco II e, subito dopo, di Garibaldi. Il giudizio degli storici legittimisti è aspro: traditore per il severissimo De Sivo. Per il popolino napoletano, legato a Franceschiello, sbrigativamente e spregiativamente “il paglietta”, e cioè l’avvocaticchio arruffone e imbroglione. In effetti assicurò il trapasso tra il vecchio ordine e il nuovo, risparmiando a Napoli, almeno relativamente, il disordine e l’anarchia. Fu il solo a contrastare apertamente, e spesso con successo, l’onnipotente e prepotente Bertani. Ebbe molti dei pregi e dei difetti dei meridionali: intelligenza, duttilità, scaltrezza, non grande senso morale, estro, fantasia. Per descriverlo, lasciando da parte, almeno una volta, la caustica penna del De Sivo o quella irruenta, e non meno acre ed amara, dell’impetuoso cappellano del 90 Cacciatori, Don Giuseppe Buttà, vale riportare due brani di suoi scritti e discorsi: del “memorandum” diretto a Francesco negli ultimi suoi giorni nella Capitale e dell’indirizzo rivolto a Garibaldi, il 7 settembre, all’arrivo alla stazione a Napoli. E, a conclusione, l’epigrafe (un vero e proprio ritratto in miniatura, da far impallidire d’invidia Litton Strachey) che per lui dettò Giovanni Bovio.

Il “memorandum” a Francesco II

“Che V.M. si allontani per poco dal suolo e dalla Reggia dei suoi Maggiori; che investa di una reggenza temporanea un Ministero forte, fidato, onesto, a capo del quale sia preposto, non già un Principe reale… ma bensi’ un nome cospicuo, onorato, da meritare la piena confidenza della M.V. e del Paese”.

“indirizzo” a Garibaldi

“Signor Generale, voi vedete al vostro cospetto un Ministero che ricevette il suo potere da Francesco II. Noi lo accettammo come sacrificio dovuto alla Patria. L’accettammo in momenti difficilissimi, quando il pensiero dell’Unità italiana sotto Vittorio Emanuele era diventato onnipotente… per mantenere la pubblica tranquillità e preservare lo Stato dall’anarchia e dalla guerra civile… Noi depositari del potere, cittadini e italiani anche noi, lo trasmettiamo confidenti nelle vostre mani, certi che indirizzerete questo paese al nobile scopo… che è nel cuore di tutti: Italia e Vittorio Emanuele”.

L ‘epigrafe di Bovio

DA XXIV ANNI

O LIBORIO ROMANO

LA STORIA

PENDE IRRESOLUTA

SUL TUO NOME

MINISTRO POSTREMO

DEL CADENTE BORBONE DI NAPOLI

ADDITAVI L’ESILIO AL TUO’ RE

E APRIVI LA REGGIA AL DITTATORE

INERME

CUSTODE DELLE AUTONOMIE

REGIONALI

E BANDITORE D’UNA ITALIA

FEDERATA

ACCETTAVI L’UNITÀ

SENZA PROTESTA SENZA CONDIZIONI

E DAL VECCHIO AL NUOVO

PRINCIPATO

PASSAVI

COME SE DUE ANIME

TI POSSEDESSERO

E DUE LEGGI MORALI

MA LE TRONCATE INSIDIE DI CORTE

LA SERVATA INCOLUMITÀ PUBBLICA

E IL DIRITTO NAZIONALE

CHE D’UNA IN ALTRA METROPOLI

CERCAVA ROMA

TESTIMONIANO

CHE I PECCATI TUOI

FURONO I DESTINI DELLA PATRIA

di Ludovicvo Greco

da: “Piemontisi, Briganti e Maccaroni”, Guida Editore, Napoli, 1975

fonte

brigantaggio.net

 

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