Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le ferite non sono tutte uguali di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Mag 17, 2018

Le ferite non sono tutte uguali di Fiorentino Bevilacqua

Quando la squadra del Napoli Calcio viene danneggiata da errori arbitrali, veri o presunti, o quando l’avversaria … “meno simpatica” , la Juve, riceve “favori” da parte degli arbitri, moltissimi sono quelli che se ne lamentano sui social, per strada, al bar etc.

 

Quando, invece, si ha notizia di decisioni politiche che danneggiano il Sud (e, quando questo accade, quasi sempre c’è un effetto speculare che avvantaggia il Nord) molte di quelle persone, che si indignano per gli errori arbitrali, non reagiscono.

Che i fondi per un certo progetto, i finanziamenti per una certa opera etc., siano distribuiti asimmetricamente, a vantaggio di alcuni (localizzati in una certa parte del Paese: il Nord) e a danno di altri (localizzati nell’altra parte del Paese: il Sud), sembra interessi meno del rigore assegnato o negato1,2.

Ma qual è l’origine di questo comportamento duplice che porta all’indignazione e alla protesta, anche veemente, di fronte a danni piccoli (quelli sportivi) e alla non reazione, quasi all’indifferenza, di fronte a quelli grossi, sostanziali, che danneggiano molto di più sia Napoli che il territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie?

Le cause possono essere diverse.

A volte sembra di riconoscere, in certe azioni, in certe nostre risposte, una sorta di rassegnazione preventiva. Ci si sente condannati all’evento negativo: “a noi non può che andare così3.

Questa sorta di rassegnazione (una reazione minima alla quale potrebbe essere il comportamento detto … con cazzimma), non è primitiva: non è genetica e non si può ascrivere al clima, ma è frutto di qualcos’altro.

Nella costruzione dello stato d’animo rassegnato, che fa vivere ciò che di negativo accade come qualcosa di ineluttabile, hanno un ruolo fondamentale sia la Storia che ci hanno insegnato a scuola (che ci ha negato la conoscenza di come veramente eravamo prima del 1860), sia l’immagine negativa che di noi stessi ci viene fornita quotidianamente attraverso i media. La seconda, conferma e rafforza la prima.

A rinforzare ulteriormente questa diseducazione (“educazione alla minorità”, la definisce Pino Aprile) provvede poi il fatto che, in concreto, mai cambia qualcosa, nonostante le infinite promesse, deludendo così ogni speranza e ogni attesa. Qui la colpa è dello Stato, della Politica, troppo assenti, dalle nostre parti, o, meglio, presenti in modo sbagliato a partire dal 1860.

Su questa “assenza” il revisionismo storico ha gettato una luce nuova, chiarificatrice, decisiva: essa non è casuale, fortuita; non è dovuta a negligenza. Essa è studiata, voluta, strategica.

La strumentale disinformazione ha creato, e mantenuto, una sorta di funzionale paradigma unitario che è talmente forte, continuamente inculcato e ben radicato, da non consentire (ad alcuni) di essere anche solo sfiorati dall’idea che, per esempio, oltre ai furbetti del quartierino (distribuiti su tutto il territorio), esistono anche degli approfittatori … “seriali”, sistemici, di regime, le cui azioni hanno effetti distribuiti in maniera tanto asimmetrica sul territorio da dividere sostanzialmente in due il Paese che, sin dalle sue origini cosiddette unitarie, e per gli stessi motivi, mai è stato uno.

La narrazione della storia del Paese “unito” fatta dalla Scuola, in primis, e dai mezzi di informazione poi, non aiuta a farsi un’idea corretta delle sue origini, origini che tanto corrette non sono state…

Dipingendo come positivi, alti e nobili i motivi che spinsero chi operò affinché nascesse l’Italia unita, non solo si sono nascoste motivazioni, bassezze e tragedie indegne, ma si è creato un mito che mette al sicuro la memoria dei “Padri della Patria Unita”, ma anche le azioni, dello stesso segno, dei loro epigoni, dal 1860 fino ad oggi.

Una volta costruita l’idea virtuale del Paese unitario ed averla ammantata di un alone di sacralità (tanto che ogni cosa che accade deve essere inquadrata in questo contesto uno e sacro), essa diventa quasi inattaccabile per meccanismi e processi propri della psicologia umana…

Dell’ideologia, dell’iscrizione ad un certo partito, della condivisione di una idea forte (come può essere quella dello Stato di appartenenza) se ne fa, inconsciamente, una questione quasi di identità personale; per cui, mettendo in dubbio la prima, si mette in crisi la seconda. Questo impedisce di leggere e vedere ciò che quel partito fa, quel gruppo mette in essere, etc., per ciò che esso realmente è valutandolo dagli effetti che produce sulla società4.

Si spiega quindi come il paradigma unitario, quello che fa coniugare la realtà del Paese come se fosse realmente uno al di là di ogni possibile dimostrazione o prova del contrario, è talmente forte in alcuni, da spingerli quasi alla violenza se viene messo in discussione.

Un certo tipo di scelte politiche, fa più danni (e, di converso, produce più benefici) di un errore commesso da un arbitro durante una partita di calcio. Ma questo, molti, ancora non lo notano: su di loro scivola via senza lasciare traccia, senza cambiare la loro consapevolezza e le loro idee.

E’ come se non fosse un problema sul quale vale la pena di informarsi, ragionare, discutere; è come se, pur essendo in grado di capire, razionalmente, che da quella scelta politica scaturiscono conseguenze negative, si attivasse un meccanismo che porta a trovare motivazioni razionali che sminuiscono gli effetti e altre che giustificano il sussistere di ciò che ne è causa. Questo perché se chi ha operato quella scelta, se l’ideologia che ha dettato quella scelta (o il paradigma, la temperie culturale nella quale essa scelta si inserisce a pieno titolo facendone parte integrante), è una cosa che fa parte del proprio essere, è qualcosa in cui ci si riconosce, non si può vedere quella scelta per ciò che essa è, perché, mettendo in discussione questa, è come se si mettesse in discussione un pilastro della propria personalità, del proprio essere ciò che si è. Agendo così si finisce per sostenere, difendere e mantenere ciò che, invece, andrebbe eliminato, sostituito da altro o, quanto meno, modificato: “essere in accordo con un gruppo con cui ci riconosciamo è il nostro obiettivo principale, è più importante che essere accurati nel nostro giudizio[…] È proprio questo che spesso ci porta fuori strada4.

D’altra parte, potrebbe essere che, costruire un mito (quello, nel nostro caso, dell’Unità ispirata e mossa da altissimi valori etici) e un conseguente paradigma, porta a creare una sorta di “folla psicologica” che agisce (in riferimento a quel mito e secondo le regole di quel paradigma) come un tutt’uno, che si scaglia contro, o semplicemente deride o ignora chi o cosa dissente da essi semplicemente perché ha bisogno di assegnare, ad ogni cosa che da essi discende, una maggiore credibilità rispetto a ciò che non fa parte di quella “coniugazione”. Tutto ciò crea un mostro che è difficile anche solo scalfire in alcuni di coloro che sono già saldamente strutturati e hanno scarsa plasticità sinaptica. Diversamente, invece, per chi deve ancora formarsi (perciò è importante “entrare” nelle scuole con le idee nuove, con la Storia rivisitata).

Nel nostro caso, l’idea, il “mito” che fa da attrattore, è quello Unitario che diventa, così, paradigma unitario: modello in cui identificarsi e paradigma in base al quale declinare tutta la realtà del Paese: “La psicologia delle folle mostra a qual punto le leggi e le istituzioni esercitano scarsa azione sulla loro natura impulsiva e come esse siano incapaci d’avere qualsiasi opinione al di fuori di quelle che sono loro suggerite. Delle regole derivate dalla pura equità teorica, non saprebbero condurle. Soltanto le impressioni fatte nascere dalla loro anima, possono sedurle5 .

E il paradigma unitario deve essere molto seducente se impedisce, a molti suoi figli del “Sud” (nella quasi totalità non consenzienti, agli inizi di questa storia), di vedere i disastri in cui “quella unità” li ha precipitati.

L’edificazione del paradigma unitario, poi, è più facile se si sottraggono informazioni veritiere e se ne forniscono in sostituzione altre, fasulle ma più utili allo scopo6.

Così, dunque, alcune cose, fra quelle decisive che ci riguardano come abitanti del territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie, molti di noi ancora non le vedono per ciò che sono: un problema, una ferita dolorosa come e più di quelle inflitte sui campi di calcio alla nostra squadra del cuore, quella della Capitale, specialmente se in contrapposizione sportiva, agonistica, con quella bianconera dell’altra capitale, quella sabauda.

In realtà, però, fanno male lo stesso, più delle altre, più di quelle sportive e più persone se ne renderanno conto, meglio sarà: esse ci toccano negli interessi legittimi, non ludici, ma tangibili, pratici e veramente necessari per vivere una vita dignitosa…come i “fratelli” del Nord, ai quali, però, prima o poi, per certe cose, dovremo smettere anche di fare riferimento.

Noi siamo noi.

Fiorentino Bevilacqua

01.05.18

…………………………….

  1. https://www.ilmattino.it/economia/investimenti_nord_ferrovie-662116.html
  2. http://www.lavoce.info/archives/42693/nord-e-sud-divisi-anche-dalle-infrastrutture/
  3. https://www.riza.it/psicologia/l-aiuto-pratico/3455/rassegnazione-un-arma-a-doppio-taglio.html
  4. Credibilità basata sull’identità … http://www.lescienze.it/news/2018/02/21/news/appartenenza_gruppo_opinioni-3870642/
  5. Gustav Le Bon, Psicologia delle Folle.
  6. Il Regno delle Due Sicilie, aveva una riserva aurea di oltre 443 milioni di lire; un debito pubblico pari a 411 milioni di lire (pari a 59 lire pro capite). Il regno di Sardegna aveva 27 milioni di lire di riserva aurea, un debito pubblico di un miliardo e 121 milioni di lire (pari a 261 lire pro capite). Dopo l’unificazione, lo stato “unitario” spendeva 15 lire per ogni cittadino dell’ex Regno delle Due Sicilie e 50 lire per ogni cittadino del Nord. etc. Da … http://www.ilportaledelsud.org/rec-ressa.htmhttp://www.ilportaledelsud.org/rec-ressa.htm :

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