Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Le industrie nell’alta Terra di Lavoro prima e dopo l’unità

Posted by on Mar 26, 2016

Le industrie nell’alta Terra di Lavoro prima e dopo l’unità

il nostro studioso avvocato Laborino Ferdinando Corradini. che insieme Iadecola, Berarger e Riccardi, ha costituito la punta di diamante degli studiosi dell’alta terra di lavoro, mi permette di pubblicare un suo articolo comparso anni fa su Studi Cassinati sulle industrie in ciociaria, oh scusate è scappato anche a me pronunciare un obbrobrio ma volevo dire Alta Terra di Lavoro,  nel 2008 che per il rigore scentifico e la chiarezza comunicativa merita di essere letto. In fondo l’articolo in word compresivo delle note uno studio del 1845 un inedito è una sorpresa.

Le industrie nell’alta Terra di Lavoro prima e dopo l’unificazione

 

I rapporti fra la media Valle del Liri e la odierna Italia meridionale datano molto indietro nel tempo. Sappiamo, infatti, che nel 354 a.C. fra i Romani e i Sanniti fu concluso un trattato con il quale i due popoli delimitarono le rispettive sfere di influenza. Per quanto riguarda la valle latina, tale “lottizzazione” prese a riferimento il Liri: a destra del fiume fu lasciata mano libera ai Romani; a sinistra ai Sanniti: fu così che centri quali Cassino, Atina, Fregellae e Arpino finirono sotto il controllo delle genti del Sannio1. Nel I secolo d.C. Augusto divise l’Italia in province anzi in regiones; la I, denominata Latium et Campania, andava all’incirca da Roma a Salerno e aveva quasi al centro la valle del Liri-Garigliano2. Com’è noto, l’unità politica della penisola si ruppe nel 568 allorché in Italia giunsero i Longobardi, che, nell’Italia meridionale, dettero vita al Ducato di Benevento. Di tale ducato fin dall’inizio fecero parte Cassino e Aquino, successivamente Atina3. Nell’anno 702 i Longobardi di Benevento presero anche Sora, Arpino e Arce, sottraendo tali centri al Ducato bizantino di Roma e portando, in tal modo, i loro possedimenti fino al Liri4. Quando, poi, nel 1130, i Normanni unificarono l’Italia meridionale organizzandola in province, in quella di Terra di Lavoro venne ricompreso il territorio che andava, nelle grandi linee, da Napoli fino a Sora, e che, in precedenza, era diviso fra i ducati ex bizantini di Napoli e Gaeta, sulla costa, e il Principato longobardo di Capua, nell’entroterra5. Fu soltanto durante il Fascismo che la valle del Liri passò dalla Campania al Lazio: la parte della provincia di Terra di Lavoro che era ricompresa nel Distretto di Sora venne aggregata alla neo-costituita provincia di Frosinone nel 1927, mentre il distretto di Gaeta concorse a costituire la neonata provincia di Littoria, poi Latina, nel 19326. Per capire se un paese dell’attuale Lazio meridionale faceva parte della Terra di Lavoro (e del regno delle Due Sicilie), basta far riferimento al suo prefisso teleselettivo: 0776 in provincia di Frosinone e 0771 in quella di Latina testimoniano questa diuturna appartenenza, mentre i Comuni ex pontifici delle due attuali province sono connotati rispettivamente dai prefissi 0775 e 0773. Molto antica era l’industria della lana nella valle del Liri. Sappiamo che il padre di Cicerone era un produttore di panni di lana in conseguenza di un “incidente” occorso al famoso oratore, il quale, raggiunte le più alte cariche della Repubblica romana, si vantava di avere discendenza da un antico re volsco. “Ma quale re volsco – gli spiattellò in faccia in pieno Foro un suo avversario politico – se tuo padre faceva il fullone!?” Con quest’ultimo termine si indicavano proprio i produttori di panni di lana. Ma che nella Arpino di Cicerone fosse fiorente tale industria, si rileva anche dal fatto che, in occasione di alcuni lavori di restauro, sotto il pavimento della chiesa dedicata alla Madonna Assunta, posta nel quartiere di Civita Falconara, è venuta alla luce un’iscrizione latina in cui si fa espresso riferimento a Mercurio Lanario, il quale, con ogni probabilità, era il “protettore” della corporazione dei produttori di panna di lana arpinati7. Alla base di tale industria vi era un motivo pratico: il territorio di Arpino è bagnato, nella sua parte bassa, dal fiume Fibreno, che è emissario del lago detto della Posta ed è un affluente di sinistra del Liri. Le acque del Fibreno presentano una caratteristica: hanno una temperatura piuttosto bassa, conseguentemente non favoriscono la nascita e la crescita dei microrganismi animali e vegetali. Sono, quindi, particolarmente “pulite” e perciò adatte alla “follatura”. Con tale termine si indica la procedura grazie alla quale i panni di lana diventano “sodi”, cioè compatti, mentre “fulloni” venivano detti coloro che la praticavano. Quando si incrociano i fili di lana, infatti, non si ha un tessuto chiuso, ma una trama che lascia passare l’aria. Per “compattare” tale orditura la si immergeva nell’acqua e, poi, la si pressava (“follava”) continuamente con dei colpi di maglio, anch’esso azionato dall’acqua. Ancora oggi a Carnello, che è una località posta sul Fibreno, nel punto in cui questo fiume segna il confine fra Arpino e Sora, è possibile vedere i resti di una torre fullonica in cui aveva luogo questo tipo di lavorazione. Vi è da aggiungere che il Fibreno si muove su un piano inclinato: ciò conferisce una certa pressione alle sue acque, ancor più accentuata nella zona di Carnello, dove sono delle piccole cascate8. L’industria della lana arpinate conobbe un’accelerazione a partire dagli inizi del Settecento. Ciò probabilmente avvenne anche in conseguenza di un’iniziativa presa dal feudatario Antonio Boncompagni Ludovisi, duca di Sora e di Arce nonché signore di Arpino e Aquino, il quale tra il 1710 e il 1711 concesse in prestito la complessiva somma di seimilaseicento ducati, al 6% annuo, a vari mercanti di lana di Arpino9. Tale industria godé anche della protezione della dinastia borbonica allorché la stessa si insediò sul trono di Napoli. Probabilmente non è un caso che a Arpino soggiornarono, anche per periodi piuttosto lunghi, il re Carlo nonché i due Ferdinando e probabilmente non è neanche un caso che gli stessi venissero ospitati nelle case di fabbricanti di panni di lana, all’ingresso di una delle quali ancora oggi fa bella mostra di sé una statua del re Carlo. Ciò ci è ricordato da varie iscrizioni presenti nella città, una delle quali, posta sulla facciata dell’edificio al civico 20 della via Capitano Federico Ciccodicola, fa espresso riferimento alla presenza del re Carlo nel 1744 presso un “nobile lanificio, regio per sua munificenza”10. Anche per mettere in comunicazione gli opifici della valle del Liri con il porto di Napoli, sul finire del Settecento il re Ferdinando IV stabilì che fosse costruita la prima strada rotabile dell’odierno Lazio meridionale, che collegava la capitale del Regno, passando per San Germano (odierna Cassino) e Arce, con il triangolo industriale di Terra di Lavoro, costituito da Arpino, Sora e Isola. Tale strada si identifica oggi con la via Casilina da Capua fino al cimitero di Arce; da qui fino a Sora, ad eccezione di una breve variante, con la Provinciale Valle del Liri. La costruzione della stessa ebbe del conseguenze non solo economico-commerciali ma anche politiche. Insieme con la sua realizzazione, infatti, nel 1796, il Re stabilì di abolire la feudalità negli stati di Sora, Arpino, Arce e Aquino, tutti, come già visto, fino ad allora amministrati dal duca Boncompagni Ludovisi: si prevedeva, come in effetti poi accadde, che la strada avrebbe fatto crescere l’economia della valle del Liri; si volle, quindi, liberare tale crescita dai “lacci e lacciuoli” che il feudatario avrebbe potuto imporle11. Nella città di Cicerone la lana veniva filata e, quindi, tessuta con telai azionati a mano. Ultimata tale operazione i panni venivano portati a Carnello per la follatura che veniva effettuata presso le gualchiere poste sul Fibreno e, quindi, riportati ad Arpino per la rifinitura. A partire dagl’inizi dell’Ottocento, vennero utilizzati dei moderni telai azionati dalla corrente dell’acqua: ciò determinò lo spostamento a valle di numerosi precedenti opifici e la nascita di nuove fabbriche che vennero posizionate sia lungo il Fibreno che lungo il Liri. Anche quest’ ultimo fiume, nel suo medio corso, si muove su un piano inclinato in quanto nel tratto da Sora a Ceprano supera un dislivello di circa centocinquanta metri, per superare i quali talvolta forma delle cascate, che, com’è agevole intendere, costituivano delle notevoli fonti di energia. Una di tali cascate, posta nel centro di Isola del Liri, ancora oggi viene indicata come “del valcatoio”, in quanto con il termine “valchiera” o “gualchiera” veniva anche indicato il luogo in cui avveniva la “follatura” dei panni12. Come ha evidenziato Aldo Di Biasio nel suo La Questione Meridionale in Terra di Lavoro, nel periodo precedente l’unificazione, nella valle del Liri-Fibreno vi erano ben quindici lanifici con le dimensioni di grande industria, tra questi spiccavano quelli di Polsinelli, Zino, Ciccodicola e Manna. A tali quindici opifici se ne aggiungevano ancora tanti altri “senza acqua e senza motori”: di questi ultimi solo ad Arpino se ne contavano ben trentadue. In questa città gli operai impegnati nella produzione di panni di lana erano settemila. Nel quinquennio 1840-45, nel Distretto di Sora si produssero panni di lana per complessive 320.000 canne (la canna era pari a m. 2 e cm. 11), alti dieci palmi (il palmo era pari a cm. 26,4): di questi 200.000 a Arpino, 30.000 a Sora, 40.000 a Isola e 50.000 a S. Elìa (in quest’ultimo centro, posto nelle vicinanze di Cassino, si sfruttavano le acque del fiume Rapido). Nello stesso periodo la produzione di panni di lana dava complessivamente lavoro dagli 11.500 ai 12.000 operai. Il lanificio Zino forniva anche i panni “color rubbio” all’esercito borbonico13. Un dato balza agli occhi dalla pianta della provincia di Terra di Lavoro eseguita dal Marzolla nel 1850: Arpino contava 12.699 abitanti, Caserta, che della detta provincia era il capoluogo, 10.845. Vi è da aggiungere che a Isola del Liri, nel lanificio dei fratelli arpinati Giuseppe e Angelo Polsinelli, il 28 maggio 1852 ebbe luogo un episodio di luddismo (v. nota da aggiungere), che, come ha evidenziato lo “scopritore”, Silvio de Majo, costituisce il primo fatto di tal genere documentato in Italia14. L’industria della lana nella nostra valle conobbe degli alti e dei bassi. La stessa, però, si avviò ad un inarrestabile declino subito dopo l’unificazione nazionale. Vi è da dire che tale industria nel periodo preunitario poteva reggere i mercati grazie ai dazi protezionistici. Tali dazi erano stati alquanto mitigati nel 1848, ma furono ben presto reintrodotti dal governo napoletano allorché ci si avvide delle difficoltà in cui i produttori regnicoli erano venuti a trovarsi una volta messi a confronto con la concorrenza straniera. Com’è noto, nel 1860 il regno delle Due Sicilie fu conquistato da quello di Sardegna e il 30 ottobre di quello stesso anno, ad appena quattro giorni dal fatidico incontro detto di Teano, la tariffa doganale piemontese fu estesa all’ex regno delle Due Sicilie. Conseguentemente i dazi protettivi furono abbassati, in complesso, di circa l’ottanta per cento “senza un lavoro di preparazione per il passaggio dall’uno all’altro sistema e senza tener conto delle differenze fra Nord e Sud”. Alle elezioni del 1861, il collegio di Sora inviò al parlamento di Torino Giuseppe Polsinelli di Arpino, che, insieme con il fratello Angelo, era uno dei principali produttori di panni di lana della valle del Liri. Contro la riduzione improvvisa dei dazi doganali protestò vibratamente il Polsinelli in un memorabile discorso tenuto alla Camera il 25 maggio 1861, con il quale, “fra la generale incomprensione e ostilità”, espose la situazione in cui erano venute a trovarsi le industrie tessili napoletane: “Sa il signor presidente del Consiglio – urlò in faccia al Cavour – i dolori e le perdite che hanno subite gl’industriali delle province meridionali? Sa il signor presidente del Consiglio quante centinaia di migliaia di persone sono a languire dalla fame per quelle modificazioni?” Il Cavour, serafico, gli rispose che, a quel che lui sapeva, da quando era stata introdotta la nuova tariffa doganale i traffici al porto di Genova erano aumentati15. La stessa cosa, però, aggiungiamo noi, non era accaduta nei porti di Napoli e di Palermo. Una dopo l’altra chiusero tutte le fabbriche che producevano panni di lana nella valle del Liri. L’ultima, che dava lavoro a 190 operai, nel 1882. Finì così una tradizione industriale che, come abbiamo visto, affondava le sue radici nel periodo della Repubblica romana. Appena cinque anni dopo, nel 1887, per proteggere le industrie, che, nel frattempo, si erano concentrate al Nord, quelle della lana in primo luogo nella piemontese Biella, furono reintrodotti i dazi. Questa nuova tariffa doganale determinò la crisi della viticoltura e della olivicoltura, produzioni, queste, tipiche e preponderanti nell’Italia meridionale. Come ha evidenziato Denis Mack Smith, cominciò allora la corrente migratoria dal sud Italia verso l’America, “che divenne ben presto una vera e propria inondazione”16. Passando ad altro argomento, dobbiamo ricordare come, sullo spirare del regno delle Due Sicilie, il re Ferdinando II aveva fatto realizzare sulle sponde del fiume Melfa, affluente del Liri, nel territorio di Atina, un altoforno per la produzione del ferro, che si traeva dalla limonite estratta dalle miniere della valle di Comino, solcata dal detto fiume. Tale altoforno fu disattivato subito dopo l’unificazione. A ricordarci chi lo aveva fatto costruire, ancora oggi nella chiave di volta della struttura muraria in cui era allocato possiamo ammirare un magnifico stemma dei Borbone di Napoli17. Un discorso a parte merita l’industria della carta. La prima cartiera fu impiantata nel 1519 da tal Ottavio Petrucci nel territorio di Sora, lungo il fiume Fibreno18. La produzione della carta conobbe un notevole sviluppo a partire dagli inizi dell’Ottocento. Intorno alla metà di tale secolo, gli stabilimenti si trovavano sulle sponde del Liri e su quelle dei suoi affluenti di sinistra: Fibreno, Melfa e Rapido. Ricordiamo l’opificio Bartolomucci a Picinisco, quello dei fratelli Visocchi ad Atina (con 110 operai), quello dei fratelli Lanna a S. Elìa, le cartiere Courrier, Servillo, Lambert-Mazzetti ad Isola del Liri, la Pelagalli nel territorio di Arpino, quella del conte Lucernari ad Anitrella (quest’ultima si trovava sulla destra del Liri, nello Stato Pontificio, e arrivò a dar lavoro a 200 operai). Su tutte emergeva la cartiera del conte Lefèbre a Isola, che dava lavoro a 500 operai. La stessa disponeva di acqua in abbondanza, essendo situata fra il Liri e il Fibreno, disponeva, altresì, di una grande quantità di carbone tratto dai boschi vicini ed era, infine, fornita di una macchina, detta “senza fine”, la sola in Italia, una delle poche esistenti in Europa. Tutte queste cartiere, esclusa quella di Anitrella, che, come già scritto, si trovava in territorio pontificio, potevano vantare una produzione complessiva media annua di circa ottantamila quintali di carta. La materia prima utilizzata per la sua produzione erano gli stracci, di cui, ogni anno, venivano utilizzati 120.000 quintali. Non possiamo non evidenziare come noi, oggi, per produrre la carta, tagliamo gli alberi, mentre nel passato si riciclavano gli stracci. La raccolta di tale materia prima dette origine a un florido commercio in cui si distinsero ben presto gli abitanti di Sora, i quali, per tale loro attività, si videro ben presto gratificati dell’epiteto di cinciàri, che sta per “cenciaioli”. In un discorso tenuto alla Camera il 27 maggio 1861, il già detto deputato del collegio di Sora, Giuseppe Polsinelli, fece presente di aver ricevuto “premure grandissime” dai fabbricanti di carta della valle del Liri perché sollecitasse il Governo “a trovar modo d’impedire l’esportazione degli stracci”, che, come abbiamo appena visto, costituivano la materia prima da cui si produceva la carta. Nel medesimo intervento il Polsinelli ricordò ai colleghi del Parlamento di Torino come l’industria della carta della Valle del Liri “aveva prosperato tanto nel passato governo [borbonico,ndr] che i suoi prodotti in gran parte andavano all’estero, finanche in Inghilterra ad uso del grande giornale il Times”. Bisogna dire che questa volta fu accontentato. Il Parlamento stabilì di mantenere eccezionalmente in vita il dazio di uscita sugli stracci, non solo verso l’estero, ma anche verso le altre province italiane. È forse questo uno dei motivi per i quali l’industria della carta della valle del Liri è riuscita a sopravvivere fino al secondo dopoguerra. In conclusione ricordiamo come, fino all’unificazione, i 2/3 dei panni di lana e della carta che si consumavano nel regno delle Due Sicilie erano prodotti nella valle del Liri e venivano comunemente chiamati “di Arpino”, dalla città capofila della produzione industriale. Le lane locali non erano inferiori a nessun altro prodotto del Regno, mentre le carte venivano esportate finanche in Grecia, Inghilterra e Francia (le due ultime erano le superpotenze dell’epoca)19. Abbiamo fatto cenno in precedenza all’onorevole Giuseppe Polsinelli. Egli, che era nato sul finire del Settecento, aveva preso parte sia ai moti carbonari del 1820-21 che a quelli del 1848. Nel 1860, poi, armò, a sua cura e spese, settanta uomini per dar man forte all’esercito savoiardo che stava scendendo alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Eletto, come già visto, deputato al Parlamento di Torino, divenne uno dei più tenaci oppositori della politica cavouriana20. Il raffronto fra la situazione precedente e quella successiva all’unificazione dell’intera provincia viene così tratteggiato dal prof. Carlo Zaghi nella sua Prefazione a La Questione Meridionale in Terra di Lavoro di Aldo Di Biasio21: Terra di Lavoro! Una delle province più vaste, più popolate, più sviluppate e ricche di infrastrutture dell’intero Meridione sotto il dominio borbonico; una delle più diseredate, delle più sfruttate e abbandonate del nuovo Regno d’Italia: popolazione in continuo aumento, pressione fiscale intollerabile, brigantaggio a sfondo sociale con punte drammatiche di rara e cruenta efferatezza, servitù militari insostenibili, ristagno degli investimenti pubblici e cessazione automatica dei molteplici privilegi dei quali la provincia aveva fruito negli anni precedenti, recessione manifatturiera, crollo massiccio dell’occupazione operaia e contadina, pauperismo, emigrazione, ecco solo alcuni dei problemi che la provincia presenta dopo l’Unità. […] Gli investimenti pubblici da circa un terzo degli investimenti di tutto il Regno borbonico (nel 1854 sono stati spesi nell’intera Italia meridionale 3.556.670 ducati, ma di essi 1.248.230 sono stati investiti a Napoli e ben 907.157 in Terra di Lavoro, mentre la terza provincia, Bari, con 208.636 ducati seguiva a notevole distanza) sono diventati assai meno della decima parte dopo l’Unità (limitatamente alle strade nel quarantennio 1862-1898 sono state spese nella provincia £ 9.623.512 e nel Meridione continentale £ 280.138.569). Al minore investimento di capitali pubblici risponde un maggior carico fiscale, basato essenzialmente sul barbaro sistema della tassazione indiretta. Pressoché inesistente nel Regno borbonico, la pressione fiscale diventa insostenibile nello Stato sabaudo, fino a raggiungere vette davvero vertiginose. Nel solo 1870 la tanto odiata tassa sul macinato ha permesso di raccogliere ben 1.382.447 lire. Le imposte nel loro complesso sono state caratterizzate da un crescendo spaventoso. Basti pensare, ad esempio, che nel 1870 la provincia ha versato alle casse dello Stato 21.415.760 lire e che il totale delle imposte, che ciascun abitante versava annualmente all’erario, il quale già nel 1864 aveva superato la media nazionale, raggiunge, appena tre anni dopo, nel 1867, la somma di £ 35,99 per abitante, là dove, nel Regno delle Due Sicilie, il fisco gravava in media su ciascun abitante con la somma annua di £ 16,06 nel 1857 e £ 16,11 nel 1859. […] Nel 1876 gli operai impiegati nei dieci maggiori tipi di opifici della provincia sono 8.360, nel 1887-88 4.716: nel solo circondario di Arpino nel 1845 erano oltre dodicimila. […] La produzione agricola è caratterizzata da un costante aumento negli anni sessanta, diminuisce gradualmente negli anni settanta e crolla in quelli seguenti. […] Ecco allora spiegato l’aumento dei crimini che da cinquecento nel 1855 passano a cinquemila nel 1870, quello dei mendicanti […] e quello dei reclusi, che da meno di un migliaio nel 1855 raggiungono le diecimila unità nel 1870. […] Una prima reazione a tale stato di cose fu il brigantaggio. […] La fine del brigantaggio è intimamente legata all’inizio dell’emigrazione, due aspetti di un unico problema: la diseredazione economica. Dal 1876 al 1887 emigrano 17.270 abitanti; poi il loro numero aumenta in un crescendo sbalorditivo: 3.000 nel 1890, 4.000 nel 1891, 7.641 nel 1893, 9.122 nel 1896, 14.065 nel 1900, 23.901 nel 1901, 28.210 nel 1913. Allargando lo sguardo all’intero ex Regno delle Due Sicilie rileviamo che non meno significative sono le pagine dedicate da Francesco Saverio Nitti al raffronto fra la situazione preunitaria e quella successiva all’unificazione. L’uomo politico ed economista meridionale ha dimostrato con dati, fatti e cifre che, con l’annessione al Regno d’Italia, il meridione non solo non risolse i suoi problemi ma peggiorò la sua situazione22: A causa dell’estensione del sistema fiscale piemontese avvenne che il Regno delle Due Sicilie si trovò ad un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse in esso avvenuta, a passare dalla categoria dei paesi e imposte lievi nella categoria dei paesi a imposte gravissime. […] Mentre altre regioni si alleggerivano o rinnovavano con i vecchi ordini, o avevano riduzioni, nel Regno delle Due Sicilie a pochi anni di distanza si succedevano imposte che non si conoscevano affatto prima, o imposte che erano conosciute in forma lievissima. […] Leggendo le collezioni dei giornali napoletani di quel tempo si vede lo spavento che suscitavano i nuovi ordinamenti fiscali mentre nel Piemonte, Liguria, Lombardia il carico tributario veniva alleggerito. Il Nitti, che, come già scritto, era un economista, esaminò analiticamente i bilanci dello Stato italiano dal 1862 al 1897. Con cifre ufficiali alla mano poté, quindi, provare che il meridione, rispetto alle sue capacità, diede allo Stato un contributo di imposte e di tasse nettamente superiore a quello del Nord: In quarant’anni il Sud ha dato ciò che poteva e ciò che non poteva: ha ricevuto assai poco, soprattutto ha ricevuto assai male. Si può calcolare che, per effetto della politica dello Stato, della differenza fra la contribuzione dei cittadini e le spese pubbliche, per effetto della rendita pubblica, dei beni demaniali ed ecclesiastici, della forma che l’annessione del Mezzogiorno ebbe, parecchi miliardi, quattro o cinque forse, si siano trasferiti dal Sud al Nord. L’esame dei bilanci e le cifre ufficiali dell’Ufficio di Statistica provano ancora che il Mezzogiorno contribuiva assai più del settentrione alle entrate dello Stato, poiché possedendo il 27% della ricchezza pagava il 32% delle imposte. Con poco più di un quarto del reddito nazionale (2 miliardi e mezzo su otto e mezzo), il Mezzogiorno e le isole pagavano circa il terzo dei tributi (700 milioni su circa due miliardi). È vero che il nuovo Stato si assunse i debiti degli Stati preunitari, ma, osserva il Nitti, mentre il Regno delle Due Sicilie ne presentò circa trentacinque milioni, il Piemonte, molto più piccolo per superficie e per popolazione, ne aveva circa sessantuno milioni; inoltre il 65% di tutta la moneta circolante era del Sud ed in pochi anni, in conseguenza delle nuove imposte e della vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici, emigrò al Nord e fu impiegata per lavori pubblici nel Settentrione. In conclusione, il Sud, entrato nel nuovo Stato, fu privato dei suoi capitali ad esclusivo vantaggio del Nord e fu esautorato delle sue risorse finanziarie. Ma il Nitti non si è limitato a studiare i bilanci dello Stato del periodo postunitario. Egli è andato anche a valutare il diverso peso politico avuto dalle varie regioni nella composizione dei Governi dal 1861 al 1900 e scrive: Fra i 174 individui che sono stati una o più volte ministri, dal primo ministero nazionale all’ultimo ministero Pelloux, 47 ne ha dati il Piemonte, 14 la piccola Liguria, 19 la Lombardia, 41 tutta l’Italia meridionale, 14 la Sicilia. L’Italia meridionale avrebbe avuto 119 ministri se ne avesse avuti in proporzione quanto la Liguria! Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. E poi, scrivendo sempre nel 1900, aggiunge, quasi profeticamente 23: Quando i capitali si sono raggruppati al Nord, è stato possibile tentare la trasformazione industriale. Il movimento protezionista ha fatto il resto, e due terzi d’Italia hanno per dieci anni almeno funzionato come mercato di consumo. Ora l’industria si è formata, e la Lombardia, la Liguria e il Piemonte potranno anche, fra breve, non ricordare le ragioni prime della loro presente prosperità. […] Ma il Nord d’Italia ha già dimenticato: ha peccato anche di orgoglio. I miliardi che il Sud ha dato, non ricorda più: i sacrifizi compiuti non vede. Qualche autore ha detto perfino che in Italia vi sono razze superiori e razze inferiori. I meridionali appartengono piuttosto a quest’ultima categoria. Esiste una scienza, anzi una mezza scienza, che prevede senza difficoltà l’avvenire dei popoli e che sa dire chi sia capace di progredire e chi non. Questa mezza scienza si diletta a dire che i meridionali sono un ostacolo a ogni progresso […] Ora è bene che la verità sia detta: essa renderà l’Italia settentrionale meno orgogliosa e l’Italia meridionale più fidente. Quando si saprà ciò che quest’ultima ha dato e quanto ha sacrificato, sia pure senza volere e senza sapere, la causa dell’unità avrà molto guadagnato. Dopo aver praticato, per qualche decennio, una politica liberoscambista, nel 1887 lo Stato italiano, come già accennato, eresse delle barriere doganali a protezione delle industrie che erano ormai concentrate al Nord. Ciò determinò una profonda crisi delle produzioni agricole tipiche del Sud, quali il vino e l’olio. Contro il perdurare di tale situazione, nel 1903 prese netta posizione l’economista e uomo politico meridionale Antonio De Viti De Marco, il quale scrisse24: La tariffa del 1887 obbliga di fatto, indirettamente, il Mezzogiorno agricolo a comperare dal Nord gli articoli del suo consumo. E’ una forma attenuata dell’antico regime coloniale, per uscire dal quale basta pure, ma occorre, una forma attenuata di lotta per la propria indipendenza: la lotta politica. Noi abbiamo rinunziato volontariamente al nostro diritto, dando il nostro voto alla tariffa dell’87. Ma allora si diceva che la rinunzia sarebbe stata temporanea: appena il tempo necessario perché le industrie bambine fossero diventate grandi e vigorose. Sono trascorsi quindici anni, durante i quali noi abbiamo vendute a vil prezzo le nostre derrate, concorrendo al buon mercato della vita del Nord, ed abbiamo comperati ad alto prezzo i manufatti protetti, concorrendo a rincarare la vita nel Mezzogiorno. Così abbiamo in quindici anni contribuito, noi, a reintegrare rapidamente il capitale investito nelle manifatture, mentre con quest’atto abbiamo posto noi stessi nella quasi impossibilità di reintegrare il capitale investito nei nostri vigneti. […] L’azione a cui invito i miei amici e concittadini non è regionalista, ma essenzialmente unitaria e patriottica, poiché, con la difesa del diritto e la conseguente eliminazione di una ignobile legislazione di classe e di regione, si mira ad elevare il Mezzogiorno economico e sociale al livello dell’altra parte d’Italia. E poi conclude con un affondo: Fino a quando noi faremo durare le sperequazioni tributarie di cui ho parlato, e quelle ancora più gravi della legislazione doganale e della politica commerciale, noi non saremo un grande paese di trenta o trentatré milioni d’abitanti, ma un piccolo Stato, grande quanto il Belgio o l’Olanda, che sta a piè delle Alpi, e una popolosa colonia di sfruttamento, che si stende lungo l’Appennino al mare. E che la situazione fosse realmente quella descritta dal Nitti e dal De Viti De Marco viene riconosciuto anche dall’uomo politico e economista piemontese Luigi Einaudi, il quale, com’è noto, è stato anche presidente della Repubblica italiana25: Sì, è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato di più delle spese fatte dallo Stato italiano; è vero, peccammo di egoismo quando il Settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l’agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostata molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici; […] è vero che abbiamo ottenuto più costruzioni di ferrovie, di porti, di scuole e di altri lavori pubblici … Non sarà fuori luogo concludere questa breve carrellata di scritti sulla questione meridionale con una considerazione di Antonio Gramsci, il quale, concentrando la sua attenzione sulle problematiche sociali prima ancora che economiche, così si espresse26: Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori venduti tentarono di infamare col marchio di briganti. Settecentomila civili massacrati (su una popolazione totale di nove milioni di abitanti), cinquecentomila cittadini arrestati, sessantadue paesi incendiati, centinaia di migliaia di patrioti deportati nei campi di sterminio piemontesi. Tutto ciò fu l’unità d’Italia.

 

Industrie Alta Terra di Lavoro

Matteo De Augustinis Della Valle del Liri e

 

FERDINANDO CORRADINI

 

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