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Le province siculo-partenopee nel Regno d’Italia

Posted by on Ago 9, 2019

Le province siculo-partenopee nel Regno d’Italia

Nel 1878 moriva a Roma Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia, protagonista di tutte le guerre che portarono all’unità, ma assente e lontano una volta raggiunto lo scopo di asservire la nazione al Piemonte. In questi 18 anni non si poteva certo sperare di dare all’Italia un’impronta unitaria, né in campo culturale né in quello sociale. Troppe erano le differenze tra le varie regioni, evidenziate dallo stato  guerriglia che aveva devastato per anni le regioni meridionali, e dalla politica filo-settentrionale dello Stato sabaudo. Tali furono le premesse che portarono ad uno sviluppo disarmonico che ancora oggi subiamo. Fu questo il prezzo che l’intero Sud ha pagato all’unificazione. Un prezzo che divenne ancora più alto a fronte dei provvedimenti depressivi e repressivi che il governo piemontese adottò nei confronti dell’ex Regno di Sicilia.

Una della conseguenze più pesanti per la neonata Nazione fu la continuità dinastica: per la Sicilia fu – come ben descrive Tomasi di Lampedusa – un cambiare tutto per non cambiare nulla. Se avesse prevalso l’idea repubblicana di Mazzini, egli sarebbe divenuto il signor Tomasi, invece, con il subentrare della dinastia sabauda a quella borbonica, egli rimaneva il principe di Lampedusa. Non solo: da infido barone quale era visto dai Borbone, diveniva paladino della dinastia sabauda. Se la Sicilia da provincia napoletana diveniva provincia piemontese, poco cambiava per il baronaggio e ciò che cambiava, cambiava in meglio. Per la Sicilia invece, finiva una storia e ne cominciava un’altra.

Per comodità di lettura possiamo dividere questa nuova storia in due fasi, una che va dal 1860 al 1915, alla prima guerra mondiale, e un’altra che arriva fino ai giorni nostri.

La prima fase a sua volta possiamo dividerla in cinque periodi [1]

1.      quindicennio 1861-1876: governa la destra storica

2.      decennio 1876-1887: governa la sinistra storica

3.      decennio 1887-1898: periodo crispino

4.      triennio 1898-1900: periodo di transizione con pericolo di colpo di stato

5.      ventennio 1900-1920: età giolittiana

In questi anni la Sicilia partecipò alla guida politica ed istituzionale del paese con due presidenti del Consiglio (Francesco Crispi e Antonio Di Rudinì), 13 ministri e 184 deputati. Non era poco eppure la Sicilia non fu mai tra le regioni egemoni. [2]

Tutto ebbe inizio il 2 dicembre 1860 con il biennio luogotenenziale che avrebbe dovuto servire a traghettare il Sud dalla fase rivoluzionaria a quella di ordinaria amministrazione. Fu caratterizzato da una dura repressione politica e sociale del garibaldinismo [3], del brigantaggio e della renitenza alla leva. Repressione che, allora come oggi, si servì di una campagna “pubblicitaria” denigratoria nei confronti del popolo meridionale e siciliano presentando la diversa cultura come inferiorità. Cavour e Vittorio Emanuele per mantenere la conquista appena fatta non potevano fare concessioni. Se qualcuno intendeva opporsi al nuovo ordine costituito, e non si riusciva a persuaderlo a desistere, intervenivano i granatieri con la forza delle armi [4].

La repressione contro il garibaldinismo fu più profonda e lacerante in Sicilia, mentre la repressione contro il borbonismo e il brigantaggio interessò il meridione della penisola. Come scrive Renda “…le violenze poliziesche e militari nell’isola furono una sorta di appendice della guerra al brigantaggio nella penisola. Il brigantaggio meridionale ebbe le connotazioni di una vera e propria guerra civile. I Borbone dall’esilio romano promossero contro il potere unitario regio quella resistenza di massa che non avevano saputo opporre a Garibaldi.” [5]

In Sicilia il brigantaggio non era supportato dai Borbone, ma derivava dallo sbando sociale seguito alla rivoluzione, rinforzato dalla delinquenza che cominciava ad organizzarsi in quella nuova forma che prenderà, a partire dal 1865, il nome di mafia e dal rifiuto della leva militare obbligatoria, tributo incomprensibile per un popolo che non l’aveva mai subita. Nei confronti dei renitenti alla leva siciliani fu estesa alla Sicilia la famigerata legge Pica. In virtù a quella legge interi paesi furono cinti d’assedio, incendiati, privati dell’acqua potabile, intere famiglie arrestate e furono compiuti inauditi atti di violenza senza tenere in alcun conto i diritti dei cittadini. (cfr. Le Renitenti di Favarotta).

Sempre in questo primo periodo è da ricordare la rivolta scoppiata a Palermo nel settembre del 1866, conseguenza della perduta prospettiva politica. La sollevazione rimase però chiusa tra le mura cittadine e non ricevette alcun aiuto, nemmeno da Mazzini. Fu violentemente repressa dall’esercito regio e segnò la fine delle rivolte ottocentesche siciliane. (cfr. 1866 – La rivolta del “Sette e Mezzo”).

Altra importante vicenda di quegli anni fu lo scioglimento delle corporazioni religiose (legge del 10 agosto 1862). Garibaldi aveva già espulso la Compagnia di Gesù ma ora, dopo la restaurazione a seguito della rivolta del Sette e Mezzo, lo Stato italiano interveniva in forza. L’effetto fu devastante, perché allo scioglimento delle corporazioni religiose e al confino coatto dei religiosi che avevano appoggiato la rivolta, si accompagnò l’esproprio in massa di tutte le proprietà fondiarie ed edilizie comprese le biblioteche e le opere d’arte. Se da un canto l’uso degli edifici fu congruo in quanto adibiti a scuole, università, uffici o musei, altrettanto non può dirsi per il patrimonio librario: migliaia di volumi furono ammassati in sotterranei e depositi vari, causandone la dispersione e la distruzione. Ovviamente nessuno si scandalizzò per tale “delitto”.

L’esproprio della proprietà fondiaria della Chiesa (Legge 794/1862), la fine della manomorta e la cancellazione degli ultimi residui di feudalesimo avrebbe potuto essere indirizzata a risultati virtuosi, come la ripartizione delle terre tra i contadini. Invece la soluzione che se ne diede, peggiorò le condizioni degli agricoltori, togliendo loro ogni possibilità di riscatto. La priorità del novello Stato era infatti quella di vendere le terre per “far cassa”, e di fronteggiare i

movimenti di opposizione. Fu conferito al generale Medici il comando unico dei poteri militari, amministrativi e di polizia in modo da rassicurare i ceti borghesi e liberali. Lo Stato si interessò pertanto solo dei problemi di sicurezza e di ordine pubblico, dimenticando le gravi questioni sociale ed economica, che si inasprirono sempre più, specie dopo la reintroduzione della tassa sul macinato (giugno 1868) e l’aumento delle imposte su terreni, fabbricati e ricchezza mobile.

La situazione peggiorò ancora nel 1871 quando, finiti i lavori di lottizzazione dei terreni ex-ecclesiastici, diretti dal siciliano Simone Corleo sulla base della legge che prese il suo nome, le assegnazioni finirono per riconcentrare le terre nelle mani dei pochi notabili che si imposero nelle aste pubbliche. Contrariamente a quanto propugnato a parole fin dal decreto del prodittatore Mordini, cioè di dare la terra ai contadini, la legge Corleo non aveva alcun intento sociale o filo-contadino, ma era diretta a rafforzare la borghesia agraria, ed a consolidare il consenso al regime italiano. Ai contadini rimase solo il retaggio della legge Garibaldi [6] del 2 giugno e del citato decreto Mordini del 18 ottobre 1860, mentre alla borghesia terriera andarono i beni ecclesiastici. La riforma agraria di Corleo fu pertanto fallimentare dal punto di vista sociale, ma tuttavia diede una spinta alla modernizzazione e alla conversione delle colture. Non dimentichiamo che fu proprio in seguito a questa spinta che si crearono le zone a colture pregiate intorno a Bagheria e nella Conca d’Oro. Tutto sommato la soppressione del patrimonio ecclesiastico significò l’affermazione di un regime economico e giuridico moderno. La Chiesa fu emarginata dal potere politico e infine con la legge delle guarentigie del 15 maggio 1871 ebbe termine anche la secolare “Apostolica legazia” (cfr. Ruggero I e l’Apostolica Legazia) e la chiesa siciliana ritornò sotto la giurisdizione del pontefice romano.

Altri avvenimenti di una certa importanza si verificarono nell’ultimo periodo del quindicennio 1861-1876. Nella seduta del 18 marzo 1876 la Camera fu chiamata a discutere un’interpellanza del deputato

siciliano Giovan Battista Morana sulla tassa sul macinato, dove si mettevano in evidenza gli abusi che l’applicazione di una siffatta tassa consentiva in Sicilia. L’abolizione della tassa sul macinato, o “tassa sulla miseria” come era stata definita da Crispi, era nel programma della sinistra ma De Pretis e gli altri capi dell’opposizione, pur volendo rovesciare il governo facendo leva sul malcontento popolare, non erano tuttavia disposti a rivoluzionare di punto in bianco il sistema tributario nazionale. L’interpellanza del Morana faceva riferimento alla grave situazione siciliana, dove erano in corso agitazioni e proteste dei mugnai che, chiudendo i mulini, causavano penuria di pane e malcontento popolare crescente. Il Ministro Minghetti si dichiarò incapace di dare i chiarimenti necessari e per farla breve si arrivò ad una mozione di sfiducia con cui il governo fu messo in minoranza e dovette dimettersi. La destra storica cessò di governare e al suo posto si insediò la sinistra storica. A presiedere il primo governo, il 25 di aprile, fu Agostino De Pretis, piemontese, che era stato già prodittatore in Sicilia al tempo del governo garibaldino.[7]

La decadenza di Napoli dopo l’unificazione d’Italia del 1860 fu lenta ma continua. La Destra storica governativa attuò una politica liberista che in breve tempo si rivelò fatale per il sistema economico meridionale, basato fino ad allora sul modello di sviluppo protezionistico concepito da Ferdinando II. Inoltre, il sud fu caricato del Debito Pubblico proveniente dal Piemonte, e dell’oneroso sistema fiscale sabaudo.

La grande industria napoletana, per lo più di capitale straniero, che con il Regno delle Due Sicilie aveva goduto della protezione statale, entrò rapidamente in crisi. Vennero a mancare gli ordinativi statali ed  inoltre, il “baricentro” degli affari si spostò di colpo da Napoli a Torino, con evidente vantaggio per le aziende del Nord-Ovest, che furono preferite anche dagli investitori stranieri. Le fabbriche statali dell’ex-reame

furono vendute a privati con procedure neppure tanto cristalline. Emblematica è al riguardo la sorte dell’opificio statale di Pietrarsa, il maggiore stabilimento metalmeccanico italiano dell’epoca, narrata in altra pagina del sito.

Alla decadenza, bisogna dirlo subito, contribuirono con buona lena i tanti uomini di stato e delle istituzioni meridionali.

Le grandi banche del Sud (Banco di Napoli e di Sicilia) effettuarono un vero e proprio rastrellamento del capitale, che venne in gran parte reinvestito nel nascente “triangolo industriale” del Nord-Ovest che, con la nuova Italia unita, godeva di un indubbio vantaggio geografico.

Gli strumenti di questo straordinario prelievo furono principalmente tre:

  1. l’introduzione nel 1861 della carta moneta [8], inesistente nel Sud preunitario;
  2. la legge del 1866 sul “corso forzoso” della Lira italiana;
  3. la legge del 1862 [9] per vendita di 200 mila ettari di terreni ecclesiastici e demaniali, di cui si è già scritto nella prima parte della presente lettura, e che fruttò all’Erario, tra il 1861 ed il 1877, circa 220 milioni di lire di allora [10] (più di due terzi dell’intero provento nazionale).
  4. Circa mezzo miliardo di allora, costituita dalle monete in metalli preziosi circolanti nelle due Sicilie, finirono all’Erario nazionale, che mise in circolazione, grazie alla legge sul “corso forzoso” un valore almeno tre volte superiore di banconote.
  5. La legge del 1° maggio 1866 sul corso forzoso [11] fu elaborata da un napoletano, il ministro delle Finanze Antonio Scialoja [12]. Le disposizioni previste da questa legge incisero profondamente sia sul processo di concentrazione delle emissioni, sia sulla circolazione della moneta e sulla creazione del credito, svantaggiando obiettivamente il Sud.

Tornado all’accaparramento dei terreni, occorre sottolineare come molti degli agrari del Sud, specie quelli delle zone interne (Basilicata, Cilento ecc) preferirono la quantità alla qualità: divennero latifondisti, spossessandosi così del risparmio e delle risorse necessarie agli investimenti per migliorare le colture. Ci furono casi di vero accaparramento. La condizione dei contadini peggiorò, non potendo usufruire più dell’uso gratuito dei terreni per coltivare e raccogliere legna (i c.d. “usi civici”, che avevano consentito la sopravvivenza, ma che allo stesso tempo avevano mantenuto a livello arcaico la società contadina del sud, priva di quella spinta al miglioramento che deriva dalla piccola proprietà). L’agricoltura meridionale, a parte le zone d’eccellenza del Napoletano, Terra di Lavoro e del Pugliese, rimase emarginata dall’economia nazionale, isolata, priva di vie di comunicazioni, e bisognerà attendere il consolidamento dell’Istituzione repubblicana, quindi circa un secolo, per riscontrare dei segnali di miglioramento.

I Corleo e gli Scialoja, cioè i politici meridionali che contribuirono attivamente alla decadenza del sud, non furono dei casi isolati. Il movimento liberale e la destra in generale, fin d’allora erano subordinati al potere capitalistico, che aveva centro e radicamento al nord. Invece di procedere ad una vera unificazione della politica, si agì con la forza, la prevaricazione e la brutale repressione. Per questioni ideologiche, anche i nazionalisti e monarchici meridionali si subordinarono di fatto al potere sabaudo, così come i cattolici per la loro feroce avversione al nascente socialismo. Anche in politica estera prevalsero gli umori ultra-nazionalistici con la partecipazione nel 1866 alla guerra contro l’Austria, in cui si sprecarono vite e risorse.

In definitiva, i politici meridionali di destra, anche se ebbero incarichi – spesso importanti e decisivi – a livello governativo, non seppero scrollarsi di dosso i condizionamenti negativi di cui si è detto. Se in quegli anni fu mancato l’obiettivo di una reale unificazione nazionale, e se furono le popolazioni del sud a farne principalmente le spese, non si può pertanto attribuirne tutte le colpe genericamente al “nord” (come si dilettano a fare alcuni sedicenti meridionalisti di oggi).

«La rigogliosa vita della democrazia napoletana, che ha avuto momenti di rilievo nazionale, intorno al 1878 si è affievolita, è diventata anemica per non aver saputo mettere radici fra i lavoratori…» [13].

fonte http://www.ilportaledelsud.org/1861-1876.htm

Note

[1] Renda, storia della Sicilia, vol. III, p. 977

[2] F. Renda, Storia della Sicilia, vol III, p. 977

[3] Garibaldi era divenuto nell’isola simbolo di liberazione politica e riscatto sociale. Ebbe tanto seguito in Sicilia da fargli credere di poter intraprendere, nel 1862, una spedizione per la conquista di Roma con circa 2000 volontari questa volta tutti siciliani. Questo ci fa capire quanto fossero mutate le condizioni rispetto al 1860 quando i suoi 1000 erano al 90% settentrionali. L’impresa fu immediatamente bocciata da Vittorio Emanuele . In Aspromonte Garibaldi e i suoi volontari furono fatti prigionieri e denunciati al tribunale militare. Vittorio Emanuele, su consiglio di Napoleone III, evitò di trasformare in martire Garibaldi e approfittando del matrimonio della figlia con il re del Portogallo, concesse l’amnistia. L’operazione non fu tuttavia esente da risvolti sgradevoli, come l’arresto di parlamentari siciliani e la fucilazione, a Fantina, con giudizio sommario di alcuni soldati che avevano abbandonato i reparti per seguire Garibaldi. Senza contare la caccia ai garibaldini che, nonostante l’amnistia, venivano arrestati e incarcerati per futili motivi.

[4] Cavour a Vittorio Emanuele, il 18 dicembre 1860, cit. da Mack Smith, Garibaldi e Cavour, p. 513

[5]F. Renda, Storia della Sicilia, vol III, 983

[6] A sollevare il problema della terra fu proprio Garibaldi che su proposta di Crispi, il 2 giugno 1860 aveva emanato un decreto con cui prometteva una quota di terra del demanio comunale non ancora ripartita a chiunque avesse combattuto a suo fianco per la patria. I beni demaniali dovevano però essere divisi per sorteggio, l’assegnazione di diritto ai combattenti risultava perciò lesiva di questo diritto. Ne nacquero controversie e i parecchie zone dell’isola scoppiarono rivolte. Le più drammatiche furono quelle di Biancavilla e di Bronte. A Bronte soprattutto si assistette alla feroce e agghiacciante rappresaglia di Bixio, che come inviato di Garibaldi in difesa dei possedimenti dei Nelson, si comportò da giudice militare nei confronti di civili, fucilandoli a seguito di un processo sommario. Bixio non avrebbe potuto rendere peggior servizio a Garibaldi e di questo si servì abilmente Cavour per iniziare la demolizione del mito di Garibaldi che cominciava a diventare un pericoloso avversario.

[7] Una bella descrizione di quel 25 aprile si può trovare nel libro di Francesco Ingrao, un siciliano mazziniano, nel libro La bandiera degli elettori italiani, ristampato da Sellerio (2001)

[8] La lira italiana fu introdotta con la legge Pepoli “Legge fondamentale sull’unificazione del sistema monetario” del 24 agosto 1862, n. 788. Gli istituti di credito che potevano emettere biglietti erano di proprietà privata al Centro-Nord (La Banca Nazionale, che veniva dalla fusione fra la Banca di Genova e la Banca di Torino, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia), statali al Sud (Banco di Napoli e Banco di Sicilia). Dopo l’annessione di Roma del 1870, la Banca degli Stati pontifici divenne Banca Romana.

[9] Legge 21 agosto 1862, n. 794

[10] Bevilacqua Piero, Breve storia dell’Italia meridionale: dall’Ottocento a oggi, Donzelli 2005, p. 75.

[11] Nel maggio 1866, in seguito alla crisi finanziaria, i titoli del debito pubblico italiano crollarono alla Borsa di Parigi. Il ministro delle Finanze Antonio Scialoja proclamò il corso forzoso, ossia l’inconvertibilità in oro ed argento della moneta circolante. La Banca Nazionale fu obbligata a fornire al Tesoro un mutuo di 250 milioni di lire. Si sarebbe decretato poi l’emissione di un prestito redimibile forzoso (l’antenato dei BOT). La legge dettava, in particolare, le seguenti disposizioni:

1) tutti i biglietti della Banca Nazionale (ex Banca Nazionale degli Stati Sardi), compresi quelli creati nelle operazioni commerciali con i privati, diventano inconvertibili a vista in metallo; i biglietti emessi dagli altri istituti (Banca Nazionale Toscana, Banca Toscana di Credito, Banca Romana, Banco di Napoli e Banco di Sicilia), sono invece obbligatoriamente convertibili su richiesta in banconote della Banca Nazionale nel Regno;

2) le banconote della Banca Nazionale hanno corso legale, ovvero valore liberatorio coatto, su tutto il territorio dello Stato, mentre quelle degli altri istituti nella sola regione di appartenenza;

3) la Banca Nazionale assumeva la funzione di tesoriere dello Stato in virtù del privilegio, ad essa attribuito, dell’emissione di biglietti per conto del Tesoro, i quali, non essendo ricompresi nella circolazione propria dell’istituto, sono tuttavia svincolati dall’obbligo di riserva che investe invece le banconote emesse dalla Banca stessa a fronte del proprio attivo. Il corso forzoso fece sì che la circolazione di moneta cartacea superasse quella metallica. L’abolizione del corso forzoso, decretata nel 1881 e attuata nel 1883, segnò l’inizio di una breve illusione: l’euforia provocò un surriscaldamento dell’economia al quale non si reagì con le politiche giuste. Intorno al 1887 il corso forzoso era restaurato di fatto. Il boom edilizio innescato da Roma capitale, sostenuto in parte da capitali esteri, coinvolse anche gli istituti di emissione. L’espansione eccessiva portò a una bolla speculativa, e poi alla crisi. La crisi bancaria dei primi anni Novanta, accoppiata a una crisi di cambio, assunse anche una dimensione politica e giudiziaria clamorosa nel dicembre del 1892, quando fu rivelata la grave situazione delle banche di emissione e soprattutto i gravi illeciti della Banca Romana, fino a quel momento coperti dal Governo. il Governo è costretto ad emanare un decreto con il quale viene dichiarata la sospensione della convertibilità in oro delle banconote e, dunque, l’inizio del corso forzoso. Questo avvia l’Italia all’introduzione della moneta cartacea, assicurando contemporaneamente allo Stato la possibilità di far fronte alle spese più urgenti con la semplice stampa di banconote, almeno entro determinati limiti. Inoltre, il provvedimento intende effettuare un primo tentativo di regolamentazione dell’attività delle banche di emissione, orientato alla concentrazione delle emissioni in un unico istituto, in coerenza con il programma di accentramento politico-amministrativo perseguito dalla Destra storica.

[12] Il napoletano Antonio Scialoja (1817 – 1877) era all’epoca ministro delle Finanze. Già ministro del Regno delle Due Sicilie nel 1848 (governo liberale di Carlo Troja), era stato condannato all’esilio dopo la restaurazione dell’assolutismo regio a seguito dei tumulti del maggio 1848. Fu quindi Ministro delle Finanze nel governo dittatoriale di Garibaldi (1860).

[13] Scirocco A., Democrazia e socialismo a Napoli dopo l’Unità, Napoli, 1973 p. 312. Bibliografia AAVV Storia della Sicilia, Società Editrice Storica di Napoli e Sicilia Di Matteo, F., Storia della Sicilia, Edizioni Arbor, 2006 Fortunato, G., Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Firenze, Vallecchi, 1973. Fortunato, G., Galantuomini e cafoni prima e dopo l’Unità, Reggio Calabria, Casa del Libro, 1982 Galasso, G., Il Mezzogiorno da “questione” a “problema aperto”, Piero Lacaita editore 2005 Gleijeses, V., La Storia di Napoli, Società Editrice Napoletana, 1977 Gramsci, A., La questione meridionale, Editori Riuniti 2005 Ingrao, F., La bandiera degli elettori italiani, ristampato da Sellerio, 2001 Mack Smith, D., Storia della Sicilia medievale e moderna, Laterza, 1971 Mack Smith, D., Garibaldi e Cavour, Rizzoli 1999 Mack Smith, D., La storia manipolata, Laterza, 2002 Renda, F., Storia della Sicilia, Sellerio, 2003

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