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Le rivoluzioni «senza» il popolo generano crimini «contro» il popolo

Posted by on Ago 3, 2017

Le rivoluzioni «senza» il popolo generano crimini «contro» il popolo

La Rivoluzione francese

Nelle scuole italiane si insegna a magnificare la Rivoluzione francese, la c.d. Repubblica partenopea ed il Risorgimento italiano, ingannando gli studenti i quali, in buona fede credono a quanto viene loro propinato dai propri docenti.

In merito alla Rivoluzione francese, Rino Camilleri, nel suo pregevole libro dal significativo titolo «Fregati dalla scuola», affermò invece che: «Servendosi del segreto delle logge massoniche, nonché della loro efficiente rete di collegamenti su tutto il territorio, i club riuscirono a prendere il potere in Francia. Si trattò di un vero e proprio colpo di stato operato da soli seimilacinquecento uomini circa. Avendo ormai la monarchia accentrato tutti i suoi pur scarsi poteri a Parigi, bastò loro impadronirsi della capitale. Dal centro la rete clandestina dei club eseguiva immediatamente gli ordini in tutto il paese. I primi ad accorgersi che la Rivoluzione li metteva alla fame furono gli operai. Vietate per legge le loro associazioni, non ebbero più alcuna difesa contro lo sfruttamento. A Lione ed altrove le manifestazioni spontanee furono represse a cannonate».(1) Le perverse ideologie giacobino-massoniche settecentesche, infatti, avevano corrotto le menti ed i cuori di quei sedicenti intellettuali e patrioti che non esitarono un solo istante a far uso delle armi contro il proprio popolo. Quantunque sfoggiassero uno slogan propagandistico dal formidabile effetto psicologico: «Liberté – Egalité – Fraternité», i rivoluzionari batterono ogni record contrario ai principî da loro stessi proclamati. Infatti, con reiterate violazioni della Libertà, mai le prigioni della Francia furono così piene di detenuti come durante il periodo rivoluzionario; in relazione al principio della Uguaglianza, tutti i francesi vennero chiamati «cittadini», ma fu inaugurata l’ineguaglianza più odiosa, quella tra ricchi e poveri; mentre la Fratellanza valse solamente per gli appartenenti ai club giacobini, conformemente alla mentalità massonica, secondo la quale sono gli affiliati alla sétta ad essere «fratelli» tra loro, mentre i «profani», cioè le persone comuni, non vengono considerati nemmeno esseri umani!

 

Il 14 luglio di ogni anno ricorre la festa della Repubblica francese, in memoria del giorno della celeberrima presa della Bastiglia (1789). Sarebbe però appena sufficiente considera re che in quella prigione, al momento dell’assalto da parte di poche centinaia (non raggiunsero il migliaio) di rivoltosi, si trovassero solamente 7 reclusi (4 falsari, 2 mentecatti ed un maniaco sessuale: nessun detenuto per motivi politici od ideologici), per comprendere come l’89 francese sia un mito artatamente costruito a tavolino, frutto di vergognose manipolazioni storiografiche.

Leggendo poi le strofe della «Marsigliese» – inno nazionale francese – ci rendiamo conto come esse siano state (e lo siano tuttora) un fanatico e veemente invito all’eliminazione fisica di tutti coloro che non la pensassero come i giacobini: si tratta di un vero condensato di intolleranza e di violenza verbale. Il pensiero giacobino, peraltro, è sostanzialmente racchiuso nell’affermazione: «o con me o contro di me!».

 

Tanto è vero che le belle parole contenute nella solenne «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino» rimasero solo sulla carta e furono completamente disattese. I diritti in essa sanciti furono reiteratamente calpestati durante tutto il periodo rivoluzionario ed, al posto dei «Diritti», furono eretti i patiboli (la ghigliottina fu una macabra invenzione del medico massone Joseph-Ignace Guillotin); fu varata la legge dei sospetti; fu istituito il passaporto interno per spostarsi da una località all’altra della Francia; fu imposto l’abbigliamento patriottico; fu introdotto il certificato di civismo; fu abrogata la religione cattolica e fu imposto il culto della «dea ragione»; furono sequestrate le campane; furono abbassati i campanili, le cui guglie, secondo la logica dei rivoluzionari, erano incompatibili con il principio di uguaglianza; furono attuate deportazioni nella Guaiana (dove il 99% dei deportati democraticamente moriva).(2) Una falsa leggenda, ancora oggi radicata profondamente nell’opinione di molti, è quella secondo cui la Rivoluzione francese sia stata una rivoluzione

anti-aristocratica. Si tratta di una colossale fandonia, smentita dalle seguenti cifre.(3) Dei 17.000 «cittadini» ghigliottinati durante il terrore e delle altre 35.000 esecuzioni sommarie avvenute in quello stesso periodo (esclusi, per il momento, i dati sui massacri in Vandea ed in Bretagna), questi erano i gruppi sociali di appartenenza: 28% contadini, 31% operai ed artigiani, 20% commercianti e piccoli burocrati, 8-9% aristocratici, 6% clero, 7% non identificato. Nella Francia della rivoluzione, su 28 milioni di abitanti, furono poi costretti a rifugiarsi all’estero 150-170 mila persone, appartenenti alle seguenti categorie: 25% clero, 21% borghesia, 19% contadini, 16% nobiltà, 14% operai ed artigiani, 4% non identificati; in maggioranza essi facevano parte del Terzo Stato.(4) Lo scrittore cattolico Augustin Cochin, nel suo saggio «Lo spirito del giacobinismo»,(5) non è il solo a sostenere che la rivoluzione francese non ebbe mai il consenso spontaneo del popolo. Furono sempre e solo gruppi di manipolatori della pubblica opinione, uniti a circoli estremisti capeggiati da fanatici, a proclamarsi interpreti della volontà collettiva, in nome dell’interesse pubblico. Questi gruppi ricorsero sistematicamente alla calunnia, praticando per primi il terrorismo psicologico allo scopo di alimentare la tensione e suscitare violenze, come nel caso della «grande paura» del 1789 nelle campagne.

In particolare, la Vandea e la Bretagna insorsero e lottarono per anni contro gli eserciti della rivoluzione, che praticarono il primo genocidio dell’era moderna: 250-300 mila contadini, colpevoli di battersi per la religione Cristiana e per il Re, vennero infamati con l’epiteto di «briganti» e democraticamente massacrati. Il generale repubblicano François Joseph Westermann (1751-194), in un dispaccio del 23 dicembre 1793, inviato al Comitato di Salute Pubblica di Parigi, scriveva: «Cittadini repubblicani, non c’è più nessuna Vandea. È morta sotto la nostra sciabola libera, con le sue donne e i suoi bambini. L’abbiamo appena sepolta nelle paludi e nei boschi di Savenay. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli, e massacrato le donne che non potranno più partorire briganti. Non ho un solo prigioniero da rimproverarmi. Li ho sterminati tutti… le strade sono seminate di cadaveri, ve ne sono in tal numero che in alcuni punti formano una piramide. Le fucilazioni continuano incessantemente a Savenay, poiché arrivano sempre dei briganti che pretendono di liberare i prigionieri». Questo «eroico» generale, democratico e repubblicano, che non era né un millantatore, né un vanaglorioso e né tanto meno un visionario, ma che era solo ed esclusivamente – questo sì – un ufficiale indegno, che aveva lordato il proprio onore di soldato e di uomo, commettendo crimini che, per lui, costituivano titoli di merito e di lode, purtroppo aveva scritto la pura e semplice verità.(6) A giusta ragione, per le atrocità commesse, Westermann venne soprannominato «il macellaio della Vandea» (in francese «Le boucher de la Vendée»).

 

Nella sola Vandea vennero infatti massacrati 150 mila contadini, offerti in sacrificio all’Essere Supremo per annientare il male ed instaurare l’età dell’oro repubblicana.(7) Il consenso popolare era talmente «sentito» che, per terrorizzare la gente, vennero istituiti 20.000 tribunali rivoluzionari aventi diritto di vita o di morte: non c’era possibilità alcuna di appellarsi o di addurre prove e testimonianze a difesa degli accusati. La rivoluzione fu anche «esportata» con le armi e almeno due milioni di francesi (in maggioranza figli del popolo) morirono lontani dalla loro terra.

 

La Rivoluzione napoletana

 

Nel 1799, alcuni collaborazionisti napoletani (una sparuta minoranza di giacobini nostrani) favorirono l’invasione francese e si macchiarono dei gravissimi crimini di «alto tradimento» e di «intelligenza con il nemico», reati questi commessi contro il loro Popolo e la loro Patria. I giacobini napoletani, infatti, con l’appoggio delle truppe straniere ed anch’essi attraverso il solito colpo di stato, instaurarono a Napoli, contro la volontà popolare, una feroce dittatura oligarchica, impropriamente denominata «repubblica» partenopea.  

Nei giorni 21, 22 e 23 gennaio 1799, mentre l’intera città di Napoli combatteva contro gli invasori e moriva in difesa della Patria, i giacobini, asserragliatisi in Castel Sant’Elmo, cannoneggiarono vigliaccamente alle spalle il popolo, provocando un bagno di sangue fra la propria gente. Questa circostanza ci viene testimoniata dal generale francese Jean Antoine Championnet, il quale così relazionò al Direttorio di Parigi: «Si combatte in tutte le strade; il terreno si disputa palmo a palmo; i Lazzaroni sono comandati da capi intrepidi. Il forte S. Elmo li fulmina [laddove si erano asserragliati i giacobini napoletani, n.d.r.]; la terribile baionetta li atterra; ripiegano in ordine, tornando alla carica, si avanzano con audacia, guadagnando spesso terreno… mai combattimento fu più tenace: mai quadro fu più spaventevole. I Lazzaroni, questi uomini meravigliosi… sono degli eroi!».(8)

 

Benché fossero bersagliati alle spalle dai giacobini, attaccati dall’alto e dal basso dagli studenti sedicenti «democratici» [in particolare, i «figli dei nobili e dei ricchi borghesi» frequentatori dei corsi di medicina presso l’ospedale degli Incurabili, n.d.r.] e falciati dalle cariche francesi, i «veri patrioti napoletani» combatterono con eroico ardimento al Ponte della Maddalena, a Porta Capuana ed a Capodimonte.(9) Alla fine Championnet prese la città; ma, per vincere la resistenza popolare, fu necessario assalirla su tre fronti (a Capodimonte, al castello del Carmine ed a Porta Capuana), disponendo quindi le truppe assalitrici su tre colonne (più un quarta di riserva) e si dovette inoltre ricorrere alla mostruosità di dare fuoco alle case del popolo per far venire fuori la gente e fucilarla sul posto. All’alba del fatidico 23 gennaio 1799 i francesi furono padroni della città, conquistata dopo tre giorni di feroci combattimenti, in un lago di sangue: si contarono 2.000 morti tra le fila degli invasori francesi e ben 10.000 fra i napoletani.(10) Durante l’invasione della Penisola, furono numerosi i movimenti popolari che spontaneamente insorsero in Italia contro l’aggressione francese: tra i più noti e rilevanti, rammentiamo i «Viva Maria» in Toscana e le «Pasque Veronesi» nel Veneto;(11) ma, la resistenza opposta dal popolo di Napoli fu la più fiera, la più ostinata e la più cruenta che le truppe francesi dovettero affrontare. Migliaia di valorosi napoletani di ogni estrazione sociale morirono per difendere la loro terra, la loro Patria. Durante l’insorgenza popolare e fino alla riconquista di Napoli da parte del Cardinale Ruffo (vale a dire nei soli 5 mesi della cosiddetta repubblica!), furono massacrati dai carnefici franco-giacobini oltre 60.000 regnicoli, come ebbe a testimoniare il generale francese Paul Thiébault nelle sue Memorie: «Poche insurrezioni sono state così formidabili. Era una crociata; e, come ho già detto, dopo averci costretti a disprezzarli come soldati, questi Napoletani ci hanno insegnato a temerli come uomini. Non appena formavano dei plotoni regolari, diventavano consistenti; armati come banditi, per mezzo di truppe di fanatici, erano terribili, e, per così dire, quando non ci fu più esercito napoletano, la guerra di Napoli diventò terribile. Sebbene questi Napoletani del 1798, scontrosi e superstiziosi, siano stati battuti dappertutto, sebbene, senza contare le perdite che subirono nei combattimenti, più di sessantamila sono stati passati a fil di spada sulle macerie della loro città o sulle ceneri delle loro capanne, non li abbiamo mai lasciati vinti».(12) È doveroso tener presente che, nelle Due Sicilie del ‘700, la maggior parte delle persone colte seguiva il pensiero politico dell’Illuminismo con animo moderato; si pensava più ad una monarchia costituzionale che ad una repubblica. D’altra parte, il disagio materiale del popolo napoletano non era così grave come quello del popolo francese; e Napoli non era Parigi. Non c’erano pertanto le condizioni per uno stato insurrezionale, come ben dimostrarono i fatti del 1799 (e, successivamente, dimostreranno quelli del 1820, del 1848 e del 1860). Lo spirito popolare era borbonico: le masse ed i loro sovrani consideravano i loquacissimi intellettuali come dei demagoghi, dei pescatori nel torbido.(13) E poi, come avrebbe potuto un popolo, con una tradizione monarchica di ben sette secoli, ormai facente parte del suo DNA, accettare dalla sera alla mattina la sconosciuta ed incomprensibile forma di governo repubblicana? Nel 1799 quegli intellettuali, invece, rinunciarono ad un elemento basilare e peculiare dell’Illuminismo napoletano: l’originalità, l’essere precursori e propulsori. Con l’arrivo dei francesi, s’inizia la fase dei cc.dd. «liberatori» cui spalancare le porte e con cui collaborare in posizione gregaria. Questo atteggiamento si stabilizzerà nell’800 dei «paglietti» e resterà presente fino ai nostri giorni con i politici meridionali, incapaci di strategie e politiche originali. Il periodo che parte dal 1799 e termina nel 1816 segna la rottura definitiva fra aristocrazia e classe media. Se sommiamo questi eventi a quelli del 1848, capiamo come si determinò l’allontanamento della borghesia nascente dai destini dirigenziali del Sud. Anche perché sul ceto medio borghese fecero fortemente leva i sentimenti massonici e liberisti.(14) Lo storico Massimo Viglione osserva: «In un dispaccio del 21 gennaio 1799 inviato dai giacobini napoletani al generale Championnet, al fine di invitarlo ad affrettarsi a marciare su Napoli per la loro salvezza, troviamo scritto: “Non la Nazione, ma il Popolo è nemico dei francesi”». Questa affermazione, scritta dai filo-francesi durante i giorni della rivolta dei lazzari, con l’evidente paura di fare una brutta fine, dimostra che le poche decine di giacobini della cosiddetta repubblica napoletana avevano ben capito che solo l’arrivo immediato delle truppe d’invasione francesi avrebbe potuto salvarli dalla furia popolare. E lo stesso storico aggiunge: «Ma, proprio scrivendo quelle parole, essi dimostravano, a se stessi ed alla storia, il loro totale isolamento da tutto il resto del popolo. Il fare una distinzione fra la categoria di Nazione e quella di Popolo, attribuendo la prima a se stessi, cioè poche decine di giacobini, e la seconda, con valenza dispregiativa, a milioni di individui di tutte le classi sociali, dall’ultimo dei contadini al Re, risulta essere una testimonianza inequivocabile non solo dell’isolamento, ma anche della loro utopia, e dimostra anche tutto il loro reale disprezzo per il Popolo, atteggiamento tipico di ogni casta intellettuale di ogni tempo e luogo».(15)

  Le persone intellettualmente oneste e libere da qualsivoglia condizionamento ideologico, più semplicemente ed obbiettivamente, ritengono che debba chiamarsi «patriota» solo colui che difende la Patria dall’invasione straniera, fino al sacrificio estremo della propria vita. Eppure, a distanza di due secoli, nel 1999, il Parlamento della Repubblica italiana stanziò (rectius, sperperò!) ben 8 miliardi di lire per le celebrazioni di quella effimera repubblica giacobina di servi e traditori Ed è estremamente significativo come, diversamente dagli altri paesi europei, laddove si festeggiano ancora oggi le ricorrenze storiche che ricordano le battaglie vinte contro Napoleone e si venerano come eroi coloro che impugnarono le armi e sacrificarono la propria vita combattendo l’invasore francese, in Italia si spende denaro pubblico per festeggiare la «rivoluzione napoletana», che dagli storici più attenti è stata definita, nel migliore dei casi, con la ridicola denominazione di «rivoluzione passiva», al fine di giustificare il fatto che essa fu imposta dall’esterno e non maturò nella stessa società. Si esaltano, nel contempo, personaggi che, pur di imporre le proprie idee, collaborarono con le forze straniere, consegnando nelle loro mani la Patria, e non esitarono a fare uso della violenza contro i propri connazionali. Infatti, i giacobini napoletani, in soli 5 mesi (tanto durò la c.d. «repubblica partenopea»), condannarono a morte e giustiziarono, dopo processi farsa, ben 1.563 oppositori al regime filo-francese.(16) Attraverso un Tribunale Rivoluzionario ad hoc per il «giudizio sommario» dei nemici della repubblica, i giacobini napoletani vollero mostrare il pugno di ferro, coprendosi di inutili crudeltà, con arresti arbitrari di innocenti e, addirittura, di «distratti»; a quest’ultimo riguardo, il De Nicola riferisce che «…furono arrestati molti senza coccarda [con i colori repubblicani, n.d.r.]» e parla di un «…sistema di terrorismo che nelle attuali circostanze i patriotti vogliono che si spieghi. E si dice che Pagano e Cirillo possino essere i Robespierre di Napoli».(17)

Lo stesso Vincenzo Cuoco ammise che «negli ultimi tempi si eresse in Napoli un tribunale rivoluzionario il quale procedeva cogli stessi principî e colla stessa tessitura di processo del terribile comitato di Robespierre».(18) Molto si è scritto su questa c.d. «repubblica» giacobina meridionale; forse troppo e, spesso, in modo inesatto. Ma alcuni giudizi su di essa, a parere di chi scrive, meritano di essere ricordati. In una lettera a Vincenzo Russo, Vincenzo Cuoco così scrisse: «Ascoltami. Tu conosci la mia adolescenza e la mia gioventù; tu sai se io ami la virtù e se sappia preferirla anche alla vita… Ma quando, parlando agli uomini, ci scordiamo di tutto ciò che è umano; quando, volendo insegnare la virtù, non sappiamo farla amare; quando, seguendo le nostre idee, vogliam rovesciare l’ordine della natura: temo che invece della virtù insegneremo il fanatismo, ed invece di ordinar delle nazioni fonderemo delle sètte…».(19) Per Luigi Blanch, il più equilibrato storico di queste vicende napoletane, i giacobini «erano una minoranza quasi impercettibile aspirante a stabilire, per mezzo della conquista, una forma di governo non voluta dal paese e appunto in quell’anno talmente screditata in Francia che con applauso cessò il 18 brumaio. Ciò ch’essi volevano contrastava coi principî liberali, basati sull’indipendenza nazionale all’esterno e sul consenso della gran maggioranza all’interno: furono contenti della dolorosa campagna del ’98 e irritati dall’energica resistenza popolare… Nel senso morale fu una fortuna che divenissero vittime; ché, se avessero trionfato, sarebbero stati carnefici tanto più crudeli quanto più erano pochi. Sacrificati, hanno ispirato compassione per gl’individui e simpatia per la causa. Sacrificatori, avrebbero ispirato orrore per gli uni come per l’altra».(20) Lo storico Harold Acton osservò, infine, che «da allora è stata perfezionata la tecnica per cui una minoranza può impadronirsi del potere dello Stato contro la volontà della maggioranza, e la maggior parte di noi sa dove questo può condurre. Un attento esame della breve vita della repubblica partenopea ci porta a dubitare che essa avrebbe potuto mantenere il potere, se non sottomettendo la maggioranza a violenze ed a continue minacce di violenza. Il che avrebbe generato uno “stato di polizia” molto più disumano di quello dei Borboni».(21)

La Rivoluzione italiana

Analogamente a quanto si era verificato con le rivoluzioni francese e napoletana, anche quella italiana, eufemisticamente chiamata Risorgimento, non ebbe alcun appoggio popolare e penalizzò i popoli della Penisola, con un numero mai visto prima di detenuti e di vittime. Legittimisti di tutta l’Italia, renitenti alla leva obbligatoria, insorgenti meridionali (i cc.dd. «briganti»), a decine di migliaia furono imprigionati in luoghi di detenzione affrettatamente preparati. In particolare, con il pretesto della lotta al cosiddetto «brigantaggio», l’intero Mezzogiorno fu posto in stato di assedio (misura questa, peraltro, nemmeno prevista dallo Statuto Albertino), istituzionalizzandovi il potere militare, con rastrellamenti e devastazioni nei paesi, nonché con fucilazioni sommarie, cioè senza processi, che divennero la regola. Tanto è vero che il prefetto di Avellino, Nicola De Luca, giunse ad affermare che «il brigantaggio non si vince con il codice».(22) I dati pubblicati da G.M. de Villefranche in «Pio IX» (tradotto dal francese in italiano a cura di Francesco Cricca – Bologna – 1877) riportano che in soli dieci mesi «dal gennaio all’ottobre del 1861, si contavano nel Regno delle Due Sicilie 9.860 uomini fucilati, 40 donne e 60 ragazzi uccisi, 10.604 feriti, 918 case arse, 6 paesi bruciati, 12 chiese devastate, 1.428 comuni insorti in armi, 13.629 imprigionati».

 

Sulla base dei documenti finora rinvenuti e consultati presso gli archivi della «Gran Corte Criminale», risulta chiarissimo che, nel 1860, il Regno delle Due Sicilie fu invaso senza dichiarazione di guerra; l’invasore impose tasse elevatissime al popolo; furono violentate donne e trucidati bambini; furono fucilate e decapitate persone senza processo; furono rasi al suolo molti paesi; furono deportati, in lager sulle Alpi, migliaia di soldati che avevano giurato fedeltà alla propria Patria, insieme a gente accusata solo di essere parente a qualche c.d. «brigante»; furono fucilati i giovani che non volevano arruolarsi nelle file degli invasori (addirittura, ragazzi in età per la leva militare piemontese – ignari di tale obbligo, semplicemente perché i sindaci di molti paesi non avevano fatto affiggere i manifesti dell’arruolamento per paura di sollevazioni popolari – che, nelle piazze, ingenuamente si avvicinavano alla truppa piemontese, venivano fucilati sul posto!); per destabilizzare ancora di più il Regno, furono liberati dalle carceri borboniche tutti i detenuti, compresi delinquenti e malfattori di ogni risma, che imperversarono per campagne e centri abitati, commettendo ogni sorta di malefatte (fu questo un ottimo pretesto per accomunare tutti come delinquenti-briganti e per tentare di giustificare agli occhi dell’Europa la feroce repressione in atto); furono progettati persino piani per la deportazione in massa di meridionali, allo scopo di fondarvi colonie penali, in Patagonia, nel Borneo o in qualche isola sperduta, non andati a buon fine per il rifiuto dei governi degli Stati contattati.(23) Moltissimi si dettero alla macchia e combatterono con pochissimi mezzi contro gli invasori piemontesi; è normale che, dovendo pur sopravvivere, commettessero anche furti o rapimenti a scopo di estorsione, comunque sempre e solo in danno dei signorotti liberali. È, infatti, doveroso non dimenticare un particolare importantissimo e, cioè, che i cc.dd. «briganti» furono aiutati in tutti i modi dalle popolazioni del Meridione. Fare di tutta l’erba un fascio e denominare «briganti»: i sudditi rimasti fedeli alla monarchia borbonica, i militari del disciolto esercito napoletano, i poveri contadini cacciati dalle terre demaniali, i giovani renitenti alla leva obbligatoria, nonché tutti coloro che cercarono in qualunque modo di non piegarsi davanti ad un esercito invasore, è semplicemente riduttivo e superficiale. La verità è che il Sud reagì contro l’invasore e che i suoi «partigianipatrioti» furono infamati, criminalizzati, demonizzati con il marchio di «briganti» da scrittori e giornalisti al soldo del dispotico regime sabaudo-liberal-massonico.

 

Ce ne danno conferma quegli onesti scrittori, giornalisti, storici, registi e dotti di psicologia di massa, che hanno saputo cogliere la «disperazione di un popolo», in gran parte composto da povera gente che, negli anni successivi al 1861, fu costretta ad «emigrare per terre assai lontane». Ma c’è qualcuno che, scorrettamente, vuole che si dimentichi una «storia scomoda»; coloro che fanno di tutta l’erba un fascio sono, invece, quelli che hanno una conoscenza confusa dei fatti; altri sono semplicemente ignoranti. In conseguenza di ciò, il pezzo più importante della storia d’Italia è stato occultato, manipolato, completamente spogliato della Verità! Tuttavia, Antonio Gramsci ha avuto l’eccezionale merito di aver riassunto in pochissime righe una tragedia sottaciuta e mistificata (falsificazione della verità che ancora perdura dopo ben 152 anni!), affermando che: «L’unità d’Italia non è avvenuta su basi di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città/campagna Cioè, il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del Sud e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento»;(24) nonché sottolineando che: «Lo Stato italiano… è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, crocifiggendo, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti».(25)

Il 15 agosto 1863, venne approvata la famigerata legge Pica, la cui vigenza era limitata al territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie; con questa normativa speciale ed eccezionale fu introdotto il «reato di brigantaggio» e la giurisdizione dei tribunali ordinari venne sostituita con quella militare. Questa legge sospendeva, d’un colpo, ogni garanzia costituzionale, calpestando sistematicamente lo Statuto Albertino. Infatti, con l’attribuire la competenza ai tribunali militari anche per i giudizi a carico dei civili e consentendo arresti arbitrari, sottraeva ben 9 milioni di individui al loro giudice naturale, violava il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alle leggi e, soprattutto, ledeva la loro libertà personale.(26) Tale mostruosità giuridica autorizzava l’adozione di misure eccezionali nei paesi interessati dal c.d. «brigantaggio», legalizzando ed inasprendo quelle misure repressive che, fino a quel momento, erano state «arbitrariamente» applicate dalle autorità militari. Il cosiddetto risorgimento costò al Sud centinaia di migliaia di morti. Dopo il genocidio in Vandea avvenuto durante la Rivoluzione francese, con il Risorgimento fu attuata la prima pulizia etnica della modernità occidentale, operata sulle popolazioni meridionali, dettata dalla legge «…per la repressione del brigantaggio nel Meridione». I militari ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria. Una mattanza, la cui portata fu mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento del destino: «o briganti, o emigranti!».(27) La legge Pica, oltre a legalizzare eccessi, abusi di potere e ferocia gratuita, istituzionalizzava per la prima volta il «pentitismo», premiando con perdoni e sconti di pena coloro che accettavano di tradire i compagni di lotta.(28)

Persino Giuseppe Garibaldi, probabilmente in un momento di rimorso, nel settembre 1868, così scrisse ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili… non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio»;(29) queste esternazioni, quantunque costituiscano le tipiche «lacrime di coccodrillo», sono estremamente significative, proprio perché provenienti dal principale artefice dei disastri provocati al Sud, in seguito ed a causa della sua piratesca impresa. Ma il primo atto di accusa, lanciato immediatamente dopo l’occupazione di Napoli contro la barbarie della nuova Italia, era stato proprio di Francesco II di Borbone; il Re, l’8 dicembre 1860, con il Proclama ai Popoli delle Due Sicilie, da Gaeta, così denunciò: «Le prigioni sono piene di sospetti: in vece della libertà, lo stato di assedio regna nelle province, ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinino alla bandiera di Sardegna».(30)

La tragedia che si stava consumando nelle terre del Meridione sconvolse anche il Papa Pio IX che, nell’allocuzione del Concistoro segreto del 30 settembre 1861, denuncerà la violenza usata contro le popolazioni dei paesi conquistati, con queste drammatiche parole: «Inorridisce davvero e rifugge l’animo per il dolore, né può senza fremito rammentarsi molti villaggi del Regno di Napoli incendiati e spianati al suolo e innumerevoli sacerdoti, e religiosi, e cittadini d’ogni condizione, età e sesso e finanche gli stessi infermi, indegnamente oltraggiati e, senza pur dirne la ragione, incarcerati e, nel più barbaro dei modi, uccisi… Queste cose si fanno da coloro che non arrossiscono di asserire con estrema impudenza… voler essi restituire il senso morale all’Italia».(31) Nella seconda metà dell’Ottocento, l’Italia si riempì di prigioni e divennero carceri quasi tutte le isole minori (Capraia, Gorgona, Elba, Giglio, Ponza), oltre ad un numero imprecisato di conventi, questi ultimi frutto delle spoliazioni ecclesiastiche. Il clima instaurato dalla nuova classe dirigente italiana (liberal-massonica) fu quello della ricerca e dell’arresto di coloro che manifestavano simpatie per il precedente ordine politico; anche le semplici espressioni verbali vennero punite con la traduzione in carcere. Si instaurò una vera e propria «caccia al legittimista» ed era sufficiente la testimonianza (rectius: la delazione) di una persona che asserisse di «aver udito» un soggetto proferire frasi contrarie all’unità d’Italia ed in favore del precedente stato di cose, perché venisse arrestato ed incarcerato.(32) Nel 1866 si contavano in Italia 63.162 detenuti, distribuiti in carceri giudiziarie, case di pena, bagni penali e case di detenzione e agricole; a questi si aggiungevano poi 3.000 detenuti in reclusori militarti e 4.171 condannati al domicilio coatto, per un totale di 73.333 persone.(33) Giova osservare che quattro anni fa, nel giugno 2009, con una popolazione complessiva più che raddoppiata (60.387.000 di abitanti del 2009 contro i 26.633.000 abitanti del 1866), c’erano nelle nostre carceri, in condizioni considerate di sovraffollamento, 63.630 detenuti, di cui solo 39.389 cittadini italiani. Una caratteristica tutta italiana fu (e lo è tuttora!) il cosiddetto «carcere preventivo», con l’aberrante conseguenza che, delle quasi 180 mila persone arrestate ogni anno nei primi decenni dell’unità d’Italia, la metà lo fu ingiustamente ed arbitrariamente, tanto che dovette poi essere scarcerata per «mancanza di prove».(34) Volgendo, quindi, uno sguardo diacronico alla storia degli ultimi tre secoli, chi scrive è del parere che, legittimi o bastardi, tutti i regimi totalitari che, nel XVIII, XIX e XX secolo, hanno funestato il continente europeo (e non solo quello!), sono da ritenersi figli della perversa ideologia giacobino-massonica settecentesca. È questo il vero «filo rosso» conduttore di tutta la storia moderna. Purtroppo, il grande malvezzo degli storiografi ideologicizzati è il seguente: allorquando le masse sono favorevoli alla rivoluzione, esse vengono nobilitate e chiamate «popolo»; invece, quando le stesse masse sono contrarie alla rivoluzione, esse vengono infamate con gli appellativi di «plebi», «volgo», «lazzaroni», «banditi», «briganti», con il preciso scopo di giustificare i crimini perpetrati in loro danno dalla violenza rivoluzionaria. E, in ogni caso, resta oltremodo valida l’acuta sentenza dello storico liberale Pietro Colletta, il quale saggiamente affermava che «…ci vogliono costumi, non leggi, per far libero un popolo, né la libertà procede per salto di rivoluzioni, ma per gradi di civiltà».(35) Quest’ultima asserzione è fin troppo vera, perché la storia insegna che i violenti rivolgimenti socio-politici hanno quasi sempre aggravato i problemi, piuttosto che risolverli, facendo sempre pagare le deleterie conseguenze ai più deboli; vale a dire alle innocenti ed inermi popolazioni.

Ed, a quest’ultimo riguardo, una puntuale conferma ci viene fornita dallo storico siciliano Giuseppe Buttà, il quale aveva le idee molto chiare in materia di rivoluzioni. Il Buttà infatti, nel 1875, ad unità d’Italia oramai avvenuta (anch’essa frutto di una rivoluzione senza popolo e contro il popolo), così scriveva: «Qual bene ci han recato le rivoluzioni dal 1789 sin’oggi? Leggendo gli avvenimenti di questo terribile periodo storico che abbraccia 86 anni, la mente resta sbalordita ed atterrita dal sangue sparso a fiumi, da tradimenti inauditi, da città saccheggiate ed arse, da regni debellati, ammiseriti, e ridotti nel più degradante servaggio, da carneficine degne di cannibali, da tributi imposti che assorbono tutta la ricchezza del suolo e la fatica del popolo, e finalmente dalla miseria sempre crescente, causa della depravazione popolare, e da uno stato precario che, arrestando il commercio, lascia in forse la pace, e minaccia ogni momento lo scoppio di una guerra europea!». Dopo questa «profetica» considerazione, seguitando nella sua acutissima disamina, lo stesso storico affermava: «Si dice da alcuni che le rivoluzioni han recato del bene; ciò è assolutamente falso. Tutto quello che i popoli hanno acquistato dal 1789 in poi, non è una conseguenza delle rivoluzioni, o de’ governi detti liberali, ma la conseguenza del naturale progresso dei tempi. Leggete il primo libro della storia d’Italia dal 1789 al 1814 del liberalissimo Carlo Botta, e troverete che tutti i Principi d’Italia, sin dal cominciare del secolo passato [XVIII, n.d.r.], si erano messi sulla via del vero progresso, e su quella delle necessarie riforme che i tempi richiedeano; ed in capo di tutti Carlo III di Borbone sin dal 1734». Nel chiarire poi la sua personale posizione ideologico-politica, con estrema obbiettività il Buttà puntualizzava: «Io non sono partigiano di alcuna forma di governo, ma solamente del vero benessere de’ popoli, e dell’illimitato rispetto alla religione de’ padri nostri, cioè alla Cattolica apostolica romana. Giovanetto mi aveano fatto credere che la rivoluzione contro la monarchia era il sana totum delle piaghe sociali: e siccome non mancano mai i sovvertitori della morale e de’ buoni principii della gioventù, costoro mi fecero leggere gli storici italiani e francesi, specialmente Botta, Colletta e Thiers; e per esaltarmi la fantasia, mi posero fra le mani l’assedio di Firenze del Guerrazzi. Quegli autori alla prima lettura m’infiammarono di ardore liberalesco; ma avendoli riletti con più attenzione e riflessione, cominciai a scoprire la parte debole e velenosa». Quindi, come un torrente in piena che straripa dopo aver rotto gli argini, il Buttà così seguitava: «Non trovavo in quelle storie alcun bene reale arrecato a’ popoli dalle lodate rivoluzioni; al contrario ad ogni pagina m’imbattevo in fatti atrocissimi perpetrati da’ rivoluzionarii, nel tempo stesso che si proclamavano progressisti ed umanitarii. Costoro predi

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cavano libertà e la voleano per essi solamente; pel popolo, che diceano redento e sovrano, decretavano stati di assedio, giudizii sommari e carneficine. Predicavano eguaglianza, e formavano delle caste in apparenza democratiche, in realtà peggio di quelle del MedioEvo, già distrutte dagli stessi Monarchi. Proclamavano indipendenza e s’inchinavano allo straniero, dandogli dominio di spogliare la patria delle sue ricchezze, de’ suoi capolavori d’arte… Infine predicavano benessere e felicità de’ popoli, e li riducevano in uno stato di continua angoscia e desolante miseria […] mentre innalzavano alle stelle il principio rivoluzionario, sono costretti a raccontare tutti gl’infiniti e terribili mali che da esso principio conseguitano: neanche resta risparmiata la libertà del pensiero! I governi rivoluzionarii ci scaraventano da progressisti la istruzione obbligatoria, imponendo alla gioventù di apprendere ciò che emana da massime inique e perverse, che le indurisce il cuore a’ nobili ed umani sentimenti. Sotto il potere rivoluzionario non esiste più famiglia, il governo assorbe tutto. I genitori dopo che han cresciuto con tanto amore e tante cure i figli, appena costoro possono essere di qualche sollievo, debbono inesorabilmente divenir soldati […] Il proprietario non è più padrone delle sue sostanze, ma diviene un fittaiuolo del governo. Il negoziante oltre ad essere tassato in tutte le sue operazioni commerciali, è vessato da una molesta ed illogica burocrazia. Col trovato della ricchezza mobile, si tassa pure l’artigiano, la intelligenza e le fatiche dello scienziato e dell’uomo di lettere. A tutti questi mali aggiungasi che non vi è sicurezza pubblica, ma continui affanni di un avvenire peggiore, lotte ed anarchia…!».(36) Nei tanto mitizzati avvenimenti storici delle cc.dd. Rivoluzioni francese, partenopea ed italiana si intravedono moltissime analogie, soprattutto per gli squallidi e violenti metodi utilizzati, i cui deleteri effetti sono stati patiti soprattutto dai popoli, i quali si sentivano invece estranei alle rivoluzioni volute dalle élite ed anelavano solo a vivere in pace. Peraltro, la perversa ideologia di fondo che, nell’Europa degli ultimi tre secoli, ha tristemente caratterizzato i tanti sovvertimenti politico-sociali è stata sempre la stessa: quella massonicogiacobina, atea ed anticlericale, materialista ed assetata di potere, illiberale e menzognera, intollerante ed intrisa di odio verso tutto ciò che potesse rappresentare la tradizione spirituale e la cultura greco-romano-cristiana.

Telese Terme, ottobre 2013.

Ubaldo Sterlicchio

già pubblicato sul sito del movimento

NEOBORBONICO

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