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Le stragi di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto1861

Posted by on Ago 23, 2017

Le stragi di Pontelandolfo e Casalduni del 14 Agosto1861

Il 2 agosto 1861, Massimo D’Azeglio, in una lettera al senatore Carlo Matteucci, pubblicata poi dai giornali, scrive : “Noi siamo proceduti innanzi dicendo che i governi non consentiti dai popoli erano illegittimi: e con questa massima, che credo e crederò sempre vera, abbiamo mandato a farsi benedire parecchi sovrani italiani;

ed i loro sudditi, non avendo protestato in nessun modo, si erano mostrati contenti del nostro operato, e da questo si è potuto scorgere che ai governi di prima non davano il loro consenso, mentre a quello succeduto lo danno. Così i nostri atti sono stati consentanei al nostro principio, e nessuno ci può trovare da ridire. A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano, per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve, quindi, o cambiar principi, o cambiar atti e trovare modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia; ma agli Italiani che, rimanendo Italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate … perché contrari all’unità”.

Il D’Azeglio scrive quello che moltissimi pensano.

Il governo «italiano» risponde addossando allo Stato Pontificio la responsabilità che il brigantaggio è alimentato da Francesco II con la protezione del Papa e che non si può dubitare della “legittimità” dei plebisciti. In realtà, com’è riconosciuto dalla stessa Commissione d’inchiesta, fazione esercitata dal governo duosiciliano in esilio a Roma è del tutto trascurabile e l’aiuto prestato è limitato all’invio sporadico di qualche agente di collegamento e di scarsi soccorsi materiali. In tutte le province duosiciliane la guerriglia è un fenomeno di ribellione popolare del tutto spontaneo per liberarsi dagli invasori.

Quasi tutti i paesi duosieiliani sono in rivolta. Numerosi sono i collaborazionisti uccisi dai partigiani.

La notte tra il 4 ed il 5, le montagne che cingono Pontelandolfo sono piene d’insorti: i fuochi accesi sono tantissimi. I liberali collaborazionisti dei piemontesi impauriti fuggono dalla cittadina.

Il giorno dopo, a Pontelandolfo, si tiene l’antichissima Fiera di S. Donato. Il viale che porta dalla provinciale alla piazza principale, attraverso lo spiazzo della chiesa di San Donato, è gremito di almeno cinquemila persone venute da altri paesi. Durante la processione arrivano anche gli insorti di Cosimo Giordano, accolti festosamente da tutti gli abitanti al grido di “Viva Francesco II.

Il 7, Casalduni è semideserta, numerosi sono a Pontelandolfo per la fiera. Verso le 18 qualcuno porta la notizia che alla fiera di San Donato sono arrivati il Giordano e il suo gruppo, che dappertutto sventolano i vessilli delle Due Sicilie e che è stato proclamato un governo provvisorio. La gente rimasta si raduna spontaneamente, si dirige alla caserma della guardia nazionale, ne scardina l’ingresso, s’impadronisce delle armi e delle munizioni e abbatte gli stemmi savoiardi.

Il 9, a Cancello, i soldati piemontesi uccidono 29 civili che manifestano contro gli occupanti. I guerriglieri dei La Gala assaltano un treno carico di truppe, a cui infliggono numerose perdite.

A Napoli, il Cialdini, temendo che la situazione diventi incontrollabile, telegrafa al generale Cadorna: “Nel caso di avvenimenti gravi ed imprevisti a Napoli od altrove, concentri la sua truppa a Teramo, Aquila e Pescara ed agisca secondo le circostanze se le comunicazioni con me venissero interrotte” .

Il giorno dopo, Ruvo del Monte, S. Giorgio, Molinara, Pago e Pietrelcina sono accerchiate dal truppe del 31 ° bersaglieri comandato dal maggiore Davide Guardi: le case sono saccheggiate, 23 persone uccise, il denaro delle casse comunali confiscato. L’ufficiale taglieggia anche i possidenti, ne arresta numerosi perché rifiutatisi di pagare e con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato. Tra questi bersaglieri molti sono quelli che si fanno fotografare, sorridenti, accanto ai cadaveri degli insorti a cui tengono sollevata la testa per i capelli. Tra i taglieggiatori vi è anche il maggiore Du Coll del 61’ fanteria.

Il Sannio ed il Molise sono praticamente sotto il controllo della resistenza. Cerreto Sannita è isolato e così pure Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fa arrivare questa informativa al Cialdini: “Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino, lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio si trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni”.

I FATTI DI CASALDUNI E PONTELANDLFO

Il generale De Sonnaz, per sedare la rivolta di Pontelandolfo, invia da S. Lupo un drappello di 45 uomini del 36’ fanteria, comandato dal tenente Cesare Augusto Bracci. Alle prime ore dell’alba del 10 agosto il tenente Bracci parte da Campobasso, ma, giunto in località Borgotello, è accolto da colpi di fucile. Un bersagliere rimane ucciso. Si dirigono poi a Pontelandolfo, ma circondati da numerosi partigiani a cavallo nei pressi della masseria Guerrera, si danno alla fuga in ordine sparso dirigendosi verso Casalduni. Inseguiti, sono costretti a uno scontro a fuoco. Due soldati rimangono uccisi. Nel frangente uno dei soldati, accusato il tenente Bracci di incapacità, gli spara col fucile uccidendolo. Tutti gli altri, tranne un sergente che si nasconde tra i rovi della boscaglia, si consegnano ai guerriglieri. Il Sergente partigiano Pica e i suoi uomini, ordinato ai prigionieri di mettersi in colonna, si dirigono verso Casalduni. I guerriglieri sono accolti da una folla festante. Tra la folla in piazza vi è anche il vice sindaco Nicola Romano, autore di brogli durante il plebiscito-farsa. Anche lui inveisce contro i prigionieri, ma, riconosciuto dalla folla, è legato ad un albero della piazza e fucilato. Per i prigionieri è istruito un processo sommario. Ne viene decisa la fucilazione, eseguita alle ore 22,30 del giorno 11.

La notizia degli avvenimenti di Casalduni arriva anche a San Lupo al liberale Iacobelli. Costui, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate, si dirige verso la cittadina, ma accortosi che ogni strada è controllata dagli insorti, devia verso Morcone. Da questo luogo, invia al Cialdini un dispaccio, che in pratica decreta la fine di Pontelandolfo e Casalduni: “Eccellenza, quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d’Italia, il giorno 11 agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell’abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’esempio alle altre popolazioni del sud.

Il Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e Casalduni ” non rimanesse pietra su pietra “. Costui, il 13, col 18° reggimento bersaglieri, forma due colonne, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l’altra di 400 al comando di un maggiore, Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne si scontrano con una cinquantina d’insorti, che però sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso nel combattimento venticinque bersaglieri.

accompagnato dal De Marco, ha contrassegnato le case dei liberali da salvare, i bersaglieri entrati in Pontelandolfo fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono anche truppe ungheresi che si distinguono per loro immondi atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.

Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. 11 soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è ucciso anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro con il figlio in braccio mentre scappa, è bloccato dalle canaglie savoiarde, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.

Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Uccisi i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.

Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri, così descrive quell’episodio: “… il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo…”.

Due giovani, di cognome Rinaldi, salvati dal De Marco perché liberali, alla vista di tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro compaesani e la loro città, consultatisi col padre, si dirigono verso il Negri. I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. A quelle scene di terrore e di orrore aprono però di colpo gli occhi. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’Università di Napoli e si avviava all’avvocatura; il fratello maggiore era un buon commerciante di Pontelandolfo. I due fratelli sono accompagnati dal De Marco per protestare contro quel barbaro eccidio. Il Negri per tutta risposta dà immediatamente ordine di fucilarli tutti. Dieci bersaglieri prendono i Rinaldi, s’impossessano dei soldi che hanno nelle tasche e li portano nei pressi della chiesa di San Donato. l due fratelli chiedono un prete per l’ultima confessione. ma è loro negato. Sono bendati e fucilati. L’avvocato muore subito, mentre il fratello, pur colpito da nove pallottole, è ancora vivo. Il Negri lo finisce a colpi di baionetta.

Il saccheggio e l’eccidio durano l’intera giornata del 14. Numerose donne sono violentate e poi uccise. Alcune rifugiatesi nelle chiese sono denudate e trucidate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffia a sangue il viso di un piemontese; le sono mozzate entrambe le mani e poi è uccisa a fucilate. Tutte le chiese sono profanate e spogliate. Le sacre ostie sono calpestate. Le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Gli scampati al massacro sono rastrellati e inviati a Cerreto Sannita, dove circa la metà è fucilata.

A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, fugge. Rimane in repressione e qualche altro che pensa di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino, il 18° battaglione, comandato dal Melegari e guidato dal Jacobelli e da Tommaso Lucente di Sepino, circonda il paese. Il Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Agli spari e alle grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei criminali piemontesi. Messo a ferro e a fuoco Casalduni e sterminati tutti gli abitanti trovati. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore.

A Pontelandolfo e a Casalduni, i morti superano il migliaio ma le cifre reali non sono mai svelate dal governo «italiano». Il “Popolo d’Italia”, giornale filogovernativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità, indica in 164 le vittime di quell’eccidio, destando l’indignazione persino del giornale francese ” La Patrie ” e dell’opinione pubblica europea.

Il giornale fiorentino “Il Contemporaneo” pubblica alcune statistiche sui primi nove mesi della “libertà” piemontese nel Regno delle Due Sicilie: morti fucilati “istantaneamente” 1.841, fucilati “dopo poche ore” 7.127, feriti 10.604, prigionieri e arrestati 20.000, 3000 ex soldati deportati nel campo di concentramento di S. Maurizio (presso Torino), famiglie “perquisite” (saccheggiate) 2.903, case incendiate 918, paesi totalmente distrutti 14, paesi incendiati 5, chiese saccheggiate 12, sacerdoti fucilati 54, frati fucilati 22, comuni insorti 1.428, persone rimaste senza tetto 40.000.

Ai criminali assassini Cialdini, Negri, Melegari, Rossi e agli ungheresi, lo Stato italiano ha concesso onorificenze e medaglie d’oro. Questi criminali ancora oggi sono considerati e venerati come «eroi del risorgimento».

I martiri di Pontelandolfo e Casalduni sono, invece, completamente ignorati dallo Stato italiano, che però continua a perseguire i nazisti, che, al confronto con le canaglie savoiardopiemontesi, sembrano teppisti da oratorio.

Antonio Pagano

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