Alta Terra di Lavoro

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LE VOCI DELLA FOGNA art. del 1900

Posted by on Nov 16, 2017

LE VOCI DELLA FOGNA art. del 1900

Giorno e notte, fra il silenzio e i clamori, crescono e si allargano spaventosamente sinistre.

Il processo, che da un mese si trascina nell’aula delle Assisie di Milano, non è, per quanto lo sembri, un processo d’omicidio vi fu un morto illustre per grado, e la morte fece di lui un segnacolo di vendetta per la sua famiglia, un labaro di rivolta per tutte le coscienze. Chiunque fosse Notarbartolo, comunque arrivato al seggio di presidente nel Banco di Sicilia, forse un trono nell’isola bella ed infelice: abbia egli potuto toccalo il vertice della gerarchia salendone ogni gradino colla forza dell’ingegno, e l’onestà della vita, o giovandosi come tutti di amicizie e transazioni inconfessabili: la sua morte sia stata una necessità omicida della Mafia contro il maggior campione della virtù siciliana, o un assassinio preparato da un colonnello contro il generale della banda, oggi questo processo è la rivelazione più angosciosa e grandiosamente triste di tutto un popolo.

E tutto vi cade come in una fogna, aristocrazia, borghesia, popolo: gli ufficiali della polizia, i magistrati della légge, deputati, senatori, proconsoli, e viceré: sfilano tutti in una tetra processione, dentro l’ombra di un mistero, accusati ed accusatori avvinti dalla stessa febbre, tremanti dello stesso rimorso, spauriti e paurosi al pensiero della nazione.

E io credo alla onestà del Notarbartolo.

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A Milano sono testimonii, paltonieri e principi, povera gente e milionarii, che tacciono, si contradicono, mentono e si smentiscono sotto gl’interrogatorii del presidente e della parte civile: un principe rinnova per un assassino il diritto medioevale di asilo, la giustizia patteggia con entrambi per ottenere la cattura di un solo, del più piccolo: il mandante, un deputato accusato por cinque anni da tutte le voci del pubblico, è arrestato solamente perchè non vuole andarsene, e appena arrestalo, altri nomi, tre quattro cinque, si aggiungono al suo. I giudici chiamati a chiarire i primordii dell’istruttoria, si accusano l’un l’altro; delegati, capitani, colonnelli dei carabinieri appaiono manutengoli, e nel dibattito affettano un miserabile orgoglio, dal quale trapelano minacciose protezioni e complicità più alte.

Cosi la maffia diventa il tema dei discorsi, delle meditazioni di tutti. I giornali prodigano aneddoti ed analisi: una conferenza di Arcoleo bella di stile e di acume diventa come il prologo del mostruoso romanzo: il professor Vaccaro, un altro siciliano, vi aggiunge in una prolusione  alla Sapienza un capitolo di storia psichica, come usava Balzac in ogni romanzo: i grandi, giornali esteri, il Times, il Temps, il Figaro, entrano nella lizza colla solita ironia, e nell’esame dell’accusa vi comprendono tutta l’Italia, difendendo insieme e compiangendo il ministero Pelloux.

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Che importano ora al paese le disquisizioni sulla maffia, le sue scuse del passato e del presente, mentre la Sicilia si rivela come un cancro al piede d’Italia, come una provincia, nella quale né costume né legge possono essere civili? La coscienza addolorata e sdegnata esige non una impossibile soluzione politica del troppo vecchio problema, ma una condanna, una espiazione dei grandi colpevoli.

Hanno troppo peccato e sono troppi.

Invece si dubita, si teme che anche questa volta i grossi colpevoli abbiano a sfuggire, perchè la loro organizzazione politica è la sola viva nell’isola, perchè tutte le nostre migliori libertà statutarie per una incontrastabile inversione diventano armi e trincee contro la legge, e i Suoi esecutori. La maffia non e più che un istrumento elettorale nei municipii e pei deputati; il suo passato cavallerescamente assassino non conta più, il dramma di Rizzotto è antico come quelli di Shakespeare, i raffronti colla santa Wehema medioevale attardati e falsi: si tratta di predoni politici che assoldano predoni di strade e di campi; il comune è considerato come un castello da saccheggiare, la deputazione ai Parlamento come una salvaguardia ed una miniera di a salvacondotti.

Stringete le conclusioni, scrutate il precipitato di tutte le analisi, e siamo sempre a questo, alla tirannia di una piccola casta politico con una banda di malfattori: è il furto amministrativo sostituito alla rapina, una falsa sovranità legale succeduta al potere violento dei banditi, e intorno, al disotto, una miseria inconsolabile di popolose di popolo e di plebe, che ha fame stilla terra più ferace di Europa, che maledice alla vita, in uno dei giardini più incantevoli della creazione. Quando Dumas padre approdò la prima volta in Sicilia sentì nella propria anima di poeta la tragica antinomia dell’uomo col paesaggio, e l’espresse mirabilmente con due sole parole: E’ un paradiso abitato da demonii.

Oggi i demonii sono diventati anche più brutti; preferiscono il denaro al sangue, colpiscono nascondendo la mano, sono vili e superbi, grandi signori, e grandi elettori, amici dei ministri e protettori dei viceré, che il ministero manda a Palermo; appartengono al paese come i tarli ai vecchi mobili, come i lombrichi alle fogne, come le vipere a certe bassure.

Compirete il processo Palizzolo?

No: la nazione ricorda ancora dolorosamente la commedia dei processi bancarii: Palizzolo non sarà condannato perchè egli è un simbolo, un indice, un sintomo di vasta e vecchia malattia. Chi lo condannerebbe, mentre intorno a lui tutti erano ieri suoi amici, protetti o protettori? Dove è la polizia, se un magistrato a Milano la scoperse serva dei malviventi da essa assoldati? Dov’è la magistratura, se procuratori morti e vivi, in servizio ed a riposo, si palleggiano tutti la stessa accusa d’impotenza, e denunziano l’autorità politica come la complice sovrana di tutti i delitti e di tutte le impunità?

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Ieri è una lettera di Mirri al procuratore Venturini perchè prosciolga un miserabile arrestato per falso, furto ed omicidio: bisogna aprirgli il carcere perchè spaventi gli elettori contrari all’on. Damiani, perchè l’on. Damiani è Crispi.

Il generale non resterà ministro. Ma si era insistito perché rimanesse, cosa che, fuori d’Italia, non sarebbe stata possibile. Eppure questo soldato così ingenuo da arrischiare simili lettere, è certamente migliore dì quelli, pei quali le scriveva. Andatevene, generate, l’Italia non vi erede un maffioso, ma una vittima della maffia. Andatevene perché dimentico della vostra lettera e della triste parte impostavi dalla politica, avete imprudentemente e giustamente accusata la magistratura, che adesso vi ritorce l’accusa: andate, voi non foste mai un ministro, non avreste dovuto diventarlo. Soldato ferito a Castel Morone salvando Garibaldi da una sconfitta al Volturno, andatevene testa bassa, a visiera calata, come il Generale l’ultima volta che passò in rivista le bande rosse, sciogliendole per tornare, incompreso e falsato da tutti, a Caprera. L’epopea è finita da un pezzo: quasi tutti i suoi capitani, che la morte ricusò sul campo di battaglia, trovarono nella politica una morte civile funesta ad essi ed alla patria.

Non cercate rispondere alle voci della fogna, che vi accusano, perchè l’accusa è adesso la suprema necessità della coscienza nazionale, e voi non potete essere innocente avendo governato in Sicilia sulla maffia, contro la maffia, colla maffia.

Damiani non era Crispi più che voi stesso non foste Bronzetti, ma quel miserabile ladro, falsario, omicida, del quale chiedeste la libertà provvisoria per lanciarlo contro una parte di elettori, è diventato adesso l’emblema di un governo senza anima, senza legge, senza avvenire.

Alfredo Oriani.

 

fonte

eleaml.org

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