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L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (DECIMA PARTE) – Alta Terra di Lavoro

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già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (DECIMA PARTE)

Posted by on Ago 2, 2017

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (DECIMA PARTE)

SALUTE E CONSIDERAZIONE »

Del tutto ignorata dalla storiografia “ufficiale”, di questo periodo, è l’opposizione eroica e disperata che si ebbe, soprattutto nelle Legazioni pontificie, per opera dei cosiddetti “insorgenti”, persone di tutte le classi sociali che prese le armi quando, sopportata ogni vessazione, si ribellarono alla violenta scristianizzazione dei loro paesi.
Si tratta di una “storia minore”, seppellita sotto la greve rettorica risorgimentale, che solo adesso, pochi coraggiosi stanno scrivendo.

Di fatto, l’avanzata di Bonaparte fu rapidissima. Cominciata con la sua nomina a capo dell'”esercito d’Italia”, il 12 di ventoso del l’anno IV della Rivoluzione (2 marzo 1796), l’armata dilaga in Piemonte, il 14 maggio arriva già a Milano e l’8 settembre si spinge fino a Bassano. Il 31 dicembre fonda la Repubblica cispadana. Intanto ha avuto il tempo di “legalizzare” con un bel trattato, l’occupazione della Savoia, di Nizza e di altre coserelle del Re di Sardegna, attuata già dal 1793.

Scende verso gli stati del Papa e, con il trattato di Tolentino, Napoleone legalizza anche la già consumata annessione, alla Francia, di Avignone e del Contado venassino. In Italia fonda la Repubblica cisalpina dove, a Reggio Emilia, nasce il tricolore italiano, a bande orizzontali, rossa, bianca e verde (tanto per non confondersi con quello francese) e scialo di fasci littori, cannoni, bandiere, tamburi, serti d’alloro al centro.

Il 5 febbraio 1798 l’esercito francese comandato dal Generale Berthiet entra a Roma e, dopo 10 giorni viene proclamata la Repubblica romana. Dopo altri cinque giorni, per ordine di Napoleone, Pio VI è rapito dal Vaticano.
Il Cittadino Bonaparte, intanto, lasciato il comando dell’Armata d’Italia, è tornato in Francia ed è salpato per la spedizione d’Egitto.
L’11 giugno occupa Malta, isola sottoposta al Re di Napoli, e minaccia la Sicilia.

Il popolo è già in fermento per le notizie che vengono dal confine. Una lega si forma fra Ferdinando IV, Francesco II d’Austria, l’Imperatore di Russia Paolo I, l’Inghilterra e la “Sublime Porta” (come si denominava l’Impero Ottomano) direttamente minacciata nei suoi possedimenti africani: ma, a parte la novità dei turchi che combattono a fianco ai cristiani, si tratta, al momento, di poche forze raccogliticce.

Fra di loro, la maggior parte dei napoletani non avevano mai vista una guerra in vita loro.

Il 23 novembre, Ferdinando varca la frontiera pontificia e punta direttamente su Roma mentre gli alleati prendono direzioni diverse.
Il 29 successivo il Re di Napoli e di Sicilia entra nella città papale abbandonata in fretta dai francesi che però, riorganizzatisi e battuti gli alleati, ritornarono sulle posizioni perdute e cominciano a dirigersi anche verso il Napoletano.
Ferdinando, il 7 dicembre, dopo aver emanato un proclama ai napoletani invitandoli alla resistenza armata, lascia Roma e rientra nella capitale per organizzare la difesa del Regno. Ormai l’Armata d’Italia sta sciamando in Campania e dopo aver occupato Pontecorvo e Benevento, antichi possedimenti del Papa, dirige verso Napoli.

Comincia da questo momento l’epopea dei napoletani.

Il 21 dicembre, mentre i giacobini locali già s’organizzano per accogliere degnamente i francesi e gli aristocratici si perdono in lunghissimi parlamentari su come venire a patti con gli invasori, i popolani, passandosi la voce, accorrono a frotte a Largo di Palazzo.

«Affacciatomi al balcone, scrive Ferdinando nel suo diario, [ho] veduto un immenso popolo con una bandiera alla testa con un Cristo sopra».
I napoletani più semplici hanno capito come stanno le cose: non c’è da fidarsi di «signure e cavaliere».

Ormai gira la voce che il Re, senza possibilità di difesa, voglia mettere in salvo la corte nella seconda capitale, Palermo. I francesi sono alle porte della città.
I popolani fremono e rumoreggiano: sono pronti a combattere contro i giacobini e, tanto per mostrare di cosa son capaci, linciano subito un povero commerciante francese scambiato per spia. Ferdinando dal balcone li invita a disperdersi e a starsene calmi.
Le sue ultime raccomandazioni sono perché il popolo non opponga resistenza agli invasori e attenda fiducioso il suo riscatto: non vuole un bagno di sangue.

La stessa notte sale sulla Vanguard, l’ammiraglia di Nelson che, con tutta la sua flotta, è nel golfo di Napoli. Mentre le navi s’allontanano, viene dato fuoco ai bastimenti da guerra in porto, che sono impossibilitati a salpare: i francesi non faranno bottino d’armi.

SAN GENNARO « TRADITORE »

San Gennaro, dal tempo del Re Carlo, è iscritto ufficialmente nei ruoli militari col grado di Maresciallo generale comandante dell’Esercito napoletano. Il suo appannaggio viene versato regolarmente all’Arcivescovo che lo incamera nel Tesoro. Della devozione dei napoletani per colui che, dal Cielo, li protegge soprattutto dalle disastrose eruzioni del Vesuvio, sono state scritte biblioteche. Eppure, nella sua epopea liberatrice, il popolo arrivò a destituirlo, a “degradarlo” e ad eleggere, al suo posto, Sant’Antonio.

È un episodio che sembrerebbe confermare la proverbiale superstizione dei popolani partenopei e che, invece, ne attesta la profondissima fede, oltre alla caparbietà.
Se, nella Comunione dei Santi, essi non mettono in dubbio che il loro protettore possa disimpegnarsi a dirigere con onore l’esercito, di fronte a quello che considerano un voltafaccia, non esitano ad ammutinarsi levandogli il comando ed affidandolo ad un santo forestiero.
In effetti, è difficile, oggi, stabilire se il Cardinale Capece Zurlo fu timoroso dei francesi e dei giacobini locali o se volle, con paterna premura, far cessare la carneficina dei napoletani.

Dalla partenza del Re fino al 21 giugno, quando fu proclamata la Repubblica, l’arrivo dei francesi procedette di concerto con la rivolta dei “lazzari”.

Si dice che ne scesero in campo 60.000, sempre meglio armati di ciò che catturavano in battaglia al nemico o semplicemente di ciò che gli rubavano durante le tregue: verso la fine della rivolta disponevano di una dozzina di cannoni di grosso calibro.

Ne morirono almeno 10.000. Le fucilazioni senza processo furono innumerevoli. Nonostante la mancanza di preparazione militare e di capi addestrati, seppero organizzarsi, con mogli, figli e nonni a far da sussistenza, per contrastare passo passo l’avanzata in città delle truppe francesi, per tendergli trappole nei vicoli, per metterle più volte in ritirata, per assaltare il forte di Sant’Elmo dove si era appostato il comando francese e dove poi si barricò il governo repubblicano.

Il generale Championnet doveva ammettere, in una sua relazione al Direttorio, che

«I lazzaroni, questi uomini meravigliosi… sono degli eroi… sono comandati da capi intrepidi. Il forte di S. Elmo li fulmina, la terribile baionetta li atterra, essi ripiegano, in ordine, tornano alla carica».

Le versioni del fatto di San Gennaro sono diverse: secondo alcuni, Championnet, per ingraziarsi i napoletani, si recò in cattedrale per un Te Deum di ringraziamento e volle gli fossero mostrate le ampolle col sangue del martire che, fuori dei tempi previsti, si liquefece. C’è chi dice che, anzi, minacciò di morte l’Arcivescovo se il miracolo non fosse avvenuto, tenendogli una pistola puntata addosso per tutta le cerimonia.

Altri dicono che il Cardinale Capece Zurlo, per far cessare la carneficina, posticipò la notizia della liquefazione al momento della tregua mentre essa era avvenuta il 22 gennaio, proprio al culmine trionfale dell’insurrezione popolare.

Come che stiano veramente i fatti, i napoletani, per questo sgarbo del santo che con il prodigio sembrava avvallare il nuovo governo, si elessero protettore e Generale in capo un forestiero, Sant’Antonio. Il fatto, poi, che l’Armata della Santa Fede arrivasse in città proprio il 13 di giugno, festa del taumaturgo portoghese-padovano, sembrò confermare che la scelta era stata appropriata.

fonte

la storia che non si racconta

eta oro

 

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