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L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (DODICESIMA PARTE)

Posted by on Ago 16, 2017

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (DODICESIMA PARTE)

Nelle rivoluzioni ci sono sempre morti da dimenticare e morti da ricordare: le migliaia di esecuzioni “militari” non sono arrivate a noi né sono arrivate le innumerevoli esecuzioni “civili” ordinate dalla Repubblica.

Il responsabile del tribunale repubblicano, il Capitano Antonio Velasco, dopo aver reso piena confessione del suo operato, non ebbe il coraggio di sottostare al giudizio e, mentre veniva tradotto di fronte alla Giunta, si suicidò lanciandosi da una finestra.

L’unica numerazione, variabile a seconda della commozione patriottica del contabile di turno, è quella che riguarda, appunto, i “patrioti”, cioè i capi repubblicani condannati, per lo più, per lesa Maestà e tradimento, per reati da codice penale e, per quel che riguarda i militari, anche per diserzione, spionaggio e razzia.

La «furia sanguinaria e vendicativa» dei Borboni traditi, dopo l’entrata dell’Armata della Santa Fede a Napoli, fece un’«ecatombe di vittime innocenti», mise a morte «i più dotti e generosi uomini»: «tutta l’élite culturale del meridione d’Italia, una strage da cui il Mezzogiorno non s’è più ripreso moralmente e socialmente».

Due lapidi sul Municipio di Napoli ricordano ancora le vittime, un po’ troppe: almeno diciotto in più. Lo stesso Giustino Fortunato, tessendo l’apologia dei repubblicani, riconosce che sedici di quei nomi appartengono a gente che non ha nulla a che vedere con le condanne delle giunte: uno è addirittura di un suicida.

Le condanne eseguite furono novantotto, una di meno se si considera Francesco Caracciolo, già capo della Regia Armata di mare che, tornato da Palermo dove aveva accompagnato il Re e dopo aver chiesto licenza «per affari personali», si diede ai francesi e divenne Direttore della marina repubblicana. Catturato da Nelson, fu immediatamente impiccato al pennone dell’ammiraglia.

Certamente i giustiziati, anche se molti di meno di quelli dei repubblicani, non furon pochi e Nelson, che ne pretese la morte, più che fare giustizia al Regno tradito, volle dimostrare la fermezza britannica: un chiaro messaggio alla Francia e a Napoleone che, indomito, dopo Abukir, scorrazzava spavaldamente per il Mediterraneo nonostante la batosta di Nelson.

Quando Fabrizio Ruffo entrò a Napoli, dopo aver trattato lungamente la capitolazione del Forte di Sant’Elmo, da cui francesi e repubblicani continuavano a mitragliare la folla, dichiarò di non voler fare vendetta delle scelleratezze commesse in quei cinque mesi e promise di comminare l’esilio a tutti quelli che avevano avuto parte nella rivoluzione e che si fossero arresi.

Nelson arrivato nel golfo due giorni dopo, con tutta la sua temibile flotta e, nonostante le proteste del Cardinale, revocò l’amnistia e formò le Giunte di giustizia militari e civili con membri da lui scelti fra intransigenti magistrati siciliani e generali austriaci.

Tutta la potenza britannica, decisa come non mai a farla finita con questi esaltati del continente che, con le loro rivoluzioni, disturbavano i traffici mercantili, era sotto gli occhi degli alleati russi, austriaci e turchi. Ferdinando non fu nemmeno interpellato e dovette accettare le decisioni di Nelson. Gli inglesi, del resto, avevano un metodo infallibile di persuasione: i cannoni delle loro fregate. Puntati sulla città, erano un argomento che più eloquente non si può e che, senza il minimo di fairplay, fu usato puntualmente fino a che Napoli, l’Italia e l’Europa intera misero testa a partito e diventarono come piaceva a loro.

In quanto al Re, come si dimostrò dalla grande amnistia che, due anni dopo, mise in libertà tutti i detenuti (222 condannati a vita e 355 a pene temporanee, oltre quel che abbiamo detto sull'”oblio” della guerra fratricida) e riammise nel Regno tutti gli esiliati, la sua opinione, tirata poi a destra e a manca, era, nonostante i tentennamenti, gli scrupoli, i risentimenti e le richieste di giustizia del popolo napoletano, la stessa del Cardinale Ruffo: clemenza e perdono ove possibile per ristabilire presto la pace.

Lo apprendiamo da una lettera di Maria Carolina che, evidentemente, rispecchia il pensiero del Re e che, forse per una svista, pubblicò il Fortunato.

«Per i rei di Stato, scriveva la Regina al porporato, il metodo preso è intieramente contro il mio parere. Io volevo una Giustizia sollecita, subitanea, pronta, per incutere timore; e veramente i capi sono troppo noti per aver bisogno d’altro: indi, con tutti i mezzi d’imbarco nel porto, prendere tutti gli scrittori municipalisti, organizzatori, capi della capitale, e depositarli in Francia; e agli altri perdono».

In ogni caso, è opportuno precisare qual era l’«élite culturale» che fu mandata a morte «spegnendo per sempre ogni possibilità di elevazione culturale e sociale del Mezzogiorno».

Gli ecclesiastici giustiziati, dopo essere stati ridotti allo stato laicale, furono diciassette. Di loro, secondo Fortunato, quattro erano docenti universitari ed uno dell’Accademia di Marina. Del sacerdote Domenico Vincenzo Troisi si conosce qualche trascorso: “Moderatore” della “Sala dell’istruzione repubblicana”, aveva, tra l’altro, sostenuto «potersi dai preti contrarre matrimonio e non vi è bisogno della benedizione del Parroco, che egli caratterizzava come una semplice accessione al contratto».

I nobili, senza altra qualifica, furono dieci, fra i quali la Pimentel e la Sanfelice. Fra di loro meritano attenzione il Conte di Ruvo Ettore Carafa e Don Gennaro Serra dei Duchi di Cassano.

Inviato con le truppe francesi a ridurre alla ragione le città lealiste della Puglia, ecco cosa dice l’insospettabile Cuoco di Ettore Carafa:

«ma egli abusò della sua forza. Prese settemila ducati che trasportava il corriere pubblico e che avrebbero dovuti esser sagri; e quando gliene fu chiesto conto, non potette dimostrare che fossero degl’insorgenti. Il troppo zelo di punir questi forse lo ingannò! Non seppe distinguere gli amici dagl’inimici ed, ove si trattava d’imposizioni, la condizione dei primi non fu migliore di quella dei secondi. Bari, in una provincia tutta insorta, avea fatti prodigi per difendersi. Quando egli vi giunse, dovette liberarla da un assedio strettissimo, che sosteneva da quarantacinque giorni: vi entra e, come se fosse una città nemica, le impone una contribuzione di quarantamila ducati. La stessa condotta tenne in Conversano cui, ad onta di esser stata assediata dagl’insorgenti, impose la contribuzione di ottomila ducati. Nella provincia di Bari non vi restò un paio di fibbie d’argento. Tutto fu dato per pagar le contribuzioni imposte».

Precedentemente il Carafa aveva distrutto «la formidabile insorgenza di Sansevero» e, prima di mettere a ferro e fuoco Trani, prese Andria, feudo della sua famiglia. Qui, fra l’altro, saccheggiò la cattedrale e diede alle fiamme l’intero archivio vescovile distruggendo per sempre la memoria storica di quella città. Ad Ettore Carafa, dopo una piazza, l’amministrazione comunale di Andria ha intitolato recentemente anche una scuola.

Gennaro Serra, di 27 anni, era il rampollo di una antichissima casata calabrese. Pieno d’ardore giovanile, seguì le truppe francesi. Morì, senza capire perché il popolo applaudisse al Re invece che a lui «che ne aveva voluto il bene», gettando nello sconforto la madre che, lasciato per sempre il palazzo napoletano, se ne tornò in Calabria. Lì, il capo della famiglia, ignaro delle gesta di Gennaro, al passaggio della Santa Fede, aveva allestito un ospedale nel suo palazzo di Cassano assistendo oltre duecento feriti. Il portone di Palazzo dei Duchi Serra di Cassano, restato da allora sempre chiuso (ma solo perché la famiglia non tornò più a Napoli e lo vendette), divenne un simbolo per ogni nostalgico rivoluzionario.

I militari, tutti ufficiali, fra cui l’Ammiraglio Caracciolo e due famigerati generali, Federici e Matera, furono diciotto, tutti accusati di alto tradimento, diserzione e passaggio al nemico. I magistrati tre, i docenti universitari sei, fra i quali Mario Pagano e Domenico Cirillo, noti framassoni ma più noti per aver redatto la costituzione repubblicana.

Fra i ventisei professionisti, naturalmente, spiccavano venti avvocati, la categoria più numerosa, poi due notai e quattro medici. Cinque erano gli impiegati e cinque gli uomini d’affari e i commercianti, un orologiaio, un maestro di scherma, due studenti di medicina, due giovanotti senza mestiere e due «letterati», Ignazio Ciaja e Giacomo Antonio Gualzetti (quest’ultimo «poeta») dei quali, però, non si conosce opera alcuna.

 fonte

la storia che non si racconta

 

lazzari

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