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L’ETA DELL’ORO DI FERDINANDO IV (II)

Posted by on Mag 27, 2017

L’ETA DELL’ORO DI FERDINANDO IV (II)

I venti anni che vanno dal 1769, quando Ferdinando, ormai maggiorenne, sposato e Re di fatto, pubblicò il suo primo editto in cui tracciava un vasto programma di riforme del Regno, e il 1789, quando venne pubblicato il celebre statuto Origine della popolazione di San Leucio, sono indicati come l'”Età d’oro”. Una definizione che ha trovato fortuna tanto fra i più irriducibili avversari di questo re (quelli, per intenderci, che lo gratificano tutt’oggi dei più fantasiosi epiteti ingiuriosi) sia quelli che ne cercano una rivalutazione.

Fra questi ultimi, c’è chi volle distinguere quello napoletano dal resto dell’Illuminismo che caratterizzò l’Europa di quel tempo: «una porcellana di Capodimonte di fronte ad un biscuit di Sèvres, il sorriso di un’alba rosea a fronte del torbido nembo realizzatore della rivoluzione francese».

Certamente le differenze ci furono e furono proprio quelle per cui Ferdinando, rappresentato dal Canova come un imperatore romano nel monumento equestre a Largo di Palazzo, salutato per vent’anni come «Novello Tito, amore e delizia del genere umano», il «più grande legislatore del secolo», «Padre dei suoi popoli», dopo quegli anni divenne d’un botto il «Re lazzarone», «pauroso e imbecille, vilissimo despota e stupido tiranno». La differenza sta nel finale tutto napoletano che si ebbe, nel meridione, alla fine di quel secolo, il “grande complotto” contro quel che rimaneva della Cristianità.

L’Illuminismo arrivò a Napoli così come era arrivato in tutti gli stati cattolici né, dal punto di vista della “vivacità”, della spregiudica tezza e della fama dei suoi esponenti fu secondo a nessuno.

Nomi come Filangieri, Genovesi, Caracciolo, Galiani, Gravina erano noti in tutti i circoli culturali d’Europa e da tutta Europa i pensatori alla moda facevano capo a Napoli come a Parigi per nutrirsi vicendevolmente alle fonti di quello che veniva ritenuto il massimo e definitivo trionfo del sapere e della ragione. A Napoli, come nel resto d’Europa, si manifestò con riforme che sembrarono unanimemente giuste e con uno stile di vita spensierato ed ottimista che sembrava il massimo che si potesse chiedere su questa terra, ammantato, come ovunque, dell’euforia del benessere.

Come s’era verificato per la Francia, anche negli altri regni cattolici l’illuminismo non avrebbe potuto diffondersi con tutto il suo codazzo di idee rivoluzionarie se le corti, i ministri, le legisla zioni non l’avessero in qualche modo favorito. I re assoluti, anche se creature dei cortigiani, avevano comunque un immenso potere e un enorme ascendente sulla nazione, nobili o popolani. «Avevo verso il Re un sentimento difficile da definire, un sentimento di devozione di carattere religioso. La Parola del Re aveva allora una magia e un potere che nulla aveva potuto alterare. Nei cuori retti e puri, questo amore diveniva una specie di culto», scriveva il Maresciallo Marmont, in Francia, quindici anni prima della rivoluzione.

Alla corte di Napoli, la breccia da cui l’illuminismo e le sue conseguenze si diffusero nel Regno fu costituita, paradossalmente, dall’intransigente Tanucci. Di lui non si può dire che fu mai illuminista o che abbia mai avuto simpatie per gli intellettuali. Toscano, ghibellino quindi per vocazione di patria, incorruttibile funzionario al vertice di ogni possibile carriera, votato allo Stato quindi sparagnino, sposò la causa del giurisdizionalismo fino al punto da diventare un estimatore del Giannone.

Costui, un “paglietto”, come i napoletani chiamavano con sufficienza gli avvocatelli azzeccagarbugli, venuto dalla provincia al tempo dei viceré austriaci, nella capitale non aveva trovato di meglio che prodursi in una serie di pamphlet anticuriali finché, nel 1723, aveva dato alle stampe una Storia civile del Regno di Napoli che pretendeva di mettere i napoletani contro il Papa. Le occasioni c’erano giacché la Santa Sede, rifiutando il tributo da Carlo VI, senza provocare rivoluzioni, gli aveva detto chiaro e tondo che considerava il dominio dell’Austria sul Regno un’usurpazione.

Le tesi di Giannone, mal scritte, qua e là scopiazzate, zeppe di errori ed imprecisioni, erano difficili da sostenere giacché, come sono costretti ad ammettere anche i più mangiapreti fra i suoi estimatori, non si poteva interpretare, come diceva quell’autore, tutta la storia del Sud come una eterna lotta fra Stato e Chiesa né risolvere ogni questione dicendo che chi rappresentava l’uno eran sempre e comunque fior di galantuomini e chi l’altra tutti, senza eccezione, mascalzoni. La questione era tutta di giurisdizione, diceva lui negando che uno stato “libero e sovrano” potesse dipendere dal Papa.

In effetti, l’antico vassallaggio, per cui il Regno non dipendeva dall’Impero, come Francia e Spagna, e che ne aveva garantito l’autonomia (e si ricordi la difesa che ne aveva fatto il Papa ai tempi di Federico Imperatore) era rimasto solo nella “Chinea”, una bella parata da Napoli a Roma per ricordare il “ligio omaggio” del Re vassallo al suo tutore. Fin dai tempi di Carlo d’Angiò, una cavalla bianca, «bella e ben addestrata», capace di inginocchiarsi davanti al Papa in San Pietro (da qui il nome di chinea), come nei patti, saliva, per la rampa fatta costruire apposta sulla scalinata del Bernini, a portare l’offerta, il “tributo”, dei napoletani e dei siciliani ai Santi Apostoli loro protettori. Ai napoletani le idee di Giannone, che diventarono presto di pubblico dominio, non potevano piacere, tanto che, come succedeva sempre quando gli si tocca la religione, il popolo aveva inscenato una sommossa e aveva costretto il viceré a spedirlo difilato fuori dai confini.

Quello del conflitto di poteri, per il Tanucci, fu il cavallo di battaglia con cui riuscì a dominare insieme sia il Re di Spagna che quello di Napoli, padre e figlio (ma fu anche il cavallo di Troia con cui i settari entrarono a Napoli). Infatti Carlo, a Madrid, era alle strette e le esortazioni di quell’austerissimo grand comis gli erano di conforto, tanto più che, a malincuore, s’era dovuto privare del proprio ministro, un napoletano, il Marchese di Squillace, grande uomo di stato anche lui ma talmente rigido e antipatico al popolo da doverlo licenziare.

La Spagna se la passava male: fra le beghe internazionali e le ribellioni delle colonie, perdeva ogni giorno di più la sua grandezza. Dopo la morte di Maria Amalia, un anno dopo ch’era arrivato arrivato a Madrid, il Re s’era incupito, forse rimpiangeva la dolce vita di famiglia alla napoletana: certo la corte che egli aveva sempre schivato, sempre pronta a organizzar complotti in nome dell’onore e dell’ispanica hidalguia, non l’aiutava. Il potere di Tanucci sul Re di Spagna, in poco tempo, divenne totale.

Con una profluvie di lettere, giorno dopo giorno, lo portò alla conclusione che ogni male del regno provenisse dalle indebite ingerenze della Chiesa nel potere sovrano, dai privilegi dei preti divenuti abusi, dall’insidia che, soprattutto i più moderni e spregiudicati, costituivano per lo stato. Naturalmente, come sempre, prima e dopo, fecero sempre i novatori, condendo le lettere di massime della Scrittura, quel geniaccio di un anticlericale, giurava che si trattava di fare il bene, così, della religione, della Chiesa e del Papa medesimo ormai attorniato di falsi cortigiani. Frasi tanto carismaticamente ispirate convinsero Carlo a farsi guidare in una contesa in cui il mite sovrano non avrebbe mai creduto di doversi cacciare.

Tanto per cominciare, l’esempio da imitare, per Tanucci, veniva da Francia e Portogallo ed era proprio questo paese così vicino, e con tanti interessi in comune, che aveva dato una sgomitata a Roma cacciando dal paese i Gesuiti. Nel 1759, proprio un allievo di questi religiosi, il Marchese di Pombal, li aveva espulsi dal regno e dalle sue colonie, per ragioni che nessuno ha ancora saputo pienamente spiegare (neanche con la contesa con la Spagna per i territori delle reducciónes del Paraguay) se non come un moto d’orgoglio di quell’onnipotente reggente a cui era rimasto, stretto in un pugno di ferro, tutto il potere del paese.

In un regno cattolico, prima d’allora, solo Federico di Svevia aveva osato mettere al bando un’ordine re¬ligioso negando l’ospitalità a Domenicani e Francescani. Anche la Francia non perse l’occasione, nel 1762, di fare la medesima cosa: vescovi e preti gallicani, giansenisti, febroniani si trovarono tutti d’accordo con i filosofi dei “lumi” ed ogni altro settario d’Europa che in quel regno aveva trovato entusiasta accoglienza.

Nell’ottimismo di un mondo che sembrava avviato a tempi sempre migliori (Oh, le «felici sorti e progressive»!) solo la Chiesa vegliava conoscendo le astuzie del nemico. I Gesuiti, i più colti, i più istruiti, gli integerrimi custodi della Cristianità, abituati da sempre a trattare con principi, filosofi e scienziati, avevano ben capito dove s’andasse a parare e già, ovunque fossero diffusi, tenevano testa, dolci come colombe e astuti come serpenti, a quel nemico per combattere il quale, in piena riforma protestante, Sant’Ignazio li aveva arruolati.

Scuole, convitti, università, accademie, non v’era luogo dove si coltivasse la cultura che non li avesse maestri e patrocinatori. Rimasti fermi nella convinzione che da ogni legittimo potere scaturisse la santità dei popoli e perciò, per quanto il mondo lo consente, la possibilità umana d’essere felici, pur senza trascurare, nelle missioni, quelle genti ancora bambine, dedicavano le migliori energie all’educazione delle future classi dirigenti.

Dalle reducciónes del Guarany, nelle selve dell’America latina, dove spiegavano agl’indios i rudimenti dello stare insieme, fino alle corti d’Europa dove insegnavano ai principi l’arte del bel regnare, i Gesuiti, forniti d’ogni cultura religiosa e mondana (oltre ad essere preti erano essi stessi filosofi, antropologi, scienziati, astronomi, politici, ingegneri), sapevano tener testa ad ogni polemica e ad ogni prepotenza, quanto bastava per essere amati dalla gente buona ed essere odiati dalla marea montante di una cultura che si mostrava ogni giorno di più nella sua vera natura anticristiana.

Carlo III dunque, espulse i Gesuiti nel 1767 e un anno dopo stesso provvedimento fu adottato dal Regno di Napoli. La cosa qui non fu così facile giacché il giovane regnante, preso da mille scrupoli alla proposta del Primo ministro, rispose chiaro e tondo che una simile infamia lui non l’avrebbe sottoscritta mai. Questo fu primo atto di una rottura fra Ferdinando e il padre. Ma l’astuto Tanucci non desistette dal suo piano e mise in atto tutte le furberie per far capitolare quell’ostinato. Peraltro bisognava fare in fretta giacché era imminente il matrimonio con la figlia di Maria Teresa ed era ben noto come la corte austriaca proteggesse invece la Compagnia di Gesù.

Fra le mene del Tanucci, quella più infame fu far indottrinare Ferdinando dal confessore di corte, il Canonico lateranense, poi Vescovo di Benevento, Benedetto Latilla «perché, come poi si vantava il ministro con il re spagnolo, maggiore impressione si facesse sulla tenera vivacissima mente» di Ferdinando «sul pericolo della vita che a tutta la famiglia reale poteva venire dai gesuiti».

La “catechesi” di questo prelato (che Dio lo abbia in gloria!), come, al solito, riferiva Tanucci a Carlo II, consisteva nell’illustrare autorevolmente la sua tesi per cui «la corte romana […] servendosi di essi [i Gesuiti] contro li vescovi, contro li sovrani, contro li popoli, ha fatto che montino in tanto orgoglio e ardire che si servano della religione per un pretesto tendente al fine di divenire padroni delli studi, cioè del modo di pensare dei popoli, della roba loro col piantar la massima ai moribondi di scontar li peccati con lasciare ai gesuiti le robe loro, chiamando sfacciatamente limosina il dare ai gesuiti ricchi quel che per esser limosina si deve dare ai veri poveri, che siano anche invalidi a provvedersi», ed altre amenità del genere.

Ogni «cortesia» fu usata ai Gesuiti per metterli fuori di casa e accompagnarli alle frontiere del Lazio. Il fatto che la cacciata av-venisse alla chetichella e una serie di “riforme” (la sostituzione con altri chierici e religiosi nelle scuole, che diventarono “pubbliche”, la distribuzione delle loro terre ai contadini) non allarmarono il popolo e misero a tacere ogni scrupolo di Ferdinando felice sposo novello.

Quando passata la gran bufera della rivoluzione, il Re ormai stanco, amareggiato, deluso dai suoi antichi cortigiani, vergognoso di quell'”Età d’oro” del suo passato, volle riconciliarsi con la sua coscienza, fu il primo fra tutti i sovrani a richiamare in patria i suoi antichi maestri Gesuiti. Era il 1804. Forse troppo tardi: Napoleone già stava alle porte.

Giuseppe Pianelli

fonte

la storia che non si racconta

 

ferdinando-iv

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