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L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (NONA PARTE)

Posted by on Lug 20, 2017

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (NONA PARTE)

LA LIBERTA’ SECONDO I FRANCESI

L’avanzata delle armate “giacobine” in Italia aveva lo scopo di distogliere l’attenzione del popolo francese dalla disastrosa situazione in cui si trovata la Repubblica dopo dieci anni di rivoluzione (la popolazione che nel 1788 era di ventotto milioni di popolazione che nel 1788 era di ventotto milioni di abitanti, fra l’altro, s’era quasi dimezzata) impiegando utilmente quello sterminato «popolo in armi» allevato fra esecuzioni, massacri e stermini: in pratica tutta la gioventù dai 18 ai 25 anni.
Il «popolo in armi» era l’eufemismo con cui veniva presentata la moderna “conquista” della coscrizione militare obbligatoria.

Da allora in poi, in forza dei “sacri principi dell’uguaglianza”, i governi potettero disporre di una sterminata massa di persone da usare come “carne da cannone” e, poiché, in nome degli altrettanto sacri doveri della fraternità, era in armi, appunto, tutta la nazione, non si fece più distinzione fra civili e soldati e le guerre diventarono massacri indiscriminati. Con l’esercito repubblicano, che presto fu comandato personalmente dal giovane Bonaparte, si chiude l’epoca delle guerre della Cristianità, combattute fra loro da professionisti.

Raramente, l’abbiamo visto, nelle battaglie del passato, venivano coinvolte le popolazioni civili e le città, prudentemente, si rinserravano nelle mura attendendo gli esiti dei combattimenti per prestare omaggio (opportunisticamente ma alquanto saggiamente) al vincitore giacché sapevano anche che, di norma, se si trattava dell’aggressore, costui, per ingraziarsi i nuovi sudditi, avrebbe conservato alle comunità gli antichi privilegi. Se si trattava invece dell’aggredito, immunità e privilegi sarebbero stati accresciuti.

Le città che avevano amministratori più astuti mandavano emissari a spiare, sui campi di battaglia, come si mettevano le cose e, se era conveniente, si dichiaravano dalla parte preponderante issando le insegne del probabile vincitore. Naturalmente era anche questione di fortuna giacché non sempre i pronostici erano esatti. Ma se le cose andavano pel giusto verso, quella comunità era sicura di accaparrarsi la fortuna. In caso contrario, a meno di una grazia sovrana, c’era il pericolo di ritrovarsi saccheggiati, gravati di terribili riscatti o, alla men peggio, infeudati.

Anche in Italia, funzionò così fino a tutto il Settecento (le mura e le porte delle città cominciarono ad essere abbattute dopo l’unità d’Italia). Perciò quando si sente dire che, di fronte all’armata francese le popolazioni si sollevavano “bramose di libertà”, bisogna ricordarsi che, davanti a quell’invasione di cavallette (un numero così grande di soldati giovani a gagliardi non s’era mai visto prima quando i mercenari costavano cari e, in genere erano esperti veterani, e molti ufficiali e sottufficiali si portavano dietro mogli e famiglia), di fronte a quei fanatici che combattevano per la rivoluzione e soprattutto per rifarsi della povertà (gli era permesso di arraffare ai vinti tutto quel che potevano), la gente si affrettava ad arrendersi così come si arrendevano in fretta le scarse guarnigioni.

Il Direttorio repubblicano aveva fatto suo l’editto della Convenzione girondina che, decidendo l’esportazione della rivoluzione, dichiarava di accordare «fraternità e soccorso a tutti i popoli che vorranno ottenere la loro libertà».

Le rese venivano quindi trattate, con entusiasmo, da quelli che, dopo essersi messi sul cappello una bella coccarda tricolore (francese: rossa, bianca e blu), già ben indottrinati delle idee d’oltralpe, si ergevano a salvatori della patria, pronti a trarne benemerenze, cariche, stipendi e, naturalmente, riconoscenza dei cittadini salvati dal pericolo dell’invasione.

Fu così nel Piemonte già sconfitto, in Lombardia, in Emilia e nelle Romagne che eran Legazioni del Papa, nelle Marche e via di seguito. Solo più tardi, ma abbastanza in fretta, quella gente cominciò a capire dove andava a parare quella libertà: tasse esorbitanti per pagare le spese di guerra e per rinsanguare le esauste casse francesi, sottomissione spietata alle leggi rivoluzionarie, persecuzione del clero e dei dissidenti, scristianizzazione, furto di tutte le opere d’arte destinate ad abbellire la patria dei vincitori.

Nel 1798, al Generale Cherrer, che aveva sostituito Napoleone a capo dell’Armata d’Italia, il Direttorio esecutivo mandava da Parigi l'”Istruzione” che vale la pena, qui, di riportare per intero, in una traduzione del tempo “non autorizzata”:

«L’importante Commissione che vi affida la Patria, Cittadino Generale, non tende a niente meno che a rendere per l’avvenire la Repubblica Francese arbitra del destino delle Nazioni dell’Universo.

«Sin dal momento della caduta di Cartagine, previde Roma la conquista dell’Oriente; nella totale sommessione dell’Italia sono compresi li nuovi trionfi riservati all ‘eroismo della gran Nazione dalla forza insuperabile del destino.

«Li soldati che andate voi a comandare contano le vittorie dal numero delle battaglie che han date, non è permesso dubitare per un solo momento del felice successo delle nostre armi: continuate intanto ad incoraggiare le truppe con tutti quei modi propri, e condurle a de ‘ nuovi trionfi. Le provincie e le Città da sottomettersi abbondano di tutto; Elleno vi offrono degli innumerevoli mezzi per ricompensare li pericoli e le fatiche dei soldati della Repubblica, e noi ve ne facciamo un dovere di servirvene in nome della Patria.

«Ma non basta, che li Tedeschi siano scacciati dal suolo italiano, è necessario trarre da quella bella parte d’Europa tutto il possibile vantaggio, per l’ingrandimento ulteriore della Repubblica.

«La Francia non ha bisogno di braccia forestiere per soggiogare li suoi nemici, ma ha ella bisogno delle ricchezze dei popoli vinti. Li figli della gran nazione non devono occuparsi che di fare la guerra, e di comandare, tocca alle Nazioni conquistate il mantenerli e obbedire.

«Il Direttorio Esecutivo ha giudicato necessario fin d’ora di tener nascosto il vastissimo oggetto che s’era proposto, e di abbagliare le teste italiane col fantasma della Sovranità e dell’indipendenza nazionale: quest ‘idea seducente, secondata da persone ambiziose ed avide di questo paese, ebbe tutta quella riuscita che conveniva ai nostri interessi: sedici milioni di uomini furono sottomessi da un numero di combattenti che si poteva chiamare corpo di volontari piuttosto che armate.

«Li monumenti delle Arti e delle scienze che decorano questo paese ebbero una più nobile destinazione; essi sono venuti a decorare li vincitori li soli degni di possederli: l’oro e l’argento di cui l’Italia abbondava fu tutto versato nelle Casse delle nostre armate. Fosse stato possibile di impiegarlo tutto in ricompense, o a riempire il vuoto del tesoro nazionale; ma convenne prodigalizzare a corrompere gli amministratori dei differenti stati a stipendiare li faziosi, gli allarmisti, gli spioni, e presso li forestieri, gli entusiasti apostoli dei nostri principi.

«Un tal sistema, utile per le circostanze del momento, deve cessare subito che le Truppe Austriache saranno scacciate da quel cantone d’Italia che la generosità Francese ha voluto credergli, e il nostro Governo deve ritirare dei più solidi frutti da un così prezioso stabilimento.

« Voi siete quello, Cittadino Generale, che il Direttorio Esecutivo ha scielto, per organizzare il governo politico d’Italia, di cui voi siete destinato a terminare la conquista.

«Crediamo inutile di ricordarvi che la Repubblica Francese essendo unita, tutte le Repubbliche Italiane infantate, e tollerate a causa soltanto dell’imperiosità delle circostanze, devono sparire. L’esistenza dei vinti non consiste che in una tranquilla servitù, e non devono conoscere altre leggi, che quelle che gli verran dettate dal conquistatore.

«Il Direttorio si riserva a far decidere con più maturità la futura sorte di queste Provincie, e frattanto voi stabilirete, Cittadino Generale, in tutte le Città un Governatore, tratto dal seno dell ‘Armata, che sarà Capo del Corpo Politico, che voi istituirete di una municipalità, e di una commissione economica. Dipenderanno dalla prima la giudicatura Civile, e Criminale come pure l’amministrazione particolare di cadauna Città, e distretti, quella degli Ospitali, delle fabbriche pubbliche, e cose simili; apparterrà alla seconda l’esazione delle imposte, e il maneggio di esse, in conformità degli ordini che riceverà dal Direttorio.

«Li membri delle rispettive municipalità saranno scielti dai Cittadini del Paese, li più ricchi, e li più onesti, e sopra tutto ragionevoli abbastanza per conoscere che la loro felicità dipende dalla pronta obbedienza alle leggi del più forte. Vi si commette precisamente di non lasciar entrar in quegli onorevoli impieghi alcuno di quegli esseri immorali che colla loro ambizione secondarono li nostri progetti, o mostrarono un ‘inclinazione di opprimere e di arricchirsi.

«Da uomini di tal fatta la Repubblica non può aspettarsi una miglior condotta di quella che hanno essi tenuta per li suoi interessi verso i loro concittadini: il lasciarli in posto non potrebbe che disonorare il nome Franc. ch ‘essi soli han reso odioso ai deboli italiani.

«Questo colpo d’Autorità così necessario alla tranquillità e all’economia pubblica e che ridona alle arti e ai mestieri dei loro padri una folla di scellerati che s’impinguavano del Patrimonio Pubblico non mancherà di formare dei malcontenti, ma voi sapreste contenerli col rigore, e questa misura sarà altrettanto più utile quanto che ella ci concilierà la stima di quelli, che vendicati degli insulti sofferti riputarono finora tal razza d’Uomini dispregievoli.

«Nella Commissione economica dovranno essere ammessi li soli Cittadini Francesi. Fate in maniera che cada la scelta sopra degli uomini degni della pubblica fede, poiché è stata finora ingannata di troppo.

«Sopprimete al più presto le così dette Guardie Civiche, e legioni Nazionali; Soffocate nei cuori italiani qualche scintilla di ardor marziale. La Romana Potenza si è indebolita subito che ha permesso ai Forestieri l’uso dell ‘armi. Approfittiamo de ‘ suoi errori dopo di avere offuscato lo splendore de ‘ suoi esempi. L’agricoltura, il commercio, le arti, sono le sole professioni che voi dovete incoraggiare in una Provincia soggiogata, destinata a nudrire li suoi Padroni, e ad esserne il granaio.

«Abbandonate in conseguenza a loro stessi li letterati e le scientifiche istituzioni, affine di ottenerne senza violenza, e senza una scossa sensibile l’annichillamento. La scienza deve essere esclusivamente riservata ai soli Cittadini Francesi come lo era ella in Egitto ai Sacerdoti di Memfi, e di Heliopoli. Nel mentre che cercherete voi di umiliare i sapienti classe inutile per lo meno, se anche non sia pericolosa in un Popolo destinato a obbedire, vi darete tutta la cura possibile per onorare, e premiare l’industria, e gli uomini, che coltivando le Arti, e l Agricoltura somministrano alla Repubblica colle produzioni della terra, e con l’argento che ne ritraggono al di fuori li mezzi di mantenere, e di estendere il dominio.

«La mollezza, e il lusso non mancheranno d’introdurli in una nazione esclusa dall’esercizio delle armi, e delle scienze sublimi, che coltiva un suolo fertilissimo. Sarebbe impolitico se non fosse ancora impossibile il pretendere dei costumi austeri dagli abitatori dell ‘Italia. È perciò che in luogo di arrestare l’amore dei piaceri, e dei divertimenti voi dovete proteggerli, ed eccitarli, affine di disporre gli spiriti dal peso della dipendenza, e per renderli sempre più impotenti a tentare delle novità. Per domare le Città della Grecia, e dell ‘Asia, che soffrivano con l’impazienza di essere state private della lor libertà, e sempre pronte a una rivolta, li Sovrani dell’Oriente non trovarono miglior mezzo che quello d’immergerli nei piaceri con spettacoli magnifici, con sontuosi festini, e con amori li più sregolati. Questo regolamento pieno di saggezza riescirà assai più facile per noi che dobbiamo impiegarlo con dei popoli avviliti dall’ozio, da una lunga pace, e molto più dall ‘infingardaggine de ‘ loro imbecilli Governatori, che abbiamo abbattuti.

«Qualunque sia il numero dei Capi d’Opera delle Arti, e delle Scienze trasportati dall ‘Italia nel seno della Repubblica; è certo che esiste ancora colà tanto nei luoghi pubblici, quanto nelle Case dei particolari una quantità enorme di Quadri, di Statue, di Libri, e di Medaglie, vi si trovano ancora delle collezioni di ogni specie di vasi di urne, di colonne, e di obelischi, oggetti preziosi in ogni senso, e molto propri a far preponderare sopra tutte le altre quella Nazione che li possiede. Ella è una massima del Direttorio, che questi monumenti passino un poco per volta sotto nome di dono, o di tributo a nobilitare la Repubblica e verrà rimarcata come una luminosa prova della vostra desterità. Cittadino Generale, se persuaderete gli Italiani a farne una volontaria cessione, che non si lascerà di esigere colla forza nel caso che non vi resti altro mezzo per ottenerlo.

«Nello scrupoloso adempimento della delicata commissione che vi si affida, e sta appoggiata la grandezza della vostra Patria, voi non potete rinunziare alla gloria di avere in un grado così eminente ben meritato di essa.

fonte

la storia che non si racconta

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