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L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (OTTAVA PARTE)

Posted by on Lug 12, 2017

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (OTTAVA PARTE)

L’EPOPEA DEL POPOLO NAPOLETANO

Da qualsiasi parte lo si guardi, il “1799” a Napoli è un’epopea. Lo è per certi democratici d’oggi che, nella “Repubblica napoletana”, vedono i semi dell’attuale ordinamento italiano, e lo è per coloro che, nella rivolta spontanea del popolo che cacciò i francesi, vedono il riscatto di una nazione dalle farneticazioni dei “pensatori”.

Sui cinque mesi della Repubblica napoletana s’è scritto tanto quanto non s’è fatto per tutto il resto della storia del Sud, sono nate leggende che neppure il buonsenso riesce a scalfire, sono state inventate schiere di “martiri”, di “carnefici” e di eroi e, quel che è peggio, i popolani di Napoli, da allora, sono diventati per sempre “lazzaroni”, camorristi, plebaglia, ignoranti, selvaggi assetati di sangue.

Napoli, i Borbone e il Sud tutt’intero, da quel 1799, si sono sempre portati dietro la fama di oscurantisti, retrivi, reazionari sulla quale i “liberali” del Nord avrebbero innalzato le ragioni per poter occupare, devastare, derubare il più antico, illustre, colto, bello e ricco stato italiano e annetterlo come provincia per sempre sottosviluppata alla corona di uno staterello di frontiera che aveva la presunzione di diventare potenza internazionale e che ci riuscì.

La storia del secolo successivo, fino all’annessione del 1860 e alla disperata ma instancabile rivolta popolare contro il nuovo Stato, a cui è stato affibbiato il marchio infamante di “brigantaggio”, non è spiegabile, così come ce la vogliono raccontare, senza quel 1799 che diede alle idee già iscritte nel codice genetico della riforma protestante e partorite fra le doglie della rivoluzione forse il più grande smacco della loro folgorante avanzata in Europa.

In Italia, il Regno di Napoli fu l’unico stato a non soccombere all’Armata francese e a liberarsi dai giacobini venuti d’oltralpe, e da quelli (pochi) di casa sua, con le sue sole forze e, soprattutto, grazie ad una sollevazione corale del suo popolo.

Furono i più umili, i più poveri, senza organizzazione, con pochissime armi, a tener testa alla più formidabile macchina da guerra che fosse stata mai concepita fino a quel tempo.

Alla «Nazione in armi» si contrappose una nazione di gente scalza e affamata che si batteva sotto una bandiera bianca con il segno della Croce e, come ai tempi antichi, con il motto «In hoc signo vinces».

Della storia di quell’epopea (vista dall’altra parte) ci campano ancora istituzioni sovvenzionate dallo Stato, cattedratici e sedicenti filosofi che passano per mecenati distribuendo il danaro pubblico a intellettuali disoccupati.

Convegni, seminari, libri a profusione, articoli su riviste specializzate e sui giornali a larga diffusione.

Celebrazioni, feste e mostre perpetuano l’idea di un grande evento che un “fato crudele” volle soffocare ma che seppe risorgere affrancando dalle catene dell’oscurantismo le genti d’Italia.

Dalla parte della storia vera, che non è guidata né dal fato né dal caso (il “caso”, diceva uno scrittore, è la Provvidenza degli imbecilli), gli avvenimenti così come si svolsero in quel 1799 non sono arrivati a noi se non in poche cronache estemporanee, e non perché non ci fossero validi scrittori per redigerle ma perché quel «mostro sanguinario» di Ferdinando IV, finita la bufera, per espressa disposizione, vietò la pubblicazione di qualsiasi opera riguardante la Repubblica napoletana e i suoi esiti.

«Il Re avrebbe voluto stendere il velo dell’oblio su una vicenda che, seppur vittoriosa, considerava legata agli eccessi di una guerra fratricida e il cui ricordo non avrebbe fatto altro che rinfocolare rancori nefasti».

fonte

la storia che non si racconta

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