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L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (TREDICESIMA PARTE)

Posted by on Ago 20, 2017

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (TREDICESIMA PARTE)

Il Re, dicevano francesi e giacobini, s’è alleato cogli scomunicati e gli infedeli. Turchi e russi, in effetti, erano uno sparuto gruppetto ma al popolo napoletano, che i rivoluzionari volevano prendere dalla parte della fede, la cosa (dimenticando che, ai meridionali, la tolleranza non glie la può insegnare nessuno) non faceva né caldo né freddo: «pe ‘ Tata nuosto», come diceva…no chiamando il Re Papà, erano pronti a far patti anche con Belzebù.

Il ché è proprio un modo di dire, perché, piaccia o non piaccia ai sociologi progressisti, ai napoletani (e a tutti i meridionali) tutto gli puoi toccare fuorché quel che riguarda l’anima loro.
Un meridionale ad un settentrionale che gli ripeteva, sull’onda del libro di Carlo Levi, che «Cristo s’è fermato a Eboli», rispondeva serafico d’essere pienamente d’accordo ma che Cristo, in quel caso, sicuramente, veniva da Reggio Calabria.
Ancora per anni, dopo la vittoria della Santa Fede, i “pazziarielle”, con corteo di suonatori di tamburielli, tricchebballacche, putipù, scetavajasse e caccavelle, cantavano, fra nugoli di popolo plaudente e corteo di scugnizzi, la storia del loro trionfo e la ragione della loro devozione al Re:
«Viva Tata Maccarone ca rispetta la religgione».
I francesi avevano immediatamente importato a Napoli le usanze rivoluzionarie, il numero degli anni a partire dalla proclamazione della Repubblica francese, i mesi coi nomi bucolici, Germile, Termidoro, Messidoro e via dicendo, la “settimana” di dieci giorni con, al posto della domenica il “decadì”.
Bastava quest’ultima novità a spazientire i napoletani che nessuno avrebbe mai convinto a lavorare più di sei giorni di seguito, come Dio comanda, e a rinunciare ad almeno un giorno di riposo ogni mese.
L'”albero della libertà”, un palo inghirlandato con scritte, motti, allegorie, coronato da un berretto frigio, simbolo delle conquiste rivoluzionarie, a Napoli fu piantato in cinque posti diversi. Intorno ad esso avrebbero dovuto celebrarsi i trionfi giacobini ma il popolo, di notte, li buttava continuamente a terra.
Girandovi attorno tre volte, si poteva concludere un matrimonio: bastava che il maschio dicesse «All’ombra di questo albero fiorito, tu mi sei moglie e io ti son marito», e la femmina: «All’ombra di questo albero fiorito, io ti son moglie e tu mi sei marito». Ma scherziamo? vaglieli a toccare, ai meridionali, il matrimonio e la famiglia.
Fra le leggi della Repubblica, naturalmente, oltre la marea di “contribuzioni” fissate dai francesi, non poteva mancare la coscrizione obbligatoria per Napoli e per il resto dello Stato.
Si era reclutati dai 15 ai 60 anni: sono esentati solo «gli storpi, i ciechi, gli indisposti per malattie croniche» e «tutti gli altri che pe’ loro delitti, o per l’immoralità di loro condotta» non fossero degni dell’onore di prendere le armi in difesa della patria.
I coscritti venivano divisi in due classi, “sedentanea” e “attiva”. I primi, che non prestavano servizio attivo, dovevano pagare una somma di denaro in cambio del beneficio di cui usufruivano. Insomma, i napoletani erano proprio refrattari alla «democratizzazione».
Con lo stesso spirito degli antropologhi, i visitatori dell’Ottocento e quelli odierni vanno a cercare a quale punto dell’evoluzione corrisponda l’homo meridionalis visto, sempre e comunque, nella fattispecie del “lazzarone” che, a duecento anni di distanza, ha preso il significato di poltrone, scansafatiche, profittatore, mariuolo, irresponsabile, oltre, naturalmente, che di «camorrista» e «mafioso».
Ma dell’attributo di lazzarone il napoletano fu sempre fiero. Forse quello che andò più vicino a capire cosa fosse un lazzarone, contro l’opinione corrente, fu Goethe che, «avendo sentito parlar tanto di questo gran numero di perdigiorno, di oziosi, di sfaticati che riempivano la città», una volta arrivato a Napoli, lo coglieva il sospetto «che tali affermazioni dovessero essere effetto del modo di giudicare di sentenziosi, che scambiano per ozioso chiunque non si affatica penosamente tutto il giorno».
Infatti, osservava il tedesco, essi «erano facchini, cocchieri, garzoni, barcaioli, pescatori, e avevano mille minuti mestieri e mansioni. I pretesi oziosi non esistevano».
Finita, con la Cristianità, l’humanitas, perso il centro da cui farsi un giudizio, cercando un punto qualsiasi su cui fondare l'”ordine nuovo”, una gerarchia qualsiasi su cui ricomporre una città, a Croce (che, del fatto di «non poterci non dire cristiani», non riusciva ad andare oltre un vago sentimento) sulle orme di Marx, non rimaneva che sentenziare: «I lazzari sono l’infima classe dei proletari di Napoli, il Lumpenproletariat, quella classe che i sociologi moderni contrappongono al proletariato industriale, del quale forma spesso l’antitesi».
Lenin, più preciso, definiva il “sottoproletariato” quella parte del popolo che non ha preso coscienza della lotta di classe, inattiva, reazionaria, che non risponde alle direttive del partito-guida.
Insomma, visto da destra o da sinistra, da liberali o comunisti, il popolo napoletano, che ancora non ha risposto alle istanze del “progresso” è, ancora oggi, quell’atroce marmaglia famelica e belluina, che nel ’99, come narra un anonimo «cronista di S. Paolo» citato dai “risorgimentali”, strappava il cuore e il fegato ai condannati, se li friggeva e se li vendeva all’angolo delle strade.
A scusante, gli “amici del popolo” di ieri e di oggi, se la cavano col dire ch’è ignorante, nel senso che ignora come stanno veramente le cose e, aggiunge, in fin dei conti, basta educarlo: e mo’ ci pensiamo noi. Non lo nascondevano, sui loro giornali, nei proclami, nella costituzione, tutti quelli che, con l’aiuto molto interessato dei francesi, vollero fare quella che i lazzari chiamavano «la repubblica dei paglietti».
Quando Re Ferdinando tornò a Napoli, si trattenne, perché ancora si sparava nella città, sulla nave ancorata nella baia. Il popolo lo seppe e fu un accorrere di barche, a migliaia, per salutarlo. Le donne piangevano, tutti gridavano: «Vulimme veré tata nuosto», «Vogliamo veder papà nostro» e il Re era costretto a tornare continuamente in coperta perché di “figli” ne arrivavano continuamente mentre, da terra, al fuoco di Sant’Elmo facevano eco le batterie di tutti gli altri forti che sparavano a salve per far festa. Durò così tutta la giornata.
Da allora, la storia chiama Ferdinando IV «re lazzarone». Non se ne offenderebbe lui né tantomeno il popolo di Napoli che, fedele ai patti, come un gran signore, di quelli, insomma, che hanno “onore”, con buona coscienza, un re s’è sempre considerato.

fonte

la storia che non si racconta

 

lazzarin

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