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L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (UNDICESIMA PARTE)

Posted by on Ago 9, 2017

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (UNDICESIMA PARTE)

LA REPUBBLICA E L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE

Se i nobili e i borghesi che avevano aderito alla rivoluzione erano i nemici giurati per i “lazzari”, anche il clero fu additato fra coloro che simpatizzavano per i giacobini. In effetti, nel Regno, il clero che aderì al nuovo regime dovette essere scarsissimo se si tien conto che, fra duecento vescovi, solo dieci furono poi accusati di aver tenuto il sacco ai rivoluzionari o di aver assunto un atteggiamento conciliante. Il basso clero e i religiosi, se v’è una ragionevole proporzione, non dovettero essere molti di più.

Ma sicuramente, come succede anche oggi, i preti e i frati “progressisti” sono quelli che si mettono più in mostra, ed anche allora, in confronto a quelli che si tennero umilmente in disparte, ve ne furono di quelli che, entusiasticamente, “si aprirono al dialogo”. Basterebbe, per tutti, citare il Vescovo di Vico Equense, Michele Natale, autore, fra l’altro, con il titolo di «Cittadino Presidente della Municipalità di Vico», di un Catechismo repubblicano per l’istruzione del popolo e la rovina dei tiranni.

Questo prelato, che fu poi ridotto allo stato laicale e giustiziato dalle Giunte volute da Nelson, si mise a capo del direttorio rivoluzionario della sua città e si distinse, dicono, per lo zelo fiolfrancese. Fra i giustiziati, del resto, di ecclesiastici, oltre al Natale, ve ne furono sedici, fra cui alcuni spretati e un seminarista. Nella capitale, comunque, la condiscendenza del clero verso i vincitori (dettata probabilmente dalla prudenza) e l’aperta adesione di molti tonsurati al verbo repubblicano, fu più alta che altrove e, del resto, i francesi, avvisati della grande devozione dei napoletani, cercavano di coniugare il meglio possibile religione e rivoluzione.

Di fatto, nella Certosa di San Martino ed in altri monasteri e conventi (si spera su insistenza degli ospiti francesi) si tennero “balli repubblicani” mescolando le note della Carmagnola con quelle della Tarantella per affratellare i conquistatori con i conquistati e, va da se, soprattutto con le conquistate. In fondo, ogni rivoluzione, alti quanto si voglia gli ideali, parte dall’istinto alquanto basso di liberarsi dalle convenzioni della morale, prima di tutto “emancipando” le donne.

Due donne “emancipate”, peraltro, restano le eroine della Repubblica napoletana, Eleonora Fonseca Pimentel e Luisa Sanfelice, ambedue più sfortunate che colpevoli, entrambe vittime delle conseguenze di sentimenti frustrati e mal orientati, una reagendo “ideologicamente” alle sue disgrazie, l’altra facendosi sopraffare da un annichilente vittimismo.

Vi è un antico proverbio spagnolo che dice: «Guardati da nobile poverino e da donna che sa di latino».

Cosa c’è di peggio, infatti, di uno spiantato rancoroso col destino che l’ha privato delle fortune avite? e di una saccente sempre pronta a metter bocca in ogni cosa?

Nel caso di Eleonora Fonseca Pimentel, quei due tipi umani si incontrarono quando, giovanissima, romantica, inquieta divoratrice di letteratura, sposò un altrettanto giovane capitano del Reggimento “Sannio”, Pasquale Tria de Solis. Strettezze finanziarie, debiti del marito, furti sulla sua dote, oppressione d’un nugolo di cognate zitelle: il matrimonio presto naufragò fra litigi clamorosi, le percosse e la tristezza d’un figlio perso in gravidanza.

Eleonora tornò alla casa paterna e si circondò di amici frequentando i salotti letterari, presto conobbe i più famosi maîtreàpenser e ne condivise le idee con la devozione di una catecumena.
Di qui alla Corte il salto fu breve.

Maria Carolina, intenerita e intrigata da questa giovine poetessa, la fece sua bibliotecaria. La carriera fu fulminea: Eleonora si trasformò in perfetta cortigiana assecondando la Regina tanto nelle sue fisime di cultura e di spregiudicatezza quanto nei suoi languorosi vezzi arcadici. Complice di frivolezze e atti d’imperio, d’aperture alle nuove idee e d’inquietudini per il futuro, ne divenne la più intima delle confidenti.

Insomma, una perfetta dama da salotto di quei tempi, senza ritegni verso le suggestioni più azzardate e pronta a infervorarsi nell’adulazione più smaccata della monarchia e del Re a cui dedicava, ahimè, sdolcinati e retorici componimenti poetici.

Le amicizie pericolose, mentre in Francia ruggiva la rivoluzione, la coinvolsero nei “club”, nelle congiure, fino a portarla alla sbarra, nel 1794, con gli altri sospetti di simpatie giacobine, e ad essere condannata come sovversiva.

Liberata dal carcere dai francesi, fu subito cooptata dai vecchi amici per il Direttorio della nascente Repubblica e redasse uno dei tanti fogli che fecero la loro apparizione durante quei cinque mesi, Il Monitore, uno dei giornali più estremisti, che non si faceva scrupolo, in nome degli ideali della rivoluzione, di calunniare (secondo la scuola volteriana) e di propagare notizie false sull’andamento delle operazioni belliche.

Gli stessi componenti della giunta rivoluzionaria dovevano calmare i bollenti spiriti di questa menade giacobina e dovettero bocciare, perché giudicata prematura e impopolare, la sua proposta di introdurre il divorzio nella redigenda Costituzione.

Frustrata anche nel suo rigore politico, si sfogò nelle contumelie più atroci contro il Re che, come i costituenti parigini chiamava “Ferdinando Capeto”, ma soprattutto contro la Regina, sconfessata amica del cuore, che definì «Rediviva Poppea, Tribade impura, d’imbecille tiranno empia consorte» attribuendogli ogni sorta di sconcezze, amori saffici e soprattutto un rapporto equivoco con l’ultima confidente di lei, la vulcanica Lady Hamilton, “ninfa egeria”, per così dire, dell’Ammiraglio Nelson.

I suoi feroci articoli sul Monitore hanno alimentato i pettegolezzi più sguaiati degli antiborbonici di ogni tempo. Nelson non ne ebbe pietà e la consegnò ai giudici delle Giunte civili e militari che la condannarono all’impiccagione.

La storia di Luisa Sanfelice, tramandata da Dumas figlio, immaginifico e ben ricompensato cronista della fine del Regno, al seguito di Garibaldi, è solo un epico romanzo d’appendice ad uso dei patrioti liberali e delle patriote sentimentali. Del resto a quali fonti aveva potuto attingere per una storia accaduta sessant’anni prima? Tutt’oggi vi sono varie versioni delle vicende di quella poveretta. Tutte concordi però nel sottolineare la sua criminale leggerezza e la fine miseranda.

Di nobile famiglia, sposata ad un cugino, Luisa, che da ragazza faceva De Molines, nel ’99 aveva 35 anni e doveva essere alquanto piacente e del tutto spensierata se, incurante del marito, poteva tener salotto insieme a progressisti e reazionari mentre nelle strade si scannavano lazzari e francesi e un gruppo di lealisti preparava una congiura contro gli occupanti.

Uno dei congiurati, Gerardo Baccher, innamorato della bella signora, le rivelò quel che stava lì lì per accadere e galantemente la fornì d’un salvacondotto.

Ma Luisa, a sua volta, se ne vantò con un altro amante di fede giacobina che denunciò subito il complotto. Gerardo e i suoi due fratelli (uno di 14 anni) ed altri cospiratori furono fucilati.
All’arrivo di Nelson, il padre dei Baccher denunciò la Sanfelice che fu prontamente condannata a morte.

Destinata a diventare suo malgrado “madre della patria” per i giacobini d’ogni tempo, Luisa Sanfelice non accettò il ruolo di eroina e, con la compiacenza dei medici, non trovò di meglio che fingersi incinta.

La nuora del Re se ne impietosì e Ferdinando le assegnò un sussidio in carcere fingendo di dimenticarsene. Ma dopo un anno il Baccher padre chiese conto di una gravidanza che ormai aveva una durata surreale, pretese fosse adempiuta la giustizia e Luisa dovette salire al patibolo.

Una storia disgraziata ed oscura con molte dimenticanze volute, compresa quella del compilatore della biografia della sventurata nell’ Enciclopedia italiana, “illustre” storico del Mezzogiorno che, dei fratelli Baccher e degli altri cospiratori, ci rammenta solo che «furono arrestati», come se il resto fosse irrilevante.

Del resto, la storia della Repubblica napoletana, che non ebbe un giorno di pace e che, solo a stare ai morti “ufficiali”, dovette essere un’interminabile massacro, viene raccontata solo come un’aurora di speranza il cui “sol dell’avvenire”, fermato inopinatamente dalla brutalità della plebaglia e della reazione, sarebbe finalmente risorto nel 1860.

 fonte

la storia che non si racconta

 

fonseca

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