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LETTERA DEL CONTE DI SIRACUSA AL NIPOTE FRANCESCO II

Posted by on Feb 13, 2019

LETTERA DEL CONTE DI SIRACUSA AL NIPOTE FRANCESCO II

Intanto lo spirito pubblico si commuoveva vieppiù; non pochi delusi nella loro aspettativa, dubitavano della lealtà del Principe; gli atti del governo erano continua prova di mal consiglio; si lavorava operosamente a vantaggio della rivoluzione, pronta ad irrompere ad un primo cenno che venisse dall’Italia del Nord: insomma si aspettava Garibaldi.

Essendo le cose a tal punto, che facilmente facevano prevedere prossimi avvenimenti, sorse la voce di un personaggio della Reale Dinastia, che si fece udire dal giovane Monarca. Era la voce dello Zio di lui, il conte di Siracusa. Questo Principe che aveva legami d’intimità ed amicizia con molti uomini del partito liberale, scrisse il 3 Aprile 1860 una lettera al Re, nella quale mentre gli additava i mezzi per salvare la Monarchia, in verità, altro non faceva che tramare contro di essa. Noi qui ne registriamo il testo.

Sire
«Il mio affetto per voi, oggi augusto capo della nostra famiglia; la più lunga esperienza degli uomini e delle cose che ne circondano; l’amore del paese, mi danno abbastanza il dritto presso V. M. nei supremi momenti in cui volgiamo, di deporre ai piedi del trono devote insinuazioni sui futuri destini politici del Reame, animato dal medesimo principio, che lega voi o Sire alla fortuna dei popoli.
Il principio della nazionalità italiana, rimasto per secoli nel campo delle idee, oggi è disceso vigorosamente in quello dell’azione. Sconoscere noi soli questo fatto, sarebbe cecità delirante, quando vediamo in Europa, altri aiutarlo potentemente, altri accettarlo, altri subirlo come suprema necessità dei tempi.
Il Piemonte per la sua giacitura e per dinastiche tradizioni, stringendo nelle mani le sorti dei popoli subalpini e facendosi iniziatore del novello principio, rigettate le antiche idee municipali, oggi usufruita di questo politico concetto e respinge le sue frontiere sino alla bassa valle del Pò. Ma questo principio nazionale ora nel suo svolgimento, com’è naturale cosa, direttamente reagisce in Europa e verso chi l’aiuta e verso chi lo accetta e chi lo subisce.
La Francia dee volere che non vada perduta l’opera sua protettrice e sarà sempre sollecita a crescere d’influenza in Italia e con ogni modo per non perdere il frutto del sangue sparso, dell’oro prodigato e della importanza conceduta al vicino Piemonte; Nizza e Savoia lo dicono apertamente. L’Inghilterra, che pure accettando lo sviluppo nazionale d’Italia, dee però controporsi all’influenza Francese, per vie diplomatiche si adopera…..In tanto conflitto di politica influenza, qual’è l’interesse vero del popolo di V. M. e quello della sua dinastia?
Sire, la Francia e l’Inghilterra per neutralizzarsi a vicenda, riuscirebbero per esercitare qui una vigorosa azione, e scuotere fortemente la quiete del paese ed i diritti del trono. L’Austria cui manca il potere di riafferrare la perduta preponderanza e che vorrebbe rendere solidale il governo di V. M. col suo, più dell’Inghilterra stessa e della Francia, tornerebbe a noi fatale; avendo a fronte l’avversità nazionale, gli eserciti di Napoleone III e del Piemonte, la indifferenza Brittannica,
Quale via dunque rimane a salvare il paese e la dinastia minacciati da cosi gravi pericoli?
Una sola. La politica nazionale, che riposando sopra i veri interessi dello stato, porta naturalmente il Reame
Anteporremo noi alla politica nazionale uno sconsigliato isolamento municipale? — L’isolamento municipale non ci espone solo alla pressione straniera, ma peggio ancora; ché abbandonando il paese alle interne discordie, lo renderà facile preda dei partiti. Allora sarà suprema legge la forza; ma l’animo di V. M. certo rifugge alla idea di contener solo col potere delle armi quelle passioni che la lealtà d’un giovane Re può moderare invece e volgere al bene, opponendo ai rancori. l’obblio: stringendo amica la destra al Re dell’altra parte d’Italia e consolidando il trono di Carlo III sopra basi, che la civile Europa, o possiede, o domanda.
Si degni la M. V. accogliere queste leali parole con alta benignità, per quanto sincero ed affettuoso è l’animo mio nel dichiararmi novellamente.
di V. M.
Napoli 3 Aprile 1860.
Affezionatissimo Zio
Leopoldo Conte Di Siracusa.

Fu giudizio di non pochi questa lettera non essere del tutto intempestiva e poter giovare ancora agl’interessi della dinastia; la quale opinione molti e i più schivi di cose liberali reputarono non essere senza fondamento, quantunque gli unitari, per le loro arti, avessero fatto sì grandi passi che difflcil cosa era di rattenerli nel loro cammino. Nondimeno sembrava che restasse ancor qualche speranza in favore della Real dinastia, se si fossero posti in opera provvidi espedienti, analoghi alla condizione dei tempi, per togliere ogni pretesto alla rivoluzione.
Ma ciò non poteva andare a sangue di chi con ipocrisia consigliava il Re in privato, mentre cospirava alla rovina del suo Signore, che avevalo arricchito e ricolmato dì favori e distinzioni d’ogni sorta.
Il linguaggio dunque del Conte di Siracusa, fu censurato ed Egli poco poi lasciava i domini del suo Augusto Zio per istanziarsi altrove.

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