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LETTERA E BANDO D’UN FEDELE MINISTRO DI STATO

Posted by on Ott 12, 2017

LETTERA E BANDO D’UN FEDELE MINISTRO DI STATO

Ripigliando la sposizione ordinata dei fatti più rilevanti che accaddero nel Regno delle Due Sicilie, dacché il Re Francesco II uscì di Napoli a campeggiare coli’ esercito tra Gaeta e Capua, ricorderemo in prima che il sig. Liborio Romano avea saputo dare di sé e della sua fedeltà e devozione così bella mostra al proprio Sovrano, che ne avea carpita la intiera fiducia. 
Avvalorato da questa, egli dispose tutto per forma che il Re giudicasse prudente e savio partito il commettere la guardia della sua Capitale alle milizie cittadine, sotto la direzione dello stesso Liborio Romano.
Or veggasi come rispondesse costui al nobile, ma forse troppo generoso sacrifizio, che il Re volle fare al suo amore verso i proprii sudditi, abbandonando la metropoli del suo reame, anziché porla a pericolo di sangue e di guasti per tenerla in sua fede e soggezione.

Appena partito il Re, il devoto Ministro spedì al Garibaldi la seguente lettera.

” «All’invittissimo General Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie, Liborio Romano Ministro dell’Interno.

Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il Redentore d’Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato ed i proprii destini. In questa aspettativa io starò saldo a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica: la sua voce, già da me resa nota al popolo, è il più gran pegno del successo di tali assunti.
Mi attendo gli ulteriori ordini suoi e sono con illimitato rispetto.
Napoli, 7 Settembre 1860.
Di lei Dittatore Invittissimo Liborio Romano».

Quindi, senza porre tempo in mezzo, promulgava il seguente bando ai cittadini di Napoli.

«Cittadini. Chi vi raccomanda l’ordine e la tranquillità in questi solenni momenti è il liberatore d’Italia, è il General Garibaldi.
Osereste non esser docili a questa voce, cui da gran tempo s’inchinano tutte le genti Italiane? No certamente.
Egli arriverà fra poche ore in mezzo a noi, ed il plauso che ne otterrà chiunque avrà concorso nel sublime intento, sarà la gloria più bella cui cittadino italiano possa aspirare.
Io quindi, miei buoni cittadini, aspetto da voi quel che il Dittatore Garibaldi vi raccomanda ed aspetta.
Napoli, 7 Settembre 1860.
Il Ministro dell’Interno e della Polizia Generale. Liborio Romano».
Così nel Paese.

Codesta voce, innanzi a cui doveano inchinarsi (e s’inchinarono pur troppo) i Napoletani, diceva loro che essi erano
«un nobile ed imponente centro di popolazioni italiane, che motti secoli di dispotismo non hanno potuto umiliare né ridurre a piegare il ginocchio al cospetto della tirannia.»

Fattili così conscii della propria loro magnanimità e potenza, proclamava Padre della Patria il Re Vittorio Emmanuele; e per viemmeglio fare illusione al minuto popolo di Napoli, di cui ben conosceva l’animo inclinato a sensi di religione, il Garibaldi pomposamente gli annunziava che :

«i Sacerdoti italiani consci della loro missione hanno per garantia del rispetto, con cui saranno trattati, lo slancio, il patriottismo, il contegno veramente cristiano dei numerosi loro confratelli, che, dai benemeriti monaci della Gancia ai generosi Sacerdoti del continente napolitano, noi abbiamo veduti alla testa dei nostri militi sfidare i maggiori pericoli delle battaglie».

Per tal modo pretendeasi dare colore di santa crociata e di religiosissima impresa ad un’ opera tutta di perfidia, di tradimento e di violenza manifesta contro il diritto delle genti. Niuno vorrà credere che il popolo napolitano, sì svegliato ed accorto, si lasciasse accalappiare ad arti così grossolane. Ma lo scandalo d’alcuni apostati siciliani attecchì purtroppo, e dietro ali’ energumeno Gavazzi si videro alquanti altri infelici, che smessa ogni verecondia, e prostituito il sacro loro carattere a tristizie di setta, si diedero a predicare sui trivii e nelle piazze, profanando il Crocefisso e maneggiando indistintamente il pugnale, la carabina e i sacri arredi.

QUANTO PAGASI IL TRADIMENTO

Il modo con cui il Garibaldi rispose alle cortesie del Liborio Romano, fu degno d’ambedue. Questi avea usato i poteri di Ministro di Re Francesco II, per lastricare la via e spalancare la porta al Garibaldi, che venisse a pigliarsi la corona e il trono di Napoli.
Quegli, appunto come se gli fosse stato detto il quid vultis mihi dare et ego eum vobis tradam, non entrò senza prima rimeritare il gran fatto del Liborio con la dovuta
mercede; la quale fu qualche cosa meglio d’un trenta denari, giacche il valentuomo fu confermato nella sua carica di Ministro Segretario di Stato per gli affari interni, essendo il nuovo Gabinetto composto nel modo seguente:

Liborio Romano Ministro degli Interni;
Enrico Cosenz, della Guerra;
Giuseppe Pisanelli della Giustizia;
confermati al loro posto i Direttori delle Finanze, Carlo De Cesare e Michele Giacchi; Direttore della Polizia Giuseppe Arditi;
Direttore al dipartimento della Guerra, sotto gli ordini del Cosenz, il Tenente Colonnello Guglielmo De Sauget.

Onde si vede che parecchi di coloro che aveano accettato il carico di Ministri fedeli di Francesco II, aveano usato sì bene detta fiducia a loro posta dal loro Sovrano, che ne erano reputati degni di premio singolare e pronto da parte dell’ usurpatore. Ciò non ha bisogno di commenti.
Ma, quattro giorni dopo, la direzione della Polizia fu tolta al Romano, che in realtà la teneva e la esercitava; e data all’Avv. Rafaele Conforti, forse per non gravare di troppa fatica l’ex Ministro di Franceco II, e fors’anche perché la prudenza insegnava a non confidare soverchiamente in chi avea mostrato a fatti d’essere capace di rispondervi con i;nella onestà e delicatezza, che il Romano adoperò verso il proprio Sovrano legittimo.

UN INGRESSO TRIONFALE E ATTI DI DIVOZIONE

Il Garibaldi entrò a Napoli il dì 7, con pochi compagni e senza truppe, il che fu piuttosto effetto di necessità che ostentazione di sicurezza. Difatto le sue masnade cosmopolitiche di francesi, ungheri, svizzeri, scozzesi ecc. (che di stranieri principalmente è composto il fiore e il nerbo dell’esercito Garibaldino) erano ancora a sessanta miglia lungi da Napoli, affrante dalle fatiche e in tale stato che, dove la vigliaccheria e la perfidia non si fossero messe d’accordo per tradire il buon Francesco II, questi avrebbe potuto, aspettandole di pié fermo a Salerno, agevolmente vincerle e sterminarle.

L’ingresso trionfale fu festeggiato da qualche migliaio di matrone e vestali da trivio, da molti lazzaroni ben pasciuti quel dì perché potessero gridar forte, e da alquanti frati apostati. Il Marchese di Villamarina, Ambasciadore Sardo, facea viemeglio spiccare con la sua presenza lo splendore di quel nobile corteggio.

Il Garibaldi andò, scimmiando le imposture del Championnet, a venerare S. Gennaro, dove un frate Pantaleo o il Gavazzi che si fosse, aperto colla violenza il sacrario, profanò i riti più augusti della religione. La cattedrale allora rimbombava degli urli di plauso del predetto corteggio.

Il giorno seguente poi, 8 Settembre, Garibaldi fu tratto dalla sua ben nota pietà a visitare, con regio rito, il santuario di Nostra Signora di Pié di Grotta; e vi fu
accompagnato dal divotissimo Liborio Romano, da quegli edificanti cappellani che sono il frate Pantaleo, il Gavazzi ed alquanti altri, e da elette schiere di lazzaroni.


prima parte

fonte

la storia che non si racconta

 

fedele ministro

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