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LI BREANTI DE LO RE’

Posted by on Ott 14, 2019

LI BREANTI DE LO RE’

Giuseppe Tardio, avvocato cilentano, di origine contadina, primo di quattro fratelli, trascorse gli anni dell’infanzia e della giovinezza a Campora. Nel 1858, a soli 24 anni, si laureò con sacrifici, ma con il massimo dei voti, presso il Reale Liceo di Salerno.
Il filantropo cilentano deluso dal risvolto assunto dall’aggregazione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, si portò in Roma dove prese contatto col Comitato Centrale Legittimista Borbonico. Nell’ottobre del 1861 salpò da Civitavecchia con ventisei Compagni alla volta di Agropoli, ove sbarcò nella notte tra il 21 ed il 22 successivo, e raccogliendo volontari in qualità di capitano delle truppe borboniche.

Si annidò sui monti del Cilento e in poco tempo, mise in sommovimento numerosi centri del Cilento appartenenti al Distretto di Vallo, tra cui Centola, Forìa, Camerota, Celle di Bulgheria, Novi Velia, Laurito, Vallo della Lucania. La “Comitiva”, composta di alcune migliaia di uomini agli inizi del mese di luglio del 1862, assaltò Futani e disarmò la Guardia Nazionale, poi invase Abatemarco, Laurito, Furia, Licusati e Centola. Nel luglio 1862 Tardio e i suoi uomini entrarono in Camerota, e si diressero al palazzo comunale. Qui abbatterono gli stemmi sabaudi, distrussero il busto di Vittorio Emanuele II, una litografia di Garibaldi e strapparono tutte le carte dai muri. Gli abitanti, ed in particolare le sorelle Anna Teresa e Filomena Castelluccio, di 24 e 22 anni, parteciparono all’evento, calpestando i frammenti del busto e successivamente apostrofando i pochi liberali del paese con un “avete finito di fottere”.
Grazie alle proprie capacità oratorie, derivate dagli studi effettuati, Tardio fu un agitatore molto efficace, e riuscì ad arruolare fino a un centinaio di uomini nelle proprie fila. Soprattutto diversi camporesi si unirono alla sua banda, tra cui si ricordano i nomi di Carlo Veltri, Andrea Perriello, Vincenzo De Nardo, Antonio Perriello; altri compaesani fungevano da fiancheggiatori, quali Giuseppe Galzerano (fu Aniello), ed i fratelli Francesco e Angelo Ciardo.
Il 3 luglio 1862 pubblicò a Futani il suo primo “Proclama ai popoli delle Due Sicilie”, in cui incitava le popolazioni cilentane alla rivolta, stigmatizzando le numerose fucilazioni che venivano effettuate a scopo repressivo da parte degli invasori.
« Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi è ormai un anno da che brandirono le armi. E l’ora di fare l’ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell’uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri? »
La banda affrontata dalle truppe piemontesi alla “Fontana del Cerro”, località sopra San Biase, frazione del Comune di Ceraso’ subì un rovescio gravissimo. Il Tardio con i pochi superstiti si rifugiò sui monti di Pruno di Laurino, riorganizzando le fila dei suoi seguaci e rimettendosi in azione nell’ottobre dello stesso anno. Nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863 si trovava a Campora, e in questa località scrisse il secondo “Proclama ai popoli delle due Sicilie:
« Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d’Italia, seconda valle dell’Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti di religione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell’inviolabilità della libertà, della proprietà, del domicilio e della pace e dell’onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli … Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l’indipendenza e autonomia delle Due Sicilie! » La mattina del 4 giugno 1863, Tardio e i suoi uomini furono nuovamente intercettati da Carabinieri e Guardia Nazionale tra Stio e Magliano Vetere. Dopo una sanguinosa battaglia, Tardio e la sua banda furono costretti a ripiegare in direzione di Sacco e poi di Corleto Monforte, dove sciolsero il gruppo.
Per molti cilentani il brigantaggio fu considerato l’unica forma di protesta e di ribellione all’autoritarismo del governo postunitario.
Pertanto, la lotta alla macchia, ingaggiata dai cilentani, fu lotta di gente diseredata, esasperata di tasse e di balzelli, delusa di promesse; di gente che sognava le terre demaniali, i latifondi usati per pascolo e mal coltivati, terre che già i Francesi avevano in parte tentato di sottrarre al possesso dei contadini. I briganti si consideravano i gabbati di quella grande promessa di una assegnazione proprietaria definitiva di quei terreni demaniali di cui erano da secoli possessori, che avrebbe comportato un certo livellamento di ricchezza, assegnata invece dall’Italia unita alle sole classi della aristocrazia e dell’alta borghesia. Tardio sfuggì alla cattura fino al 1870, quando fu tradito da Nicola Mazzei, un compaesano che faceva il bersagliere a Roma, ed arrestato due volte (la prima riuscì a fuggire) insieme al commilitone Pietro Rubano, con lui dal dicembre 1861. Incarcerato prima a Roma e poi a Salerno, fu infine processato per brigantaggio dal Tribunale di Vallo della Lucania. Al processo si difese strenuamente dall’accusa di essere un delinquente, scrivendo tra l’altro: « Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata » (Giuseppe Tardio).
Nonostante gli sforzi dell’avvocato Carmine Zottoli, del foro di Salerno e famoso difensore di “briganti”, Tardio fu condannato a morte, ma la pena fù poi commutata in lavori forzati a vita nel terribile carcere di Favignana, il carcere peggiore d’Italia riguardo alle condizioni di vita dei detenuti. Qui ebbe per compagno di prigionia il legittimista Cosimo Giordano, condannato per la distruzione di un reparto di bersaglieri piemontesi, fatto cui seguì la rappresaglia operata dal Regio Esercito nota come massacro di Pontelandolfo e Casalduni. Tardio rimase in carcere a Favignana fino alla morte, avvenuta a 58 anni per avvelenamento da parte di una donna per paura, pare, che facesse delle rivelazioni. Un’altro mistero da aggiungere alle storie di questa forzata unità.

fonte https://www.facebook.com/UNPopoloDistrutto/posts/449743811797666

1 Comment

  1. Giuseppe Tardio. avvocato e brigante…un po’ alla volta riemergono gli eroi che i detrattori moderni prezzolati ovviamente non conoscono! …onoriamoli noi col ricordo e facciamoli conoscere perché sono il lievito di una rinascita! caterina

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