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L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (quinta parte)

Posted by on Feb 5, 2018

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (quinta parte)

LA DEMONIZZAZIONE DEL “MERIDIONALE”

La metodologica della demonizzazione applicata al “borbonico” si estese ben presto e si articolò verso un bersaglio altrettanto generale e generico: il “meridionale”.

Quell’estensione venne elaborata, senza disdegnare il ricorso pesante anche a salse di sapore pseudoculturale, con una cura tanto particolare e penetrante da impregnare profondamente e durevolmente tutta la società, e non necessariamente solo quella contemporanea, espressa da quell’Unità.

Capire gli elementi e le motivazioni concrete che suggerirono il passaggio dalla necessità di demonizzare quanto fosse borbonico alla demonizzazione del meridionale in genere, costituisce un punto essenziale per spiegarsi,lo strano fenomeno di un’Unità incapace di produrre unificazione.

Il primo e fondamentale elemento da cui partire per spiegarsi quel passaggio riguarda la comprensione dei motivi dello sforzo unitario diretto a determinare l’assoluta convinzione che il Mezzogiorno, in ogni caso, fosse riconducibile al concetto di un tutto organico, risultante di una serie di stereotipi “differenziali” in chiave negativa.

Quello sforzo venne perseguito unanimemente da tutta la classe dirigente unitaria ed ha sempre più e sempre meglio generato perplessità e critiche da parte di chiunque si sia misurato -con un minimo di onestà scientifica -con la problematica del sud. Soprattutto perché appariva a tutti evidente che il Mezzogiorno, fin dal tempo della prima Unità, si presentava come una realtà non riconducibile ad un tutt’organico, ma, anzi, era ricca al proprio interno di differenziazioni marcate almeno quanto ciascuna di quelle realtà era differente dai territori del centro e dei nord (già differenti tra loro).

I risultati di quelle riflessioni critiche hanno portato a risposte sempre più puntuali e precise, fino ad arrivare alla lettura proposta da John Dickie nel 1999 (in ‘Oltre il meridionalismo).

Quelle conclusioni sembrerebbero oggettivamente condivisibili da chiunque guardi con occhi non preconcetti le due osservazioni fondamentali evidenziate, da ultimo dallo stesso Dickie, e cioè: la intrinseca debolezza di una azione di “creazione nazionale” rivolta ad una popolazione (quella meridionale) che plebiscitariamente “non” avvertiva il vincolo di quella coscienza nazionale; l’estrema e vitale necessità degli unitari di avallare una ideologia che fosse il collante dello Stato unitario, giacché su “quella” Unità, incarnata in “quello” Stato, facevano affidamento gli interessi d’affari delle esigue minoranze che lo avevano voluto (ipotesi, queste di Dickie, cui la presente analisi finisce con il fornire, incidentalmente, ulteriori, possibili ed inequivoche verifiche fattuali ed oggettive).

Due osservazioni che, da sole, potrebbero essere sufficienti a comprendere, tra l’altro e come minimo, quanto fossero -a dir poco “immaginari” i profili che si produssero e diffusero come quelli propri del sud.

Le conclusioni di Dickie evidenziano, cioè, come i motivi che hanno prodotto la formazione del concetto di un Mezzogiorno tutt’organico caratterizzato da stereotipi negativi siano stati generati da un’esigenza politica che ha prodotto -appunto, per via politica -la formazione di una cultura ad essa funzionale.

La prevalenza dei connotati politici sulla logica strettamente culturale (che avrebbe avuto abbondanti elementi di fatto per muoversi in modo autonomo ed indipendente) spiega bene perché capire “il motivo” per cui gli unitari ritennero fondamentale l’estensione del metodo demonizzante al “meridionale” tout court è possibile -in assenza di contenuti culturali specifici solo ripercorrendo quanto essi fecero per rimuovere da quella società gli elementi incongruenti con il perseguimento dei loro interessi concreti.

Le loro azioni in teoria potevano essere coerenti con una genuina volontà di affrontare e rimuovere le cause degli elementi di presunta negatività, o potevano coscientemente usare quegli elementi in funzione degli interessi da essi stessi perseguiti attraverso quella Unità. Nel primo caso e visti i risultati, la loro attività sarebbe stata solo inadeguata e insufficiente. Nel secondo, invece, si sarebbe trattato solo di una “opportunistica strumentalizzazione”.

Si è già avuto modo di notare il significato inequivocabilmente strumentale che ha connotato i ‘Tatti” che caratterizzarono l’atteggiamento unitario rispetto allo stereotipo “criminalità organizzata” descrivendo il rapporto tra la classe dirigente unitaria e la Mafia e la Camorra. Si è già evidenziato il senso dei comportamenti unitari nei confronti dello stereotipo “società chiusa e medievale” documentandone gli interessati effetti di marginalizzazione ed inaridimento di una intera compagine sociale.

Restano ora da analizzare i comportamenti unitari rispetto agli ultimi due stereotipi appiccicati al Mezzogiorno: quello dell’”ignoranza superstiziosa” e quello del “brigantaggio/ribellismo”.

Lo stereotipo dell’ignoranza superstiziosa era fondato -secondo i canoni della cultura sociologica del tempo -soprattutto sulla tipologia dei delitti più diffusi.

In questo caso, capire il significato dell’opera unitaria verso quel fenomeno non richiederebbe d’andare oltre la semplice verifica “di fatto e sui fatti” degli stessi fondamenti statistici su cui ne vennero confezionati tutti gli elementi di base.

Infatti, tutte le pseudo verità statistiche su cui si fondò la costruzione degli unitari sono basate sul falso concetto che tutto quel che si produsse nelle Due Sicilie, anche in termini di criminalità ordinaria” dopo il 1860″ rappresentasse la realtà pregressa, con l’unica e scientifica (sic!) motivazione che il sud usciva da un periodo “buio per definizione “. Bastano pochi ed emblematici dati -sempre di fonte unitaria, si badi bene -per fugare qualunque dubbio sulla natura mistificatoria di un tale modo di sragionare.

Cominciamo dalla delinquenza comune.

Nella provincia di Napoli nel corso del 1861 (primo anno di Unità) omicidi, ferite e risse (reati violenti diretti contro la persona) furono circa 4 mila (poco più di 11 “reati” al giorno), e la situazione cronicizzò se -ad esempio -in pochi giorni dell’ottobre 1862 si registrarono ben 98 “omicidi”.

Se si considera che Napoli era fortemente emblematica, al punto da costituire l’elemento/bandiera delle attenzioni e degli studi unitari (da cui volutamente quest’analisi si fa limitare), basta considerare anche soltanto i dati dei 1860 per comprendere quanto queste pseudo verità statistiche fossero idonee ad esprimere la realtà pregressa dei sud; quella realtà, cioè, che veniva liquidata fideisticamente come “periodo buio” di cui si vedeva la “vera” natura solo con la 1uce” degli unitari.

In quell’anno, infatti, che certamente non era stato “normalmente violento” né per Napoli né per la sua provincia, si verificarono “solo” 800 casi di rissa, ferimenti ed omicidi, comprendendovi, anche, i numerosissimi ammazzamenti e ferimenti di cui furono vittime, a partire dal luglio, i delegati e la truppa della polizia cittadina per opera di uomini della Camorra ed in esecuzione del “patto” stretto tra Tore ‘e Crescienzo e Liborio Romano, per preparare il terreno all’arrivo di “don Peppino”.

Solo nell’anno precedente quello (il 1861) cui si riferiscono le prime “basi statistiche” unitarie destinate a costruire lo stereotipo dell’ignoranza superstiziosa documentata da fatti di sangue, si erano verificati, dunque, solo il 20% degli episodi criminali quintuplicati, poi, dalla gestione unitaria già dal suo primo anno.

Ce n’è quanto basta non solo per coglierne la totale inattendibilità, ma per sottolinearne la chiara natura strumentale: anche perché i dati del 1860 erano ben noti all’esule napoletano che nel 1861 venne chiamato a svolgere le funzioni di Ministro dell’Interno della Luogotenenza.

Anche per lo stereotipo “brigantaggio/ribellismo” basterebbe un Piccolo e semplice dato (scelto a caso fra i tanti disponibili da tempo), riguardante le fonti su cui venne forgiato, per capire il senso dell’opera unitaria per affrontare e rimuovere le cause del fenomeno. Infatti, una Commissione del Parlamento di Torino stabili, nel maggio 1863, che nella sola provincia di Chieti dall’inizio del 1861 all’inizio di marzo del 1863 (poco più di due anni) erano stati ammazzati in combattimento 2.413 briganti, mentre 1.538 erano stati fucilati e 2.768 arrestati.

Ora, considerando che la legge Pica (leggi: fucilazioni senza processo) veniva già, di fatto, applicata (anche prima della sua nascita, e per esplicita testimonìanza scritta di numerosi “operatori militari” del tempo, come risulta in archivi interi -già pubblicati -di loro “produzioni epistolari”) durante i trasferimenti in Tribunale deglì arrestati (che, perciò, vi arrivavano -quando vi arrivavano -come cadaveri di arrestati), si può ritenere “ufficiale” che le morti da brigantaggio nella sola provincia di Chieti (una delle più piccole dei sud) in poco più di due anni siano state 6.719: cioè, oltre il 10% in più dei 6mila morti che le stesse fonti ufficiali governative comunicarono a

G. Fortunato come numero complessivo dei mortì dell’esercito “nazionale” in tutte e tre le guerre d’indipendenza (e scontri connessi) fino alla presa di Roma nel 1870 (cioè, nelle “campagne militari”: 1848, 1859/1860, 1866 e 1870).

Naturalmente e come d’abitudine, non s’è voluto fare riferimento a fonti diverse da quelle strettamente unitarie ed ufficiali; perché diversamente -e basandosi su calcoli della stampa internazionale -solo nel primo anno (settembre 1860/agosto 1861) i fucilati registrati sarebbero stati 8.968, 10.604 i feriti e solo 6.112 i prigionieri di cui, però e come al sofito, non rimaneva traccia dopo la “registrazione” della cattura, per effetto della ricordata applicazione della 1egge Pica” nella versione in itinere.

Basterebbe, cioè, il dato secco del Parlamento italiano del 1863 per dare il senso profondo della parte dove risiedesse la “delinquenza brìgantesca” vera (senza nulla togliere alla ferocia di galantuomini come C. Crocco che fecero pagare duramente ai “galantuomini” delle loro partì il tradimento delle promesse fatte da Garibaldi quando, sbrigativamente, vennero arruolati al seguito delle camicie rosse), se non soccorressero anche altre fonti “ufficiali, pubbliche ed unitarie” (di cui si dirà appresso) per indicare anche lo “stile” brigantesco, e delinquenziale allo stato puro, adoperato da sessanta battaglioni di soldati italiani” per “redimere” quei “fratelli” violenti e briganti.

Ma i dati riguardanti le stesse basi fattuali su cui vennero ab origine costruiti gli stereotipi di “criminalità” e “brigantaggio e ribellismo” non esauriscono gli elementi “di fatto” utili per valutare i comportamenti unitari per la loro rimozione, perché l’opera sostenuta e stimolata dalla cultura “unitaria” andò ben oltre la fase originaria fino a produrre una sorta di “pensiero unico” sull’argomento. Un pensiero unico che costituisce l’occasione migliore per avvertire i motivi concreti del passaggio dalla demonizzazione del borbonico a quella tout court del meridionale per ottenere la definitiva condanna sociale delle popolazioni del sud.

Infatti, negli stereotipi della società chiusa e della sua struttura medioevale, pur essendo già presente una abbondante componente di condanna sociale della popolazione meridionale, grande era l’accentuazione del fatto (particolarmente utile per gli scopi del blocco risor­gimentale) che la causa di quei problemi fosse degli assetti istituzionali del passato regime. In terna di ignoranza superstiziosa e di criminalità (di cui il brigantaggio/ribellismo rappresentava un’espressione datata quanto sintomatica) le responsabilità di fenomeni che si sottolineavano come perduranti non erano più semplicemente ascrivibili agli assetti del passato regime ma si sarebbero legittimamente trasferite -dopo decenni di Unità -a quelle del regime unitario. A quest’ultimo non

restava altra possibilità di giustificare le proprie attività che l’inferiorità delle popolazioni, intesa non più solo come frutto di “regime” ma come effetto di componenti (tare) “genetiche”.

Ed è qui che tornò utile agli unitari lo stimolo di una pseudo scienza che costruì gli elementi essenziali per la cinica utilizzazione, da parte del sistema di potere, anche delle “grida nel deserto” dei meridionalisti.

Una utilizzazione cinica al punto da richiedere la riedizione (aggiornata per gli scopi del momento) nel 1898 di tre scritti di C. Lombroso che avevano visto la luce da 36 a 35 anni prima (fra il 1862: “L’igiene in Calabria e cenni di geografia medica italiana” ed il 1863: “Tre mesi in Calabria”) con il nuovo (e, per vero, originalissimo, sic!) titolo di ”In Calabria”.

Lombroso -in piena coerenza con le sue ben note pseudo verità di tipo antropologico -usufruendo della “biblica” esperienza di ben tre mesi di permanenza in Calabria come medico di un battaglione antibrigantaggio (e basterebbe il “peso” del periodo di osservazione per dar conto della serietà scientifica dei dati posti a base delle sue osservazioni) concludeva per l’esistenza di una sorta di “dualisrno razziale” fra l’Italia dolicocefala mediterranea e quella brachicefala del settentrione (dove è chiaro che -in armonia con le teorie razziali della scuola positivistica -la prima era «razza inferiore” e la seconda “razza superiore”).

Una linea “scientifica” cui subito fecero seguito, nello stesso 1898, ‘L’Italia barbara contemporanea’ e, nel 1901, ‘Italiani del Nord e Italiani del Sud’, opere con cui un giovanissimo e rampante discepolo di Lombroso, il ventiduenne siciliano A. Niceforo, finalmente dava “dignità scientifica” e “spiegazione scientificamente genetica” anche al grido di dolore con cui il povero Farini -già evidentemente toccato dal male che lo avrebbe accompagnato alla tomba privo della capacità di intendere e di volere ­invocava, trentotto anni prima, la carità di essere esonerato dal compito di governo che lo aveva portato a fare nel 1861 il luogotenente del re sabaudo fra gli abitanti di quella “Affrica” (abitanti che ora, finalmente, un “genio” spiegava -anche con la forza persuasiva della Propria personale appartenenza genetica a quella “razza” da ben ventidue anni -come fossero “dolicocefalamente” inferiori!).

Ecco dove aveva portato l’accettazione acritica della sacralità di quella” Unità “costi quel che costi” anche da parte dei meridionalisti!

Non si trattava più, come nel 1865, di sfidare a duello un deputato subalpino che si era permesso di mutare l’aggettivo “sudisti” in “sudici”.

Non si trattava più di rimarcare l’incostituzionalità (rispetto allo statuto albertino) di un proclama come quello di Brindisi del 22 luglio 1861 che, operando a modo di guerra e senza che vi fosse alcuna guerra dichiarata, fucilava sul posto sbandati dell’esercito borbonico, briganti ed evasi dalle carceri, compresi quelli fatti evadere dall’onda garibaldina.

Non si trattava più di contestare la scelta becera di mandare -fin dal 1861 ­persino otto balie piemontesi all’istituto dei trovatelli (l’Annunziata di Napoli) per cominciare a correggere, con sano latte italico, il sangue “corrotto” dei bambini abbandonati del sud.

Non si trattava più di evidenziare i prodromi prenazisti di un generale Lamarmora che si era permesso di criticare anche l’igiene personale dei prigionieri dell’esercito borbonico che, rifiutando l’abiura del loro giuramento di fedeltà a Francesco n, si erano visti rinchiudere nei 1ager” di Milano ed Alessandria che, forni a parte, avrebbero fatto sembrare agevoli i campi di concentramento nazisti.

Non si trattava più di avere a che fare con la grossolanità proterva di un generale Pinelli che non riusciva a distinguere -fucilando tutti allo stesso modo -né un contadino da un brigante né -e quel che è documentatamente più grave -una falce da una sciabola, e che si lagnava -anche in forma scritta -d’aver perduto la sua giornata quando non avesse fucilato alcuno.

Ora, si trattava di avere a che fare con squallidi personaggi che risolvevano il teorema -purtroppo accettato e coltivato dai meridionalisti -di un “dualismo socio/economico”, fra due parti dell’Italia, in un “dualismo di razza” fra gli abitanti del Paese.

Fu inutile ed inevitabilmente moralistico condannare (come fece tutta la scuola meridionalista) queste pseudo verità “solo” come calunnie gratuite, se si è dovuto aspettare quasi un secolo per -raccontare” -ad esempio -in che cosa sia consistita la lotta al brigantaggio.

Solo negli anni ’60 e ’70 del xx secolo si sono cominciate a pubblicare scansie intere di documenti d’archivio dei protagonisti “piemontesi” della lotta al brigantaggio e quei documenti (pubblicati da oltre un quarto di secolo, ma, in gran parte, accessibili -quando non addirittura noti -già da molti decenni prima) recano la documentazione di dettagliate relazioni ufficiali risalenti agli anni ’60 dei xix secolo su come si fossero trattate cittadine intere del Mezzogiorno (come: Isernia, Ariano Irpino, Gioia del Colle, Casalduni, Pontelandolfo, Melfi, Ripacandida, Barile, Venosa, Lavello, Cammerino, S. Eufemio, solo per citame qualcuna) non solo distrutte ed incendiate ma anche desertificate (qualcuna, oggi, costituisce meta di interessanti escursioni per la visita di “città morte”) con la decapitazione (operazione indispensabile per ornare adeguatamente i pali che venivano piantati lungo le strade d’accesso agli abitati visitati dai battaglioni “italiani”) non di feroci briganti ma di donne, vecchi, bambini e preti (ma questi, è ovvio, erano anche papalini: dunque, portatori di un’aggravante di colpa).

Solo ora si comincia a descrivere la correttezza estrema (sic!) di un governo “nazionale” che, tramite il suo generale Della Chiesa (non Dalla Chiesa), pubblicava il 3 agosto 1861 bandi di “grazia e perdono” a chi si fosse arreso (sbandati borbonici, ex garibaldini sbattuti delicatamente fuori dall’esercito nazionale, briganti/partigiani) e che, invece, passava per le armi -e sul posto ­chi avesse avuto la dabbenaggine di crederci.

Ancora oggi nessuno si chiede -nonostante lo sport nazionale sia la dietrologia -perché il più feroce brigante (Carmine Crocco Donatelli) che aveva comandato fino a 2mila uomini contro l’esercito “italiano”, sia stato l’unico a conoscere fino alla morte la “grazia” dell’ergastolo. Eppure verrebbe spontaneo connettere questo “privilegio” con una sorta di “polizza vita” costituita da documenti, in mani sicure, circa la sua partecipazione in “camicia rossa” alla marcia trionfale di Garibaldi, perché non c’è traccia alcuna che il brigante avesse fornito forme di collaborazione di tipo “pentitistico”.

Solo oggi si comincia a dire chiaramente che né il carcere né la fucilazione, nel sud, derivavano da un processo, magari anche sommario fino alla burla, perché erano pienamente autorizzati ad libitum di qualunque militare, anche un semplicefante dalla legge Pica del 1863 (una legge che -a sua futura ed imperitura vergogna -porta il nome del deputato abruzzese che la propose): eppure il testo di quella legge (inconsuetamente chiaro e comprensibile da chiunque) è stato “sempre” disponibile.

Per quella legge, infatti, carcere e fucilazione erano giustificati solo per un “sospetto”; e quale migliore sospetto di quello generato da chi non sa rispondere ad una domanda perché non capisce il dialetto che parli (come è noto, ad esempio, il piemontese o il bergamasco sono dialetti pressoché incomprensibili a chiunque non sia nato e vissuto in quelle amene località), ed i fanti normalmente non erano tanto acculturati da esprimersi almeno in un decente italiano; lingua che, comunque, già avrebbe posto qualche problema al contadino meridionale che -come tutti i contadini d’Italia -si esprimeva solo nel suo dialetto): questa tipologia di “sospetti” legittimanti fucilazioni non sono frutto di fantasie o dietrologie di parte, ma emergono dai documenti che costi­tuiscono le relazioni ufficiali -già da tempo ed ampiamente pubblicate – sulle “campagne” antibrigantaggio.

Ancora oggi si continua a favoleggiare, anche in sedi poco confacenti con la mera fantasia, di finanziamenti borbonici alle bande combattenti (sorvolando, naturalmente, su storielle da romanzo -che almeno vengono vendute come tali -riguardanti addirittura l’organizzazione dell’attentato ad Umberto i nel 1900 da parte della regina Maria Sofia che, all’epoca, viveva da esule, e da quasi trent’anni, in un sobborgo di Parigi).

Per non equivocare qualche modesto sussidio economico al generale Borges con l’alimentazione finanziaria di un “movimento di guerriglia durato dieci anni”, basterebbe riflettere sulla circostanza che palazzo Farnese in Roma (oggi sede dell’ambasciata di Francia) venne trovato nel 1870 spoglio di quel tanto che era stato necessario cedere ai ricettatori romani per provvedere ai bisogni di vita della famiglia dell’ultimo Borbone (il cui patrimonio era restato ­intatto -nelle casse di Napoli) e non certo per finanziare una guerriglia tanto consistente e -se finanziata dall’esterno -tanto costosa da richiedere l’impiego di sessanta battaglioni sabaudi.

Se tutti questi fatti non convinsero neppure uno solo dei meridionalisti a rinunciare alla “sacralità” non del concetto di unità ma di quella Unità effettivamente realizzata, a che cosa potevano mai servire, come avrebbero potuto produrre un qualunque “programma” o “coagulo politico” le loro pur nobili ed intelligenti contestazioni di teorie (quelle razziali)? Quelle teorie razziste potevano anche essere imbecilli ed ascientifiche ma avevano il pregio di essere perfettamente funzionali alla logica di chi voleva proprio “quella” Unità perché essa -e, forse, solo essa, a causa della pochezza delle qualità degli interessati autori -rappresentava lo strumento di realizzazione immediata di interessi precisi e concreti.

Come avrebbe potuto essere sensibilizzata un’opinione pubblica meridionale se anche chi dichiarava di volerne difendere l’umana dignità e la validità della cultura specifica, alla fine delle proprie arringhe difensive non connetteva ad una origine, ad una causa che fosse concretamente attaccabile né le calunnie, né le ingiurie né, soprattutto, i danni morali e materiali?

Era fatale che finisse per essere sostanzialmente indifferente per l’opinione pubblica meridionale che fosse stata la Storia, la razza o san Gennaro a produrre quelle cose che chi comandava riteneva fossero il dramma, l’arretratezza, la condanna sociale del Mezzogiorno. Anzi, se anche chi ne voleva difendere i buoni diritti aveva addirittura codificato (con il dualismo strutturale) l’esistenza di due Italie da omologare sul modello di quella “migliore”, allora era chiaro che chi avesse aVvertito nella propria coscienza l’incongruenza di queste tesi non avesse, altra alternativa -costasse quel che costasse -che raccattare nella propria testa il patrimonio di cultura sociale, non depredabile con immediatezza, ed andare a rifarsi un’esistenza altrove.

E proprio questa fu la risposta dell’Italia “barbara”.

Dal 1876 al 1920, circa un milione ottocentomila meridionali emigrarono.

Vero è che l’emigrazione non riguardò solo il sud (nel centro/nord emigrarono poco più di 2 milioni di persone), ma il dato che dà il senso del fenomeno non è il semplice rapporto abitanti/emigranti (che, pure, nel centro nord fu di 1,5 abitanti ogni dieci e nel sud 2 ogni dieci), ma quello riguardante l’evoluzione del “peso” dell’emigrazione meridionale sul totale dell’emigrazione della penisola: si passò dalla percentuale modestissima del 7% dell’emigrazione meridionale nel 1876 al 56% raggiunto dalla stessa emigrazione sul totale nazionale nel 1920. oggettivamente, non si può pensare ad un indicatore più significativo degli l’effetti” di “quella” Unità senza unificazione.

E pensare che qualche bello spirito di meridionalista arrivò anche a connettere lo sviluppo dell’emigrazione con l’attenuarsi e sparire dei fenomeni briganteschi, senza accorgersi di quanta contraddizione ci fosse tra una tale connessione e la notazione del fatto -vero e persino riferito dalle stesse fonti autonomamente -che fosse la “propaganda”, fatta dagli emigrati, delle migliori condizioni di vita oltre oceano, confortata dalla robustezza delle loro “rimesse”, a convincere all’emigrazione intere famiglie. t veramente bizzarro immaginare una massa di delinquenti della consistenza denunciata dai numeri dell’emigrazione che si preoccupa di mandare danaro alle famiglie e di indurle ad emigrare: per pensarlo, occorre essere veramente convinti che ci siano tare genetiche, almeno, a livello di intere famiglie e di numerosissime famiglie componenti una popolazione.

Per questa via si arrivò alla elaborazione del concetto (sia detto con tutte le riserve che il termine “concetto” merita culturalmente) di razza maledetta per indicare, secondo le diverse letture, o i derelitti fratelli distrutti dalla Storia matrigna e da recuperare con pazienza e dedizione dalla condizione di barbarie sociale, o la palla al piede di un Paese che si sentiva scattante e potente ma frenato dagli abitanti di questa colonia barbara e pelandrona, dove ai concetti di senso civico e di laboriosità si contrapponevano la furbizia opportunistica e l’ozio endemico, frutti -ambedue -non più e non solo di “borbonismo” ma di tare genetiche di una razza inferiore.

Ecco dove sfociò la demonizzazione dei meridionale, che utilizzò l’elaborazione culturale di chi, accettando dogmaticamente che la realtà desiderata fosse la migliore e coincidesse con quella che era tipica del nord, tentò la strada di evidenziare in che senso ed in che modo la realtà meridionale contrastasse con quella; magari, con l’onesto obiettivo di cercare la via più valida per superare la dualità delle due aree.

Ecco perché è oggettivamente difficile che gli stereotipi della prima Unità, prodotti anche con il supporto culturale di chi non ne aveva né Paternità né patronato, possano essere rimossi senza un apporto anche culturale di proporzioni almeno pari a quello che ne gratificò nascita e sviluppo. Un apporto di cui non sfuggono certamente né il costo pratico e morale né la pericolosità: ma che, ciò nonostante, rappresenta un passaggio ineludibile, anche perché non esiste intervento istituzionale e politico che possa prescindere dall’alimento vitale di una cultura sociale che ne costituisca l’ossatura.

Questa genesi e questa struttura dell’opera coscientemente condotta per la demonizzazione del “meridionale” consente di toccare con mano dove risiedano e quanto profondi siano i pregiudizi che ancora oggi connotano questo Paese.

Fenomeni come il “leghismo” (poco importa se del nord o del sud) non sono soltanto le tenui e sbiadite ripetizioni di ben più solidi atteggiamenti della prima Unità, non sono 1a causa” (né, tanto meno, la “possibile” causa) della spaccatura profonda dell’Italia “di oggi”, ma sono il sintomo, solo esterno, di un male molto più profondo -anche di natura culturale -da cui continua ad essere affetto questo Paese: essere, cioè, uno Stato unito che continua a procrastinare -anche ed ancora culturalmente -a babbo morto l’unificazione; o ad affidarla ad automatismi taumaturgici di formule ed utopie.

Aldo Servidio

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