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L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (seconda parte)

Posted by on Gen 22, 2018

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (seconda parte)

LA DEMONIZZAZIONE DEL “BORBONICO”

Se la scelta della metodologia (demonizzazione) fu semplice, lo sforzo per imporne gli elementi non fu né semplice né superficiale, come è facilmente comprensibile pensando alla sua essenzialità per la vitalità stessa del disegno unitario; era indispensabile, infatti, lavorare molto in profondità e con una costanza tale da produrre in tutta la società civile (in primis a sud) reazioni, verso le “fonti di pericolo” da demonizzare, che fossero precise, spontanee ed acriticamente orientate come un riflesso condizionato.

E bisogna riconoscere che lo sforzo fu coronato dal successo, se quella metodologia ancora oggi produce l’effetto che una persona come S. Romano, notoriamente alieno da esasperazioni partigiane e fornito di una cultura storica unanimemente riconosciuta come eccellente, nel luglio 1999 -commentando, sia pure su di un quotidiano nazionale, la concessione della reggia di Caserta (fatta edificare da Carlo ili di Borbone) per la cerimonia delle “nozze d’oro” del terzo Ferdinando di quella casata -non ha trovato di meglio per squalificare ­politicamente, ben s’intenda -i due distinti coniugi che indicarli (testuale) come Il gli eredi di un regno che W. Gladstone, leader dei liberali inglesi, definì nel 1851 la negazione di Dio”.

L’episodio del commento “giornalistico” che ha scomodato, alle soglie del 2000, le 1ettere di Gladstone” è sintomatico più di quanto possa far sospettare la levità dell’occasione (nozze d’oro) e della sede (un commento giornalistico, anche se di “spalla” ma in prima pagina e su di un quotidiano che è il più diffuso d’Italia ed uno dei più seguiti d’Europa).

Evidentemente, anche ed ancora oggi in uomini di grande equilibrio intellettuale, basta la parola “13orbone” a far scattare il riflesso condizionato della demonizzazione “necessaria”.

Perché non appaia eccessiva questa considerazione -che è, al contrario, essenziale per toccare con mano persino la durevolezza degli effetti strumentali di quella metodologia unitaria -varrà ia pena ripercorrere brevemente i “fatti” cui ha voluto far riferimento, da ultimo, S. Romano e che, per vero, non vengono più neppure citati (nel senso che si danno per ovvii) dalla gran parte di chi ed a qualunque proposito voglia squalificare in modo irrimediabile una situazione, un comportamento o una mentalità definendola “borbonica”.

I fatti furono questi.

Come già ricordato, la rivolta verificatasi nelle strade di Napoli il 15 maggio 1848 originò dal fatto che il Parlamento eletto, prima ancora di insediarsi ufficialmente, polemizzava con Ferdinando II tra l’altro, e sostanzialmente, perché intendeva “sviluppare” la Costituzione “concessa” (a quel tempo si diceva “ottriata”, né più né meno di quanto fosse stato “ottriato”, ma qualche giorno dopo la carta di Napoli, lo Statuto albertino).

L’obiettivo sotteso da una consistente fetta di parlamentari napoletani -e, per la verità, anche in modo aperto da parte di qualcuno di loro -era quello di sviluppare la Costituzione fino a trasformarsi in Assemblea Costituente con la finalità -perseguita in modo velleitario quanto si voglia, come non mancò di notare subito C. Poerio, ma chiaramente -di instaurare la repubblica.

Questa finalità non è “arguita” in questa sede ma risulta “registrata” da G. Fortunato, nei suoi ‘Appunti di Storia napoletana dell’ottocento’, come tarda e callida confessione di S. Spaventa a B. Croce: dunque, si tratta di un fatto confessato da un protagonista di quegli eventi in un contesto (la realtà istituzionale ampiamente consolidata del Regno d’Italia) di assoluta neutralità rispetto a qualsivoglia finalità nascosta.

Sia le conseguenze sanguinose della rivolta che la chiara consapevolezza di questa matrice eversiva delle istituzioni, consigliarono l’avvio di un’indagine di polizia.

Mentre quell’indagine veniva svolta (indagine che si concluse poi con l’incriminazione di 39 imputati presenti nel regno oltre a 50 già fuggiti; si ricordi il numero degli imputati perché è funzionale alla comprensione dei fatti), si verificò un altro attentato nel giugno 1849, quando esplose una bomba davanti alla reggia di Napoli mentre era in corso una manifestazione di folla plaudente alla riconquista della Sicilia da parte del generale Filangieri.

Naturalmente, anche questo secondo crimine portò all’apertura di una nuova e distinta indagine di polizia che portò all’incriminazione di 42 persone (fra cui -per citare i nomi più noti -c’erano Carlo Poerio, Luigi Settembrini e Nicola Nisco). Questa seconda indagine portò alla scoperta di una Società segreta, 1’Unione d’Italia”. che non solo aveva organizzato l’esplosione del giugno 1849 ma gestiva una attività eversiva molto diffusa che aveva fra i suoi obiettivi “statutari” quello di ammazzare Ferdinando ii perché ritenuto responsabile dei fatti dei 15 maggio 1848 (i fatti, cioè, per i quali era in corso l’indagine che portò all’incriminazione dei “39” prima ricordati).  

Al processo detto “degli unitari” (quello dei “42’% insieme con sir W. Temple ambasciatore inglese “sistemato” quasi immediatamente e non meno emblematicamente -ma con la diplomatica motivazione dei problemi di udito ­nell’impropria vicinanza del Procuratore Generale che sosteneva l’accusa, assistette anche un deputato inglese, di nome W. E. Gladstone, che -stando alle cronache dei tempo -aveva un aspetto tale da non suscitare interesse particolare diverso da quello della sua vicinanza -ancora più “impropria” di quella di Temple -al banco della pubblica accusa.

Gli è che quel lord inglese tornò in Inghilterra nel 1851 -vale a dire subito dopo la conclusione del processo ai “42” avvenuta alla fine del gennaio 1851 e ben prima dello stesso “inizio” del processo ai “39” per i fatti dei 1848 -e scrisse un pamphlet titolato ‘lettere a lord Aberdeen’.

Lord Palmerston si servi (come aveva deliberatamente previsto di servirsi, per comprensibili finalità della politica interna ed estera dell’Inghilterra, di cui si documenterà più avanti) di questo libello per ottenere da Ferdinando ii una sorta di colpo di spugna generale per tutti i fatti del 1848 e 1849; richiesta che sapeva bene Ferdinando non avrebbe potuto soddisfare (era ancora “pendente” il procedimento riguardante i fatti del 1848) senza legittimare le già accertate e provate azioni violente per il regicidio e l’instaurazione della repubblica (pro­cesso dei “42”) e riconoscere, implicitamente, la propria responsabilità per i fatti del 1848 che avevano mosso l’azione dei “42”.

Giustino Fortunato -avo omonimo del più noto meridionalista, ed in quel momento capo del governo di Ferdinando -pensò bene, addirittura, di non informare nemmeno il re delle ritorsioni ufficialmente minacciate da lord Palmerston per vie -si fa per dire -diplomatiche. E Palmerston, naturalmente, non aspettava altro che di dare seguiti al ricatto preordinato.

Quando il ricatto inglese esplose, il buon Fortunato ci rimise, giustamente, il posto, ma Ferdinando fu indicato -attraverso la diffusione del ‘1ibello” in via ufficiale da parte del governo britannico a tutte le corti d’Europa -come feroce despota, torturatore, giustiziere, costruttore e colonna di un regno bollato come la ‘Va negazione di Dio” (l’espressione -per tornare all’origine di questa breve ma necessaria deviazione -che un uomo equilibrato e colto come S. Romano usa ancora nel 1999 come un maglio di insindacabile giustizia).

Tutta la stampa liberale europea e -per quel che contava -nordamericana fece da cassa di risonanza.

Le reazioni non mancarono: nelle Due Sicilie ed in Francia -in modo particolare -vi fu chi contestò parola per parola le righe della prosa di Gladstone, e con argomenti oggettivi ed inconfutabili. Ma quegli argomenti appartengono alla documentazione storica che il preconcetto metodologico che stiamo analizzando qualifica (anzi, squalifica) come “di parte borbonica” (con tutto quel che segue).  

Dunque, sarà meglio non tenerne alcun conto.

Ma il contenuto della documentazione esistente (e nota da tempo) di fonte sicuramente antiborbonica è tale da ridurre in polvere il mito di Gladstone e quel che ha significato: ed è -probabilmente -questo il motivo della perdurante omissione di quei documenti nella “cultura ufficiale” anche a fronte della assoluta notorietà e facilità d’accesso delle fonti in cui sono da sempre rintracciabili.

t nella documentazione storica, infatti, che il Times di Londra si vide costretto a dire che sul “contenuto” della prosa di Gladstone si “dovesse sospendere il giudizio” (una formula datata di autorettifica giornalistica, tanto rilevante quanto lo è -come lo era -la serietà della testata).

Sta nella documentazione storica che lo stesso lord Aberdeen, mitico destinatario della missiva, tolse il suo patrocinio alla pubblicazione.

t nella documentazione storica che già nel 1852 lo stesso lord Gladstone si rimangiò la gran parte delle cose poste a fondamento della sua lettera, sostenendo di essere stato “raggirato” in parte (certo non in tutto: il processo c’era stato, le persone erano state arrestate ed incarcerate; ma tant’è!).

Cosi come è nella documentazione storica (lo riporta D. Razzano nella sua ”La biografia che Luigi Settembrini scrisse di Ferinando II”) che lord Gladstone, tornato a Napoli nel 188811889, festeggiato e onorato da tutto lo stato maggiore dei partito liberale in nome degli effetti eccezionali della sua “lettera” per il successo di quella che i liberali chiamavano la propria “rivoluzione”, ritenne opportuno (erano trascorsi quarant’anni dai fatti e quasi trenta dalla fine delle Due Sicilie) schernirsi di tante lodi e confessare che:

1° -in effetti, lui aveva scritto per incarico di lord Palmerston e non per soddisfare lo sdegno civile e morale, come conclamato nella lettera. Per comprendere pienamente la differenza fra le due motivazioni, occorre ricordare come l’impero britannico avesse mal digerito la fine dell’operazione indipendentista della Sicilia, durata un anno (dal 1848 al 1849), che aveva riaperto l’isola al predominio della politica inglese, e non avesse abbandonato l’idea di espellere (o meglio, far espellere) i Borbone dal governo isolano. Una operazione da fondare sul discredito internazionale di Ferdinando per motivi “civili” che dissuadessero chiunque pensasse di aiutarlo. Ecco perché utilizzò la necessità di un deputato inglese (appunto lord Gladstone) di recarsi -nel 1850 -a Napoli (sembra per problemi agli occhi di una figliola curabili in quell’angolo di “Affrica”, con due effe, come l’avrebbe definito dieci anni dopo l’ineffabile Farini, che ci vedeva bene ma aveva documentati problemi in altre parti della testa) per seguire gli esiti giudiziari di quei fatti del 15 maggio 1848 che rappresentavano un’occasione d’oro per sviluppare una querelle civile e politica di risonanza internazionale (e cosi si spiegano anche i problemi Mi udito” dell’am­basciatore inglese per godere di una posizione privilegiata nel “controllo” anche del comportamento informale dell’accusa). L’intenzione di lord Palmerston di puntare sul discredito di Ferdinando li per ricondurre al “controllo politico” inglese la Sicilia non è frutto di italica e postuma dietrologia ma è esplicitamente dichiarata in una pubblicazione di Mac Farlane, (quasi contemporanea ed assolutamente neutra rispetto agli interessi propriamente italici in questi fatti) il quale precisamente in questi termini si rivolse a lord Aberdeen (e ne lasciò testimonianza pubblica) per criticare la “svolta progressita” di lord Palmerston, svolta di cui le mire sull’isola italiana rappresentavano lino dei punti politici essenziali;

2° -che lui non era stato in nessun carcere né in nessun ergastolo (luoghi che pure aveva descritto con “dettagli” degni del miglior V. Hugo, anche se non con lo stile o l’intelligenza poetica del francese, totalmente estranei alla personalità del lord inglese);

3° -che nella Lettera” si era venduto come esperienza personale quello che gli avevano detto i “rivoluzionari” napoletani (e, per la verità, non solo a lui, atteso che nelle lettere c’erano interi brani “copiati” integralmente dalla prosa giornalistica -antecedente quella della lettera” -del ‘Risorgimento’, che era il giornale di Farini; confermando ciò come la “fonte informativa”, certamente napoletana, fosse tanto indiretta quanto comune a Gladstone e Farini).

A guardare le cose con gli occhi di oggi e con una buona dose di umorismo nero, le lettere di Gladstone sarebbero come un comunicato delle Brigate Rosse che fosse stato sposato e diffuso -a suo tempo -attraverso l’ONU dal governo dell’ex URSS.

Per restare sul tono umoristico, infatti: lo sim (per chi non ricordasse: lo Stato Imperialista delle Multinazionali, ovvero l’impero del Male assoluto) delle BR (che rappresentarono alla fine del ‘900 un gruppo politico/terroristico con natura non dissimile da quella, come si è già ricordato, “statutariamente” autoattribuitasi dalla Società degli unitari a metà dell’Ottocento) sarebbe lo Stato di Ferdinando Il; l’URSS (sempre a beneficio di chi non ricordasse: il tutore emblematico della lotta per il riscatto ed il progresso sociale degli “oppressi”; Budapest, Berlino, Potsdam, Praga, Afghanistan a parte) equivarrebbe all’impero britannico, che -con una gran dose di faccia tosta, basti pensare a quel che faceva “in contemporanea” in tutte le sue colonie e protettorati -si vendeva in giro, nel tardo ‘800, come il tutore della libertà dei popoli; il controllo politico dell’Italia nel ‘900 equivarrebbe al dominio politico inglese sulla Sicilia dell’800, cosi come la diplomazia ottocentesca avrebbe assolto la funzione di equanime interposizione dell’ONU attuale.

Viene certamente da sorridere ad idee tanto bislacche da valere come-puro e semplice scherzo per recuperare un sano senso comune di fronte a farneticazioni come quelle pilotate a metà Ottocento da Londra. Eppure all’epoca nessuno sorrise (forse a causa della politica inglese delle cannoniere), ma -ed è quel che più interessa -non solo ancora oggi in Italia nessuno sorride (e non ci sono più le cannoniere inglesi!) ma addirittura si usano ancora questi riferimenti per “bollare” cose, fatti e persone di oggi.

Evidentemente, neppure “sconfessioni” fornite da oltre 110 anni in forma tanto eclatante dallo stesso autore hanno avuto la capacità di battere la forza penetrante e deviante della metodologia di sostegno alla “sacralità a prescindere e costi quel che costi” della prima Unità.

Tanta forza ancora attuale della metodologia “demonizzante” se è certamente sintomo di un successo notevole di chi concretò la sua realizzazione, pone, però, l’esigenza di non fermare l’analisi al dato banale dell’efficacia dei suoi effetti estrinseci.

Se, infatti, si è già sottolineato come l’obiettivo di tale metodologia fosse l’eliminazione di tutto quanto -nella società meridionale -non si omologasse, o non fosse omologabile, al disegno dei gruppi interessati “comunque” a quell’Unità, ne deriva il legame, intrinseco fino all’identificazione, fra le tecniche ed i capisaldi di “gestione” di quella metodologia ed i modi di “gestione” dell’Unità realizzata.

E se la gestione unitaria ha avuto l’effetto di annullare ogni prospettiva di unificazione reale del Paese (posponendola al rafforzamento di quel tipo di Unità), risulta ovvio che il percorso per con prendere come e perché si sia verificato tale annullamento di prospettiva incroci la necessità di capire i capisaldi di gestione della metodologia che demonizzava quanto contrastasse con gli interessi concreti retti da quel tipo di Unità. A cominciare dal “contesto di fondo” che ha costituito il fondamento su cui ha fatto leva la stessa possibilità di far digerire ad un’intera popolazione comportamenti sistematici di segno diametralmente opposto alle continue e contestuali dichiarazioni.

In concreto, lo sfondo storico (il contesto) usato come spauracchio giustificante tutte le possibili scelte concrete contrarie agli interessi delle regioni meridionali risiedette nel martellamento costante, generalizzato e permeante sulla natura autoritaria, feudale, accentratrice e chiusa (e perciò antiliberale) del periodo borbonico, non meno che sull’uso disinvolto di polizia, forche, decapitazioni, condanne, tradimenti di giuramenti, bande di lazzaroni, delinquenti comuni ed organizzati che avrebbero contraddistinto almeno gli ultimi 60 anni di governo della dinastia Borbone.

Uno sfondo storico cui contribuirono (sia pure con produzioni aventi sovente la caratteristica delle note di colore) anche la pilotata esaltazione di presunte “testimonianze” letterarie di qualche personaggio meridionale. Come è il caso ­solo per ricordare un esempio emblematico -del testo prodotto dalla tragedia morale e personale della E. Caracciolo, coartata al convento dalle esigenze di tutela dell’integrità del patrimonio della sua famiglia e ribellatasi alla vita monastica, per approdare ­integralisticamente -al rifiuto di una intera civiltà nell’aberrante confusione ­tipica e ricorrente, ancora oggi, in casi dei genere -tra il suo “problema” personalissimo e l’intero sistema civile che aveva il solo torto di non averglielo evitato.

Sarebbe solo ripetitivo ricordare -al di là delle note coloristiche -la vastità delle ricerche e degli studi più paludati che -praticamente da subito -hanno avuto l’obiettivo di riposizionare rispetto alla metodologia (la demonizzazione) degli unitari l’esperienza di governo di quella dinastia. Può essere sufficiente, infatti, estrapolare da quelle produzioni le “categorie ed i temi logici” adoperati per qualificare l’atteggiamento unitario rispetto all’esperienza di 126 anni di governo dei Borbone.

Tra i tanti temi tra i quali sarebbe possibile scegliere, quelli che sembrerebbero meglio corrispondere -perché, insieme, più essenziali ed emblematici -al genere della categoria logica posta a base degli sforzi di riposizionamento dell’esperienza del regime borbonico, sono i temi dei rapporti con la criminalità organizzata, quello della natura sostanzialmente feudale dell’organizzazione sociale del sud e quello del modo di intendere la gestione dello Stato. Ed a ciascuno di essi sarà subito dedicata la dovuta attenzione per evidenziarne, documentatamente, la funzione strettamente strumentale al sostegno della metodologia di una demonizzazione finalizzata a sostenere il disegno e gli interessi specifici del blocco risorgimentale. Quest’approfondimento non ha, ovviamente, alcuna preoccupazione revisionistica dell’operato dei Borbone, ma vuole essere un pezzo di storia patria espressivo del come e del perché il disegno unitario non ha avuto alcuna preoccupazione unificatrice.

Aldo Servidio

 

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