Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (terza parte)

Posted by on Gen 27, 2018

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (terza parte)

Mafia e Camorra

 

Iniziamo dal tema della criminalità organizzata, perché il regime borbonico veniva anzitutto qualificato come “mafioso” e “camorrista”.

Non si contano le esclamazioni, la disperazione, il dolore degli unitari constatando la diffusione di quei fenomeni che loro si trovavano ad ereditare dal passato regime.

Ma tanta disperazione e tanto dolore corrispondevano ad una “profondità e delicatezza-di approccio al problema che appaiono subito sospette prima che grossolane.

Nel caso della Mafia l’approccio unitario comincia a denunciare le oggettive circostanze della sua “particolarità-addirittura con il conio stesso del termine “Mafia”. Un termine che venne forgiato (o, meglio, inventato lessicalmente come identificativo di una “organizzazione malavitosa”) dai piemontesi, per indicare la categoria/consorteria di quei “figuri” che godevano di “prestigio” fra la gente perché incuteva-no timore con la violenza.

Gia il conio linguistico scelto dai piemontesi la dice lunga sulla “profondità e delicatezza” del loro approccio con le culture e le popo-lazioni che finirono sotto il loro controllo.

Per un piemontese, evidentemente, il “prestigio” goduto da persona che non avesse gli orpelli formali del tipo di autorità sociale cui loro erano abituati. non poteva che essere connesso alla capacita di incutere “paura” o rispetto con la forza bruta.

E quando scoprirono che in Sicilia c’erano personaggi che, pur essendo privi degli orpelli sociali cui loro riconoscevano autorevolezza. venivano “ascoltati e sollecitati” di fronte all’insorgere o per evitare che insorgessero -questioni e contrasti fra la povera gente. non andarono a cercare il pelo nell’uovo e ritennero non vi fosse alcuna differenza sostanziale fra chi dirimeva problemi o consigliava perchè “stimato come saggio dall’intera comunità” e chi veniva “ossequiato ed obbedito” perchè deteneva la forza bruta di persuasione.

Insomma (e tanto per gradire), confusero la realtà spontanea ed originaria dei re pastori con quella delle bande di gabellotti e massari che effettivamente “amministravano ordine e giustizia” nei feudi in modo rozzo e violento. ma per mandato baronale. Una grossolanità culturale che può essere solo figlia legittima del disinteresse verso la civiltà di un popolo; un disinteresse alla cultura sociale che. storica-mente. accompagna sempre un livello di considerazione di un popolo che si ferma alla sua rilevanza solo per il numero e la capacita di produrre ^naturalmente. per disegni altrui).

Ma fecero qualcosa in più.

Trovandosi fra le mani un esotico (nel senso di: strano aggettivo dell’idioma siculo che indicava cose o persone di valore, sagge,. fatte bene, gagliarde  ovvero l‘aggettivo mafioso/sa con significato fortemente ed esclusivamente “positivo”. pensando che i siciliani -come loro -“non” facessero differenza fra un “saggio rispettato dalla comunità” ed un “violento a servizio dei baroni”. non solo trasforma-rono 1″aggettivo in sostantivo (che ­come tale -era un neologismo improprio per lo stesso idioma siculo), ma ne fecero 1’identificativo di una “organizzazione” fondata su di uno mentalità sociale. Realizzando cosi il doppio salto mortale di trasformare un aggettivo siciliano di significato positivo in sostantivo delinquenziale. e di ritenere il “nuovo” significato negative come espressivo delta mentalità di un intero popolo che aveva il solo torto di adoperare comunemente nella sua lingua un aggettivo in significato positivo.

Fu cosi che le bande di gabellotti e massari (di cui mai e poi mai un siciliano del tempo avrebbe pensato fossero “mafiosi”, ritenendoli l’esatto contrario del termine) si trovarono gratificati di una rilevanza “strutturale” ed, in certo modo, “formate” che non avevano (tiranne che a livello della gerarchia interna a ciascun feudo), e di una qualificazione istituzionale “di pubblica opinione” che contrastava con quella riconosciuta dalla gente del lungo e ne accresceva il potere intimidatorio

Fu cosi che i Siciliani, si videro attribuire in senso generate e dispregiativo un connotato di cultura sociale impropriamente (per ogni siciliano) corrispondente alla mentalità di quelli che -fino a prima dell’Unita -ogni abitante dell’isola aveva ritenuto appartenere, quantomeno, alla sfera del “potere” che (specie quello baronale) di loro abusava e tendeva ad abusare sempre di più.

Non c’e che dire: un risultato brillante e corroborante -anche sul piano meramente linguistico -della sensibilità unitaria ed unificatrice di chi “gestiva” l’Unita.

Del resto la grossolanità, cinicamente interessata, utilizzata dai gestori del nostro tipo di Unita nel recepire la terminologia corretta di espressioni idiomatiche delle genti meridionali non si ferma all’episo-dio ottocentesco del termine mafia, ma si estende, con il tardo ‘900, anche a ‘ndrangheta.

Dall’amore per l’esotico eclalant nel glossario di qualche reportage giornalistico di alcuni decenni fa, e stata regalata alla criminalità organiz-zata (che ben volentieri se ne e appropriata) anche una antica parola cala-brese che, con origini grecaniche, stava ad indicare la “ta agata) andria”, cioè “la categoria” (la genia) degli uomini saggi e rispettati per la loro “saggezza” (come civiltà greco/antica insegnava) cui poter chiedere il giusto consiglio e l’equa soluzione di povere ma sentite controversie.

Precisata, dunque, la “profondità” dell’incultura e del disinteresse sociale che stava dietro a tante lamentazioni unitarie sui fenomeni di criminalità organizzata, si deve subito osservare (perché storicamente essenziale per capire il livello di coerenza degli unitari nel lamentarsi) che la loro disperazione tendeva ad ignorare, totalmente e con noncu-ranza, una circostanza storica che caratterizza l’Unità come “spar-tiacque ” della stessa storia –per cosi dire –della Mafia (circostanza che ritroveremo tal quale con riferimento alla Camorra).

Per cogliere tale spartiacque occorre solo ricordare brevemente che l’organizzazione siciliana che i piemontesi “battezzarono” impropriamente Mafia, al momento dell’Unita era la struttura di controllo e gestione del latifondo siciliano, “a servizio”, ufficialmente. della nobiltà terriera dell’isola. Anche se, in realtà, usufruendo e stimolan-do l’assenteismo padronale nella conduzione delle proprietà agrarie, fini con l’essere lo strumento. tanto improprio quanto tipicamente locale, per erodere la stessa proprietà dei baroni e formare i primi nuclei di media proprietà terriera in mani non nobili.

I gabellotti ed i massari -che erano il vertice di quella gerarchia operativa nel latifondo -praticamente amministravano anche ordine pubblico e giustizia”, naturalmente nei limiti e per mandato baronale e con mezzi rozzi e sommari che non disdegnavano -anzi, utilizzavano ampiamente ­anche il fior fiore dei delinquenti comuni, costretti a darsi alla macchia.

Questa situazione era ben nota a qualunque casa regnante si fosse trovata ad avere la corona di Sicilia, cosi come era ben noto che i baroni siciliani usassero della presenza nelle loro terre di questa forma di “ordine-per rivendicare la [oro autonomia dallo stesso re -quale che fosse -dell’isola.

Dunque, tutto poteva essere un re di Sicilia tranne che un “mafioso” (usiamo, d’ora in poi, il termine nell’accezione piemontese, ormai, diventata lessico mondiale) e tanto meno un “colluso” con la Mafia: a meno di improbabili tendenze autolesionistiche.

Tutt’al più poteva arrivare ad un compromesso che consisteva nel fatto di rinunciare ad ingerirsi “eccessivamente” nelle prerogative di gestione dei solo latifondo, gelosamente rivendicate dai baroni, a patto che loro non ostacolassero le attività “possibili” del governo centrale dell’isola: compromesso che evitava, se non altro, di dover mantenere costantemente l’isola sotto controllo di un robusto e costosissimo esercito.

Di tanto c’erano -come è noto -antichissime testimonianze, a cominciare da quella risalente addirittura al vicerè spagnolo Olivares, che nel XVII secolo già annotava “il capopopolo in Sicilia è sempre l’agente di tino o più individui delle alte classi, ed in Sicilia nulla si può senza i baroni”; ma non mancavano documentazioni di diretta fonte piemontese se è vero che il breve regno siciliano di Vittorio Amedeo di Savoia (tra il 1713 ed il 1720) ha lasciato esplicite testimonianze circa il fatto che i baroni siciliani ospitavano briganti, avevano “bande armate” ed una polizia fatta “di” e comandata “da” ex galeotti. Il tutto a garanzia dei fatto che -parola del governo sabaudo -i principi pretendevano di essere “legibus soluti” fino al punto di ritenere offesa perseguibile pesantemente la sola richiesta (che non venisse da un loro simile o dal re) di “pagare i debiti” (cosa che avveniva del resto anche nel Piemonte di quel tempo, e solo con un po’ di arroganza in meno).

Qualunque re di Sicilia, quindi, poteva legittimamente andare orgoglioso come tutore del “bene comune” se appena fosse riuscito a costituire una polizia e corti civili di giustizia che circoscrivessero al massimo possibile la sfera di prepotenze dei baroni, e, perciò, limitassero pesantemente la capacità di agire della loro struttura di amministrazione locale.

A tanto i Borbone erano riusciti, ma, purtroppo per loro, facendosi “nemiche giurate” la nobiltà e la sua struttura “parassita” di amministrazione dell’ordine e della giustizia nei feudi (che i piemontesi battezzarono Mafia).  

Su questa inimicizia mortale avevano lavorato motto bene La Masa e Rosolino Pilo, che precedettero Garibaldi in Sicilia dal marzo 1860 proprio per cooptare i baroni e le loro bande a sostegno della spedizione dei Mille (parola di La Masa, che ripetutamente rivendicò l’operazione indicando, anche nelle sue opere storiche nomi di baroni e cifre di uomini).

Infatti, immediatamente dopo lo sbarco a Marsala, i Mille furono soli esclusivamente nello scontro di Calatafimi. Una solitudine temporanea e non dannosa perché quello scontro venne deciso dal generale borbonico Landi, pare dietro consegna di un fedecommesso del Banco di Napoli per 14mila ducati (più di 6miliardi di oggi) che dovrebbe ancora trovarsi nell’archivio storico di quella banca sia perché quell’archivio è, per tradizione, uno dei migliori “giacimenti” di documentazione storica dei sud, sia per il motivo “tecnico-bancario” che è presso l’istituto di emissione che vengono conservati quei titoli, soprattutto quando “non” vengono onorati perché, in qualche modo, ritenuti fasulli. Landi, infatti, fece suonare la ritirata per i suoi 5mila uomini proprio quando i Mille avevano cominciato a scappare lungo le balze che avevano appena scalato.

Ma subito dopo quello scontro (più che di battaglia -come vuole l’oleografia risorgimentale -si trattò, causa ordine di ritirata, di un semplice scontro a fuoco) almeno quattro bande baronali si unirono ai Mille (facendoli più che triplicare) e ad esse se ne aggiunsero immediatamente tante altre fino ad arrivare a ben oltre 10mila uomini (9 briganti per ogni garibaldino) prima di arrivare alle porte di Palermo.

L’infoltimento “banditesco” delle colonne garibaldine prosegui fino a Messina, anche con progressive liberazioni dai carceri siciliani di tutti i delinquenti comuni (come è noto, quelli politici non sostavano in carceri dell’isola maggiore, ma in quelli delle isole minori), pure per assicurare, con le bande, il mantenimento deli’ordine persino -e, per la Mafia, per la prima volta -nelle città, nonché per tutelare il buon esito dei plebiscito di annessione al Regno di Sardegna.

Qui si colloca lo spartiacque della storia della Mafia.

Quando questa, cioè, prese consapevolezza del ruolo che poteva giocare non più “contro” il governo centrale (fino al 1860, quello dell’isola) ma “in sostegno” di questo, in una posizione nuova di “parassita” del potere statale, non diversa da quella svolta fino a quel momento solo per garantire 1a rendita baronale”.

Questo salto di qualità è stato generato proprio dal modo in cui èstata fatta l’Unità e da chi, poi, avrebbe preteso di bollare come male sociale endemico un virus che i precedenti sistemi di governo avevano combattuto e contenuto in ambiti progressivamente ristretti.

La frittata era fatta. Se la nobiltà siciliana si era schierata con i Savoia (ma, soprattutto, contro Napoli) non era cosa né nuova né grave, ma purtroppo la Mafia aveva compreso quale funzione di sostegno paralle lo potesse giocare in uno Stato in cui c’erano da gestire “anche” istituzioni cittadine e quella simpatica novità delle elezioni cui venivano chiamati cittadini in numero esiguo. ma pur sempre più ampio di quello ristrettissimo dei baroni, e, soprattutto, meno potenti di questi.

La Mafia capi che poteva diventare molto potente. Gli effetti si sentirono e subito. Ma questi effetti furono venduti dagli unitari come retaggio borbonico. La prima mano di paura allo sfondo storico di sostegno alla ge-stione dell’Unita senza unificazione venne data proprio cosi.

Se non fosse quasi impensabile una genesi più diretta per il salto di qualità di un’organizzazione che da rozza e brutale diventava “sistemicamente criminale”” e, soprattutto, parassitariamente istituzionale, basterebbe a convincersi del contrario la comparazione fra la sostanza di quanto avvenuto in Sicilia con quanto riguardo la Camorra di Napoli.

Camorra e oggi un sostantivo che al di la delle sue origini lontane e dell’attuale trasformazione in nome proprio di un’organizzazione malavitosa. nel periodo che qui interessa aveva finito con il coincidere con il significato di “estorsione”, al punto che, in Sicilia ed ancora oggi, il termine più adoperato per intendere una violenza in qualche modo estorsiva era -come e -quello di camurria. Quel che oggi si chiama Camorra. fino al 12 settembre 1842 era stato un prodotto spontaneo della ordinaria malavita popolare. Da quella data si era data una sorta di statuto (il cosiddetto frieno) ed una struttura societaria rigorosa e precisa (oltre che il nome proprio di “Grande Mamma”) proprio per garantirsi ancora qualche possibilità operativa in una realtà socio/eco-nomica diventata più ampia ed organizzata e, quindi, più difesa anche dalla piccola criminalità. In quell’occasione fu avvertita l’opportunità di tutelarsi anche con il costoso apporto di qualche “colletto bianco’”. Questo e certo. almeno quanto e certo che tutti i “narratori” che dopo il 1860 hanno riempito biblioteche intere di descrizioni di quel fenomeno. sono incorsi in un errore di “strabismo”‘ hanno cioè attribuito al periodo pre/1860 i connotati che caratterizzavano la Camorra dopo il 1860.

Basti, per tutti, un esempio scelto tra i primi in ordine di tempo e di diffusa considerazione.

Nel suo “Camorra e Mafia” A. Umiltà notava “…negli ultimi giorni di quel triste regime (n.d.r. fine agosto/inizi di settembre 1850) la Camorra era diventata una specie di guardia pretoriana delta dinastia decaduta”. Quell’autore -che scriveva a ridosso dell’Unita -coglieva nel segno constatando l’ingresso della Camorra nell’agone politico, ma -purtroppo ­ne sbagliava, appunto per strabismo, drammaticamente la collocazione di pane.

Sarebbe risibile (anche se qualche bello spirito. e non da oggi. ci ha robustamente provato) ritenere che -a quei tempi, come oggi ­l’organizzazione malavitosa potesse avere contenuti diversi da quelli

criminali, o confondere lo “sfruttamento dei bisogni estremi” dei popolani operato dalla Camorra come una forma rozza di ribellismo e o di mutuo soccorso per gli emarginati: la Camorra non faceva (come non fa) politica, ma estorceva e produceva il bisogno di protesone per continuare ad estorcere; più era forte la debolezza della popolazione p,u era forte la Camorra. Ecco perché, allora come oggi, si l’arma letale contro la Camorra è lo sviluppo economico. Solo la prospettiva di poter vivere di onesto lavoro, allora come oggi può confinare la Camorra in una posizione (ineludibile in qualunque società) di organizzazione criminale -si passi il termine ­”ordinaria” e fronteggiabile con normali organizzazioni di polizia di sicurezza.

In effetti, la prima organizzazione in società della Camorra nel 1842 (anche in questo caso, ma almeno senza danni culturali dopo il I860 si fece diventare nome proprio di organizzazione quello che era soltanto l’“oggetto sociale” di una società che definiva se stessa come “la Grande Mamma”) fu la risposta -a suo modo ragionevole -che la malavita dette all’azione di crescita economica del governo di Ferdinando n che toglieva sempre più acqua allo stagno in cui nuotavano i pesci/delinquenti, costringendoli ad “organizzarsi” in modo pertinente per ottimizzare le decrescenti possibilità operative.

E che nel 1842 il fenomeno fosse in qualche modo sotto controllo, e confermato dal fatto che la polizia borbonica usasse i malavitosi per avere informazioni politiche; in ciò comportandosi come qualunque polizia -anche oggi -si comporterebbe per contrastare le organizzazioni politiche di “terrorismo” (perché tali erano le “sette” più o meno “liberali” del tempo che, consapevolmente o meno, applicavano i dettami -scritti e pubblicati, ben s’intenda di terrorismo elaborati anche e significativamente da G. Mazzini). Sette che, come dimostro proprio il “Processo degli unitari” con evidenze giudiziarie, avevano nei loro statuti 1’obiettivo di “bombe” in mezzo alla folla o di “omicidio” del re (cosa che concretamente tento il sergente A. Milano ancora nel 1857). Quest’atteggiamento era -come sarebbe oggi ­perfettamente comprensibile sia dal lato della polizia che da quello dell’organizzazione malavitosa. La polizia sfruttava il tipo di presenza (si badi bene, presenza e non controllo)

della malavita sul territorio (soprattutto la gestione sia del la prostituzione -perché l’attività d’alcova e sempre stata quella più pronuba alla fornitura di informazioni politiche “confidenziali” sia di alcuni traffici “ordinari e normali” che erano -come sono -la porta più usata per l’introduzione di armi e materiali sovversivi). La malavita, cioè, pagava con informazioni politiche un “clima tollerabile”, per la sua attività di controllo poliziesco: controllo che come è noto -in periodi di “acutizzazioni di attività terroristica e dal 1815 al I860 ve ne furono a ripetizione in tutte le

Due Sicilie) ambisce persino la cosiddetta piccola criminalità.  

Ma di questo si trattava -durante il regno dei Borbone e non certamente di compromesso politico: basti considerare che le carceri erano talmente piene di delinquenti e camorristi che nello statuto (il frieno ricordato) dell’organizzazione una grande rilevanza avevano le norme che regolavano la Camorra delle carceri.

Con la premessa di questi ricordi e tornando alla “guardia pretoriana della dinastia” cui alludeva l’Umiltà, ne appare chiaro tutto lo “strabismo” unitario (che, nel caso dell’Umiltà, può anche essere giustificato dall’ignoranza di quel che era effettivamente successo nei mesi della “rivoluzione” dei Mille) di chi confonde cose effettivamente accadute “ancora formalmente regnante Francesco n” con cose fatte l’esclusivamente dagli unitari”.

Infatti, nel giugno 1860 (Garibaldi era nel Cilento e non ancora a Napoli) Liborio Romano era formalmente uomo di governo di Francesco n. Questo, però, gli servi solo per facilitargli l’accordo diretto con il capo riconosciuto della Camorra (Salvatore De Crescenzo, detto Tore 1 e Criscienzo) che ­guarda caso -“era detenuto” e non liberamente circolante a Napoli (solo negli ultimi 10 anni il capo camorrista si era fatto oltre 8 anni di carcere, ad ulteriore smentita di “compromessi” dei potere con la Camorra).

Il Ministro Romano contrattò con il De Crescenzo la liberazione sua e di tutti i camorristi detenuti, ma non certo per costituire la guardia pretoriana dei Borbone ma, al contrario, per affiliarli alla rivoluzione.

è documentato ampiamente, infatti (cfr. da ultimo G. Di Fiore ‘Potere Camorrista’, 1993), che tra il 27 ed il 28 giugno 1860 il vertice della Camorra si riuniva sotto -si fa per dire -la presidenza proprio di Tore ‘e Criscienzo per definire la strategia futura del “sostegno a don Peppino” (Garibaldi), e, contemporaneamente, già scattavano le prime operazioni “rivoluzionarie” che ­guarda caso -investivano proprio i Commissariati di polizia, di cui Romano era Ministro responsabile, con i delegati passati “per cortello”.

Già nel luglio 1860 i primi camorristi -primo tra tutti, per ferocia riconosciuta, tal F. Mele -venivano nominati funzionari di polizia, e chi li nominava era Liborio Romano che, certamente, sulla carta era Ministro di Francesco ii, ma stava già preparando l’accoglienza a Garibaldi (con tanto di invito al re -formale, scritto e pubblicato -a togliere l’imbarazzo, redatto in contemporanea con il proclama/invocazione per Garibaldi ad affrettarsi a raggiungere Napoli) ed intanto dotava i camorristi di coccarda tricolore di riconoscimento.

Romano, poverino, dirà, poi, nel libro postumo di ‘Memorie’, che la sua preoccupazione era quella di prevenire il pericolo che i camorristi potessero approfittare della confusione causata dalla rivoluzione per far man bassa dei beni dei cittadini della capitale, facendo finta di dimenticare che era stato lui stesso a mettere in libertà -e per tempo -un grande e qualificatissimo numero di camorristi.

Ma fin qui ancora il “salto di qualità” per la Camorra non poteva dirsi verificato a pieno: il comportamento di Liborio Romano poteva ancora essere considerato come un “capolavoro” di furbizia doppiogiochista (che, come è noto, è l’esatto opposto dell’intelligenza e dell’oculatezza) giocato sul tentativo di neutralizzare una fonte di disordine “ordinariamente” criminale in vista di un cambio di regime e, con un solo colpo, di garantirsi -sia pure mediante un controllo criminale -almeno la calma di quella “plebe” urbana che già nel 1799 aveva ingrossato le fila del cardinale Ruffo.

Quella che, invece, deve essere segnata come la data di ingresso della Camorra ufficialmente nell’agone politico (e, dunque, nella vita dello Stato) è il 7 settembre 1860: il giorno in cui Garibaldi sali sulla carrozza di Liborio Romano e, con Tore ‘e Criscienzo in testa, fiancheggiato dai più rilevanti “capiparanza” della Camorra, entrò in Napoli dopo un comodo viaggio in treno da Salerno.

L’episodio in sé sarebbe di scarso rilievo (si sa, durante una rivoluzione può capitare di tutto: un condottiero non può mica chiedere il certificato penale a chi l’aiuta), se non fosse stato seguito da una serie di atti inequivoci e per i quali non c’è giustificazione rivoluzionaria che tenga.

Il dittatore Garibaldi con proprio decreto del 26 ottobre 1860 (per correttezza espositiva, oltreché per dovere formale derivante dalla concessione di accesso ai testi originali, si precisa che tutti i “decreti” della Dittatura citati in questa ricerca sono consultabili, con assoluta facilità, da parte di chiunque vi abbia interesse presso l’Archivio Storico di Napoli) gratificò di una pensione vitalizia di 12 ducati mensili (circa 5,4milioni di oggi.) sia Antonietta Pace che Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher e Pasquarella Proto, che, insieme a Marianna De Crescenzo -prima intestataria della gratifica di Garibaldi ­costituivano il vertice femminile della Camorra napoletana (Camorra che -a differenza della Mafia -era già all’epoca notevolmente “femminista”).

E come se questo t’atto per se stesso non bastasse, lo stesso provvedimento contiene, oltre l’ovvia motivazione patriottica, due “chicche” che la dicono lunga sui rapporti con la Camorra.

In primo luogo, incaricato di eseguire fl provvedimento era il Ministro dell’Interno della Dittatura (cioè, Liborio Romano) che -in questo caso -viene anche qualificato come Ministro di Polizia.

Tale distinzione (cioè, Ministro di Polizia e dell’Interno) era propria del regime borbonico (Romano, infatti, era Ministro di Polizia ma non dell’Interno nel governo di Francesco Il), e sembra voler marcare la “continuità” fra il riconoscimento pensionistico da eseguirsi e l’opera proditoria espletata da Romano proprio come Ministro di Polizia di Francesco II. Quest’interpretazione della distinzione non è arbitraria giacché proprio per mancanza di ulteriore materia di distinzione, non fu mai più adoperata né dalla stessa Dittatura, né dalla Luogotenenza, né dal regno d’Italia.

In secondo luogo, il provvedimento di concessione della pensione ha come prima intestataria proprio Marianna De Crescenzo (sorella di Tore le Criscienzo) che, però, non viene indicata -come tutte le altre intestatarie della pensione data da Garibaldi -con il cognome (De Crescenzo), che pure aveva, ma con un soprannome: Marianna la Sangiovannara.

Perché non sorga equivoco: il soprannome, nella Napoli del tempo, non era prerogativa dei camorristi, anzi. Ma il soprannome non veniva usato in atti pubblici a meno che non fosse necessario per qualche motivo.

Perché, quindi, solo Marianna viene indicata con soprannome e non le altre beneficiarie, anche se ne erano tutte ben fornite?

Il motivo è l’improponibilità assoluta -a meno di voler fare oltraggio alla Camorra -dell’uso del suo cognome per una “concessione”, perché De Crescenzo era il cognome esclusivo ed intangibile, del capo assoluto della Camorra, al punto tale che lo stesso soprannome di Sangiovannara (come sa bene chiunque abbia qualche dimestichezza con studi appena seri sulla Camorra) era di pura e sola origine camorrista perché il cognome (in dialetto: ‘e Criscienzo), che solo sarebbe stato compatibile per indicare, oltre che con il nome di battesimo, un “tale personaggio di vertice” (Marianna, era il vertice femminile dell’organizzazione), poteva essere equivocato con quello, appunto esclusivo ed intangibile, del Capo assoluto della Camorra.

Dunque, da un lato, fu giocoforza per l’organizzazione individuarne la sorella con un qualche soprannome che fosse rispettoso del grado (e la soluzione venne trovata in un soprannome di pura “origine”, diciamo cosi, topo/anagrafica: Marianna era nata, infatti, a S. Giovanni a Teduccio, anche se “esercitava” nel cuore di Napoli, il rione Pignasecca), e, dall’altro, quello era l’unico identificativo utilizzabile anche da un atto pubblico che non solo non voleva recare offesa alla Camorra ma, anzi, ne voleva premiare l’operato.

Inoltre, lo stesso Dittatore, operando sulle rendite confiscate con il decreto 23 ottobre 1860 alla famiglia Borbone (leggi: patrimonio familiare, restato distinto, come sempre in 126 anni, dalle pur fornite casse statali, al punto da contenere persino le doti nuziali delle figlie di Ferdinando n) mise a disposizione della Camorra un asse di 75mila ducati (quasi 34 miliardi di oggi) da distribuire in tre anni ai bisognosi del “popolino”.

La cifra in se stessa non era particolarmente rilevante, soprattutto se confrontata con gli sperperi perpetrati in poco più di 50 giorni di Dittatura.

Quel che, però, la rendeva epocale (non sembri esagerato) erano anzitutto la qualità e la durata prevista (tre anni). Si trattava in sostanza di un vero e proprio “portafoglio” istituzionale attribuito ad una organizzazione malavitosa cui già era stato attribuito il potere amministrativo di un corpo di polizia (tutti gli uomini della Camorra avevano la 11coccarda tricolore” ed alcuni dei più autorevoli erano stati nominati a funzioni di comando della stessa polizia).

Perché non restino dubbi: nessuno di quei provvedimenti della Dittatura venne né contestato né revocato né da Farini né dal luogotenente Savoia che successero a Garibaldi nel governo delle terre meridionali; ad ulteriore riprova del coinvolgimento sistemico della Camorra non nei fatti episodici ma nella gestione stessa di quell’annessione delle Due Sicilie al Piemonte.

Ma quel che rende definitivamente significativa sul piano storico l’elargizione “unitaria” di 34 miliardi (a valori di oggi) alla Camorra è proprio il significato di quel pagamento in rapporto alla natura vera dell’attività camorrista. Se la Camorra non avesse avuto la “sua parte”, probabilmente le operazioni di sperpero “delinquenziale” fatte dalla Dittatura e non toccate minimamente dai Luogotenenti di V. Emanuele II avrebbero incontrato qualche “difficoltà” da parte di chi doveva assicurare il “nuovo ordine” ma restava, pur sempre, un estorsore naturaie. Se si “desiderava” procedere a sprechi astronomici, una cifra pari a 34 miliardi di oggi risultava non solo opportuna ma a livello di “mancia”.

Non sembri esagerato il riferimento all’astronomia per definire le volontà di spreco che resero prudente la “mancia camorrista”.

Basterebbe pensare al decreto 5 ottobre 1860 con cui il generale l’elargi” (è la parola giusta) la bella cifra di 1,2 milioni di lire oro (120 miliardi circa di oggi) all’armatore Rubattino per ristorarlo (e questo la dice lunga sul patriottismo di un sicuro membro del “gruppo di interessati” all’Unità) della perdita sia del piroscafo “Cagliari” (spedizione Pisacane del 1857) per 450mila lire oro sia per il “Piemonte” ed il “Lombardo” con 750mAa lire oro. Gli è che il “Piemonte” ed il “Lombardo” erano già stati pagati da Cavour e V. Emanuele con regolare rogito notarile di cui era ufficialmente beneficiario Garibaldi (già prima se ne sono forniti tutti i ragguagli inequivoci), ed il “Cagliari” -che a suo tempo era stato intercettato e sequestrato sulla via del ritorno dalla flotta borbonica -era già stato restituito, integro, a Rubattino dal governo di Napoli fin dal 1858 per il solito “pressante” intervento del governo inglese!

Basterebbe pensare, ancora, al decreto 23 ottobre 1860 che elargi 6milioni di ducati (circa 27miiioni di lire oro, ossia 2.700 miliardi di oggi) ai martiri dei 1848, con criteri equitativi del tipo di quelli che -ad esempio -riguardarono R. Conforti che era stato Ministro di Ferdinando II per poche settimane nel 1848 e che si vide riconosciuto l’emolumento di Ministro per tutto il periodo dal 1848 al 1860 per la bella sommetta di 60mila ducati (27 miliardi di oggi); oppure come lo stanziamento di 400mila ducati (180 miliardi di oggi) a De Cesare per studi economici, a Ferrigni per studi sulla scienza del culto e ad A. Dumas per studi storici, trascurando i 50miia ducati (22,5 miliardi di oggi) a Massari e Ciccone per studi economici (elargizione che, forse, il solo Massari rifiutò).

Si, non c’è errore tipografico. Fra i beneficiari c’è proprio e persino A. Dumas padre, il noto romanziere francese che a bordo del suo brigantino “Emma” si era portato alla fonda nel porto di Palermo fin dal maggio 1860 e che -sempre da bordo -aveva ospitato Garibaldi per gli spostamenti nei mari siciliani e lo aveva seguito fino a Napoli per decantarne le gesta sulla stampa francese, e non solo.

Logico quindi che -già in occasione dei decreto dittatoriale del 15 settembre 1860 -si scoprisse che il noto romanziere fosse anche un esperto archeologo da nominare immediatamente direttore del Museo degli scavi e delle antichità di tutto il Mezzogiorno: come dire, il responsabile della più massiccia e qualificata -per quei tempi, come, peraltro, di oggi -raccolta d’opere d’arte e di interesse archeologico dell’antica civiltà romana esistente al mondo.

Una carica, per vero, onoraria sulla carta ma non nella sostanza (anche a prescindere dalla quota parte dei 400mila ducati di cui s’è appena detto), se è vero che -per tabulas -aveva il potere di proporre direttamente e al solo Garibaldi sia l’assunzione di collaboratori per un “progetto” di scavi a Pompei che la compilazione di una grande opera archeologica, storica e (sic!) pittoresca su Napoli e dintorni. Un potere che la diceva lunga sugli obblighi di “gratitudine” del generale Garibaldi che appena tre (dicesi: tre) giorni prima (decreto del 12 settembre 1860) aveva affidato gli “scavamenti” (testuale) di Pompei ed Ercolano al Ministero della Pubblica Istruzione ed aveva disposto che vi “provvedessero” questo Ministero e quello delle Finanze.

Basterebbe, inoltre, pensare alla pensione vitalizia di 2.550 ducati (1 miliardo e 147milioni di oggi) concessa a quel Saliceti che era stato, da ultimo, Triumviro della Repubblica Romana del 1848149 e che come titolo patriottico -aveva quello di essere un esponente di spicco del partito murattista che non si sa mai come finiscono le cose -bisognava tener buono (in fondo, anche la Francia “aveva dato”).

Dunque, di fronte a queste cifre distribuite in via personale fra i “sodali” istituzionali dell’operazione, la cifra che venne affidata all’amministrazione della Camorra “per la beneficenza popolare” risulta oggettivamente modesta (praticamente quasi corrispondente al solo vitalizio riconosciuto a R. Conforti), ma è, invece, rilevantissima per la capacità di “istituzionalizzazione” dell’apporto fornito dalla

Camorra ad un passaggio tanto delicato e decisivo dell’operazione Unità.

E appena ovvio che tutto questo non poteva essere frutto che di un patto esplicito.

Ma la cosa non fini li.

Quello che ormai viene definito da tutti una farsa: il plebiscito del 21 ottobre 1860, doveva pur aver luogo.

Si poteva costringere a votare si e NO, si poteva ingannare il cafone analfabeta raccontandogli che il si era per Francesco II, si poteva far votare più di una volta chi non era neppure cittadino delle Due Sicilie né cittadino di altri Stati della penisola, ma Mecenza pubblica” voleva che si riuscisse a far votare almeno un numero di persone che fosse significativo.

1 patrioti napoletani emigrati all’estero e rientrati dopo Garibaldi non godevano nel regno del sud di quel prestigio sociale che i toscani e gli emiliani rifugiatisi a Torino godevano nei rispettivi Paesi e che gli valse la possibilità di inquadrare (sono parole loro, pubbliche e pubblicate da oltre un secolo) i villici ed i popolani urbanizzati in ordinate colonne per votare si ai plebisciti d’annessione già celebrati in quelle regioni. Nel sud, senza le minacce della Camorra a Napoli e della Mafia in Sicilia, i plebisciti avrebbero fatto “ridere” l’Europa intera non solo (come avvenne) per i “modi-ma prima ancora per il “numero” dei voti espressi. E qui la Camorra -come la Mafia -capi che si era aperta un’epoca nuova: il potere pubblico aveva bisogno “istituzionalmente” dei suoi servizi.

Ed i servizi furono resi.

Si può essere più che certi che gli uomini del “blocco risorgimentale” avessero in animo di trattare -non appena la situazione si fosse normalizzata ­Mafia e Camorra come avevano trattato molti di coloro che erano stati utili per realizzare l’Unità che loro interessava: ovvero ed in sintesi, usa e getta.

Ma, purtroppo per loro, ed ancora per noi, Mafia e Camorra non sono cose che si possano usare e gettare.

Se gli si dà il modo di capire che “possono” essere utili al potere isti­tuzionale, di una cosa si può essere certi: troveranno il modo di rendersi utili, comportandosi in maniera che è improprio definire come antiStato giacché è solo uno dei sintomi della distorsione dello stesso Stato.

Se fino al 1860 la sola Mafia era stata veramente una struttura antiStato, in nome del fatto che lo Stato in Sicilia era quello centrale mentre 1oro” ­espressione e strumento del potere baronale -lo contrastavano, la Camorra non lo era mai stato, rappresentando solo una organizzazione malavitosa pericolosa ma “ordinaria”.

Con il 1860 la Mafia si accorse di non dover più lottare contro il potere centrale perché i baroni, da cui derivava la sua legittimazione, erano diventati alleati e parte determinante di quello; la Mafia, inoltre, si accorse che questa novità aveva aperto all’organizzazione malavitosa le porte delle città e degli affari della pubblica amministrazione, senza nulla togliere alla sua funzione di assoluta amministrazione dei latifondi. La Camorra, dal canto suo, si accorse di poter aggiungere alla sua funzione parassita di alcune attività e servizi della società civile, anche un promettente avvenire di parassitismo degli affari della pubblica amministrazione che da subito e documentatamente venne vista come occasione di grande interesse per utilizzare (leggasi: mettere a profitto) anche le “tradizionali” entrate. Poten­zialità, queste, che dipendevano solo dalla capacità di saper aspettare il momento e le situazioni di “bisogni particolari ed eccezionali” dei poteri istituzionali.

Se quei “bisogni particolari ed eccezionali” dei poteri istituzionali -sintomo certo di una distorsione strutturale dello Stato -non vi fossero stati, Mafia e Camorra non sarebbero mai uscite dalla dimensione di quella che, per intendersi, è la dimensione “ordinaria” delle organizzazioni malavitose. Una dimensione che può essere dura e pericolosa ma che è fronteggiabile con i poteri di uno Stato che, per non essere in sé distorto, non rischia di alimentare l’organizzazione delinquenziale con gli effetti della sua stessa distorsione.

E questo il motivo per cui l’unica possibilità che lo Stato unito avrebbe avuto per liquidare Mafia e Camorra già nella fase di avvio della prima Unità (ma la stessa cosa vale, purtroppo, anche per oggi) sarebbe stata muoversi massicciamente “per unificare” il Paese, perché solo un Paese teso ad unificarsi avrebbe trovato -con la tensione al miglioramento sociale ed economico -le ragioni e la forza per rendere “forti” i poteri delle istituzioni, e, quindi, ricon­durne i bisogni in un quadro di normalità corrispondente agli interessi dell’intera popolazione.

Ma i’unificazione venne procrastinata (ed oggi se ne è forse ancora più distanti di allora) e lo Stato scelse -fin dal 1861 -di condurre la lotta ai poteri criminali organizzati, di cui pure si era servito in modo determinante, sul piano meramente poliziesco e repressivo.

Dalle esperienze di S. Spaventa nel 1861, alla legge Pica del 1863, alla miriade di leggi particolari successive fino alla Relazione Saredo di fine Ottocento ed all’esperienza dei prefetto Mori in pieno regime fascista, è tutto un susseguirsi di dichiarazioni di guerra che ottennero l’unico risultato di favorire l’immersione periodica delle organizzazioni criminali in forme sempre più e sempre meglio sotterranee e flessibili, idonee a tranquillizzare quei tanto che basta per far passare -come dice un vecchio proverbio mafioso -la “piena” repressiva, e rispuntare fuori più forti di prima non appena le crisi cicliche ­che nel nostro Paese erano inevitabili soprattutto, anche se non esclusivamen­te, per la mancata unificazione -risvegliassero quelli che si è prima definito ­con qualche eufemismo come i “bisogni particolari ed eccezionali” dei poteri istituzionali. Quei bisogni particolari ed eccezionali, cioè, in cui si finisce con l’aver bisogno di chi possa fare quello che, in qualche modo, è il lavoro “sporco”.

Se, in conclusione, sono i fatti stessi a significare come il modo in cui nacque e venne gestita la prima Unità costituisce spartiacque della storia della Mafia e della Camorra -che in quell’occasione scoprirono o, per la Mafia, videro ampliarsi la loro sfera di influenza sui poteri istituzionali non c’è, bisogno di alcun ulteriore ricordo o di alcuna citazione particolare per cogliere l’aspetto centrale della metodologia di gestione della prima Unità rispetto al tema della criminalità organizzata: tutta la virulenza generata proprio dal salto di qualità di Mafia e Camorra determinato da quel modo, cinico e strumentale, di fare l’Unità venne ascritta puramente e semplicemente, quanto falsamente, alle conseguenze del regime borbonico.

Come dire: attenti cittadini italiani, non protestate contro il nostro modo di agire perché, sbagliato che possa essere, vi ha tolto dalla condizione di imperio di questi mostri che oggi sono solo dei criminali mentre prima erano strumenti del potere. L’esatto opposto, cioè, di una realtà, strumentalmente distorta, generata proprio da chi aveva consentito, per i propri interessi concreti, l’emersione a livello di rilevanza istituzionale di quelle realtà delinquenziali.

Una mistificazione di proporzioni cosi colossali da richiedere un martellamento tanto costante e diffuso quanto era forte l’interesse a mantenere la sacralità di “quella gestione” -costi quel che costi dell’Unità: una gestione che si fondava -quanto meno -sul rinvio, concettualmente connesso al raggiungimento di nuovi e diversi traguardi, della stessa necessità di unificazione.

Aldo Servidio

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