Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’industria Zino & Henry

Posted by on Ago 24, 2017

L’industria Zino & Henry

Proponiamo un ampio stralcio di un articolo di Gaetano Fiorentino, pubblicato sulla rivista l’Alfiere, dedicato alla grande industria napoletana Zino & Henry. Gaetano Fiorentino è un attento studioso dell’economia del Regno delle due Sicilie e nei suoi articoli è possibile reperire informazioni preziosissime per la comprensione della effettiva realtà economica – produttiva del Meridione pre-unitario.

Come si potrà leggere alla conclusione dell’articolo, la grande industria Zino & Henry chiuse perchè vennero meno le commesse pubbliche dopo l’Unità d’Italia, commesse che furono girate, guarda caso, a imprese del Nord. Questa situazione è di una attualità impressionante: quante piccole e medie imprese del Sud hanno chiuso i battenti perchè le Aziende meridionali loro commissionarie, una volta acquisite/inglobate da imprese del nord, hanno “spostato” le proprie forniture a vantaggio di imprese settentrionali?

La così detta rivoluzione industriale si sviluppò già intorno agli anni che vanno tra il 1825 ed il 1835, anche nel Regno delle Due Sicilie dove si cominciò a guardare a ciò che la tecnologia estera offriva nei vari campi. I più previdenti cominciarono ad acquistare i macchinari loro necessari oltr’Alpi. Ciò comportava però una serie di non lievi inconvenienti. Prima di tutto la necessità di assumere, per l’addestramento del personale locale all’uso, tecnici francesi o inglesi con stipendi molto alti. Le frequenti rotture di parti o pezzi delle complesse apparecchiature, poi, costringevano ad ordinare le sostituzioni ai fabbricanti stranieri con lunghi tempi di attesa e fermo di produzione.
Di questi danni si era ben reso conto, per averli sperimentati di persona, Lorenzo Zino titolare di un’importante fabbrica di panni di Carnello  sul fiume Fibreno, presso Sora, ai confini settentrionali del regno nella provincia di Terra di Lavoro. Egli decise dì creare uno stabilimento che producesse i macchinari che si acquistavano all’estero, fabbricando tutte quelle apparecchiature adatte a soddisfare le nuove e sempre frequenti richieste degli industriali e commercianti meridionali, non che provvedere, per quelli stranieri, alle riparazioni e sostituzione delle parti deteriorate.
Egli costituì una società con il professore francese di meccanica Francois Henry, venuto a Napoli da Parigi. La prima sede della fonderia e stabilimento meccanico della Zino & Henry fu impiantata nelle grotte di Capodimonte intorno al 1836. L’industria fu aiutata e incoraggiata da Ferdinando II nella sua politica di autonomia tecnologica e produttiva dall’estero.
Fin dall’inizio della sua attività la Zino & Henry ottenne un insperato successo, andando oltre le più rosee aspettative. Basti questo semplice esempio, la navigazione a vapore che andava sempre più diffondendosi, vedeva il porto di Napoli toccato da sempre più bastimenti, spesso con problemi e rotture alle caldaie. In questi casi le navi erano bloccate a Napoli in attesa delle riparazioni e dei rimpiazzi provenienti dall’estero se i danni erano gravi, oppure dovevano recarsi a Marsiglia nei casi in cui i macchinisti di bordo riuscivano ad ovviare provvisoriamente all’inconveniente. La possibilità di risolvere le avarie in loco, era un vantaggio non indifferente per tutti i battelli che toccavano i porti del reame o dogli stati confinanti, oltre che per i legni della marina napoletana.

Dopo meno di un anno lo stabilimento fu costretto ad ampliarsi per le numerose commesse che pervenivano. Si trasferì perciò nella zona del Ponte della Maddalena vicino ai Granili, in un vasto terreno ove sorse !a nuova fabbrica.
Già nel 1839 la Zino & Henry era in grado di soddisfare tutta una serie di ordinativi da ogni parte del paese e dall’estero. Dal Pontificio, specialmente dalla Romagna, e dalla Toscana le richieste di acquisto di macchinari erano continue, tanto che la necessità di nuovi investimenti e di un ulteriore ampliamento dello stabilimento spinse i due soci ad accettare l’offerta di vari finanziatori che intervennero con cospicui capitali nella compagine sociale. Nacque così la società in accomandita per azioni Zino Henry & C. con un capitale di 140.000 ducati e un nuovo stabilimento più ampio e razionale accanto a quello già esistente ai Granili e che si estendeva su tre moggi di terra, con 200 operai addestrati da cinque o sei tecnici francesi. Le maestranze erano assunte tra gli abitanti del Borgo di S. Erasmo, poveri venditori di frutta e di erbaggi, trasformati in abili, esperti, capaci operai. Henry si occupava della parte tecnica con la progettazione e realizzazione delle macchine, Zino della conduzione commerciale e amministrativa dell’azienda, la cui sede commerciale, negli anni successivi, fu posta al numero 60 della Strada Egiziaca, a Pizzofalcone.
Non vi era problema o richiesta che questo stabilimento non fosse in grado di risolvere, studiando le apparecchiature più adatte a soddisfare le esigenze e le necessità della numerosa e varia clientela. Già due volte Ferdinando II aveva visitato la fabbrica nei primi anni di attività, complimentandosi ed incoraggiando i due audaci industriali, premiati con la gran medaglia d’oro di prima classe all’esposizione delle arti del regno alla fine degli anni ’30.
Nel 1839 l’opificio era strutturato in otto reparti: quello dei disegnatori che progettavano le macchine da costruire; la sezione modellatori che eseguivano le parti in legno o in metallo, mentre nella fonderia si realizzavano i vari pezzi dei macchinari dai modelli e dalle forme di legno o di ferro. Vi era poi il reparto per i lavori in ferro battuto, dotato di forge montate ad aria calda. I limatori, i tornitori e tornieri, gli aggiustatori o montatori delle macchine completavano l’opera. A parte vi era una sezione per la costruzione delle macchine a vapore. I reparti erano posti attorno ad uno spazio quadrilatero con la fonderia al centro, alimentata da una macchina a vapore per tenere attivo il fuoco dei fornelli; tre enormi gru a braccia, poste su perni di ferro, consentivano di spostare le masse di metallo in qualunque direzione. Il salone con i tornitori era dotato di una macchina a vapore di sei cavalli che consentiva il movimento a 14 torni, di una macchina per la barenatura e di altre apparecchiature, e di un mulino che polverizzava e pestava la terra necessaria alle fusioni in un locale attiguo.
II reparto che più sorprendeva, per la complessità e il numero dei pezzi che costituivano il macchinario, era quello ove si costruivano le macchine a vapore, ciò consentiva alle Due Sicilie di essere autonome dall’estero con una produzione nazionale che soddisfaceva le necessità tanto della marina mercantile e militare, quanto della società francese di Armando Bayard de la Vingtrie che aveva ottenuto la concessione per la ferrovia Napoli-Castellarnmare- Nocera, vale a dire la prima strada ferrata della penisola italiana.
Nei primi tre o quattro anni della sua esistenza la Zino Henry & C. aveva realizzato una serie di meccanismi e congegni di cui, qui di seguito, vogliamo elencare alcuni tra i tanti. La ricca raccolta di olive in molte province del regno non era pari alla qualità dell’olio che si estraeva poiché i sistemi di triturazione dei prodotto erano lenti e antiquati, non vi era perciò la possibilità per conservare il frutto per lungo tempo in attesa di portarlo ai frantoi. Ma ecco che la fabbrica napoletana offrì nuovi frantoi con il vantaggio di un prezzo competitivo rispetto a quelli stranieri e la possibilità di rapide riparazioni in caso di rotture.
Anche per l’estrazione dello zucchero dalle barbabietole i macchinari furono forniti dallo stabilimento napoletano, come pressori idraulici con motori della potenza di 20 cavalli, raspe, pompe e altri meccanismi necessari ad aumentare e migliorare la produzione.
L’esportazione della canapa, della rubbia, del fieno e altri prodotti aumentò con considerevole risparmio di costi, grazie ai pressori idraulici inventati da Francois Henry che consentivano di ammassare e stringere insieme le balle e diminuire il volume con notevole risparmio di spazio, diminuzione delle spese di spedizione e conseguente aumento di profitto per le ditte esportatici napoletane.
Un grande motore in ferro con una grande ruota idraulica e i corrispondenti ingranaggi fu eseguito per la Fabbrica Reale delle Armi di Poggioreale, alla periferia di Napoli.
La costruzione di sei macchine a vapore tra gli 8 e i 36 cavalli di potenza per usi diversi furono forniti su richiesta di industrie con sede in varie località del regno; un’altra macchina a vapore di 6 cavalli per la Beau & C., fabbrica di seta da cucire, ed altre due, la prima per macinare i terreni necessari alla formazione dei cristalli nella fabbrica dì Posillipo, la seconda per attingere acqua nell’ospedale degli Incurabili , uscirono dall’opificio del Ponte della Maddalena.
Altri macchinari furono costruiti ed inviati in Puglia, a Bari e Vieste, per la macinazione di granaglie, una di 8 cavalli ad una filanda di cotone di Trapani, un’altra appositamente realizzata per la fonderia di Germanico Petrelli al Ponte della Maddalena per muovere i mantici  della fucina e mettere in moto i magli che battono il ferro.
Prodotti di vario genere e principalmente enormi argani, su modelli francesi, furono consegnati ai Reali Arsenali per vari usi e per tirare a secco le fregate della marina militare per le periodiche manutenzioni, mentre era offerta assistenza a tutte le industrie per le riparazioni di qualsiasi apparecchiatura, principalmente per le macchine a vapore, anche non di sua produzione.
Egualmente numerosi i lavori di ornati in ferro di qualsiasi forma e dimensione, come fiori, foglie, cerchi lavorati, ringhiere, balaustre, colonnette, vasi, statue. Tra le opere maggiori eseguite, la splendida ringhiera dello scalone maggiore del Palazzo Reale di Capodimonte.
La stessa società concessionaria della strada ferrata Napoli-Castellammare-Nocera si era rifornita di tutto il materiale in ferro della Zino &. Henry, così come i francesi della ditta incaricata dell’illuminazione a gas idrogeno della città di Napoli si erano rivolti alla fabbrica del Ponte della Maddalena per dotarsi di tubi, fornelli, torte, macchine e quart”altro fu e sarà necessario.
Dall’opificio uscivano ancora torchi per il conio di bottoni e medaglie, macchine trebbiatrici per il grano all’uso inglese, aratri di ultimo modello, medaglie fuse di perfezione mirabile, armi e lame per le forze armate borboniche.
Abbiamo voluto soffermarci sui primissimi anni di attività della Zino & Henry, poiché in quegli anni non vi erano, negli altri stati della penisola, opifici privati dell’importanza e delle dimensioni della fonderia napoletana. Avere 200 operai nel 1839 equivaleva a 2.000-3.000 dipendenti dei nostri giorni, o forse più. Negli anni successivi la ditta si ingrandì ulteriormente con nuovi macchinari e più che triplicando le forze lavorative. Il suo successo era dovuto alla grande diversificazione e perfetta esecuzione della produzione, alla puntualità delle consegne, all’alta capacità tecnica delle maestranze.
Questa grande realtà creata dalla volontà di un italiano e un francese ebbe il suo tramonto dopo il 1860: revoca degli ordinativi fatti dal governo borbonico, morte lenta delle fabbriche private e statali meridionali per sottrazione di commesse e lavori passati solo alle industrie del nord che andavano sorgendo grazie agli aiuti del governo di Torino, naturalmente a danno di quelle esistenti al sud.
Ormai questa bella realtà napoletana era già in uno stato avanzato di agonia. II taglio delle commesse statali che arricchiva i concorrenti del nord, non consentiva un rinnovamento tecnologico, la diminuzione degli utili, strettamente collegata a quella degli ordinativi che potevano venire ormai solo dai privati delle province meridionali, torchiati però da gravose imposte, così come l’inasprimento fiscale con sempre nuovi balzelli, costrinse i proprietari a svendere l’azienda:  gli acquirenti, del nord,  dopo aver sfruttato quel che ancora poteva dare l’opificio, senza naturalmente effettuare alcun investimento, se ne tornarono soddisfatti alle loro città.
Scompariva così, dopo qualche anno appena dalla conquista piemontese, un’azienda che era stata uno dei fiori all’occhiello del Regno.

 fonte

quicampania.it

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