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L’Italia nel 1860 e Giuseppe Garibaldi

Posted by on Ott 16, 2017

L’Italia nel 1860 e Giuseppe Garibaldi

 Il 1815 fu un anno cruciale per l’ Europa e per l’ Italia, poiché allora venne deciso a Vienna l’ assetto degli stati europei che era stato sconvolto dal terremoto napoleonico.

Dopo la dissoluzione dell’ Impero Romano avvenuta nel 476 d.C., l’ Italia perse la sua unità e nel corso dei secoli successivi ebbe una vita travagliata: infatti essa divenne oggetto di contese e di divisioni ad opera dei vari potenti che si affacciarono sulla scena europea fino all’avvento di Napoleone.

Sconfitto il Bonaparte a Waterloo dagli anglo-olandesi di Wellington e Blucher, già nel 1814 le potenze vincitrici avevano dato inizio al Congresso di Vienna, conclusosi poi l’ anno successivo, con il fine di mettere un po’ di “ordine” nel continente europeo.

Anche l’Italia subì le decisioni del Congresso e della Restaurazione e venne divisa in tanti stati indipendenti, ma influenzati dall’ Austria attraverso una rete di parentele ben disposta. La suddivisione della Penisola fu attuata per soddisfare soprattutto le pretese di principi o sovrani e non tenne quindi conto delle aspirazioni delle popolazioni.

Così l’ Italia risultò divisa nei seguenti stati: Ducato di Parma e Piacenza (Maria Luisa d’ Austria, moglie di Napoleone), Ducato di Modena e Reggio (Francesco IV d’ Asburgo d’ Este), Ducato di Massa e Carrara (Maria Beatrice d’ Este), Granducato di Toscana (Ferdinando III d’Asburgo-Lorena), Regno Lombardo-Veneto composto da Lombardia e Veneto, (un vicerè in rappresentanza di Francesco I d’ Austria, Trentino e Friuli erano governati direttamente dall’Austria), Regno di Sardegna composto da Sardegna, Nizza, Liguria, Piemonte e Savoia (Vittorio Emanuele I ), Stato Pontificio composto da Lazio, Umbria, Marche, Romagna e parte dell’Emilia (Pio VII), Regno delle Due Sicilie composto da Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (Ferdinando I di Borbone). Le reali condizioni di questi stati erano differenti, ma in contrasto con la storia ufficiale studiata a scuola. Molti documenti autentici, tenuti nascosti più o meno volutamente negli archivi o in scantinati e ricoperti di spesse coltri di polvere ( è passato più di un secolo …! ) venuti alla luce di recente, presentano situazioni del tutto diverse rispetto a quanto hanno sempre raccontato gli storiografi ufficiali. Così ad esempio risulta che alla vigilia del 1860, anno disastroso per il Regno delle Due Sicilie, il regno dei Savoia, cioè il Regno di Sardegna, era lo stato più arretrato e più povero della Penisola: si moriva di pellagra, una malattia tipica delle regioni settentrionali causata da carenze alimentari: la gente si nutriva prevalentemente di polenta, il cibo più comune. perché meno costoso e quindi più accessibile alle povere tasche di quelle popolazioni.

Il Regno delle Due Sicilie era, al contrario, il più ricco e avanzato: nel 1859 al Banco di Sicilia. Si dovette provvedere a rinforzare il pavimento su cui era collocata la cassaforte: era tanta la quantità di lingotti d’oro in essa contenuta che per il gran peso, c’era il rischio che il pavimento stesso potesse cedere! Naturalmente i soliti storiografi hanno raccontato, ma sfacciatamente a ruoli invertiti, la solita favoletta di un Sud povero e arretrato; e con questa favoletta purtroppo, in mancanza delle reali fonti occultate, intere generazioni sono state formate. E così è stato fatto loro credere ciecamente alle “gesta leggendarie” di Garibaldi, uno dei responsabili della rovina delle regioni meridionali. Il torto maggiore di Garibaldi per le disgrazie del Sud fu quello, fra l’altro, di rimanere ingenuamente fedele ai Savoia e di essere stato comunque il loro braccio armato, nonostante le sue perplessità, come si evince da una confidenza fatta al suo amico medico siciliano, Enrico Albanese. A questi confidò infatti: ”Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento italiano, vi troveranno cose da cloaca”. Una frase da condividere parzialmente, perché quello che avvenne in seguito fu ancora peggiore per le popolazioni meridionali …

Garibaldi era sostanzialmente un avventuriero. Sul vocabolario alla voce “avventuriero” si legge: chi va in giro per il mondo cercando con ogni mezzo di fare fortuna, soldato di ventura, mercenario; chi girando il mondo cerca con ogni mezzo e non sempre onesto di fare fortuna. E questo egli fu veramente anche se i suoi fautori lo hanno chiamato pomposamente eroe dei due mondi, generale, invincibile, liberatore, dittatore; molte delle sue azioni apparse eroiche furono amplificate o del tutto inventate. Perfino il ritratto del suo aspetto fisico fu alterato, dissero che era un gigante alto otto piedi (più di due metri). In realtà non arrivava neppure a un metro e settanta, era tarchiato, con le gambe leggermente arcuate e corte, spesso avvolto con strati di sciarpe, perché soffriva di artrite cervicale e di reumatismi. Un giornalista francese, Maxime du Camp, che lo seguì nell’invasione del regno borbonico, lo definì “un babbeo”; per Denis Mack Smith, storico inglese alquanto di parte, era “rozzo e incolto”; Mazzini disse che “… quanto a coerenza è una canna al vento” cioè era volubile e credulone; per Montanelli era un “onesto pasticcione”. La retorica risorgimentale lo ha esaltato oltre ogni limite, forse non lo ha potuto santificare anche perché era un massone e un acceso anticlericale. Nel 1834 aveva partecipato al moto insurrezionale di Genova contro i Savoia, ma scoperto, fu condannato e costretto a scappare. Fuggì nell’America del Sud che allora era ritenuta una terra promessa e dove già avevano iniziato ad emigrare i suoi conterranei per cercare fortuna e sfuggire così alla disoccupazione e alla miseria diffusa nel regno sabaudo (nel Regno delle Due Sicilie il fenomeno dell’emigrazione era sconosciuto: la gente traeva sostentamento dalla propria terra e cominciò ad emigrare molto tempo dopo, per le pessime condizioni di vita nelle quali fu costretta dal processo di unificazione forzata e prematura dell’Italia. Infatti l’invasione garibaldina e piemontese determinò la trasformazione del Sud da paese tranquillo, sereno ed autosufficiente in un gigantesco cumulo di macerie!). In Sud America il “nostro eroe” partecipò a diverse azioni non sempre oneste, rubò anche dei cavalli e per questo subì un taglio all’orecchio destro: fu costretto così a coprire con i capelli lunghi questa macchia infamante. In Sud America il furto dei cavalli era ritenuto un reato grave e chi lo commetteva, veniva “marchiato” con un taglio all’orecchio. Spesso era squattrinato e per alcuni periodi visse grazie alla prodigalità di qualche amico. In uno degli scontri armati fu colpito e si salvò per un soffio. Ciò avvenne altre volte. Infine stanco della sua vita temeraria, tornò in Italia. Qui entrò in contatto con le teste calde soprattutto piemontesi, che smaniavano per l’unificazione (allora la percentuale di italiani favorevoli all’unificazione era irrisoria, i tempi evidentemente non erano ancora maturi). Quindi, avute le garanzie che le cose sarebbero andate bene, decise di partire per la conquista del Regno delle Due Sicilie.

Le garanzie avute erano formidabili e consistevano essenzialmente nei punti seguenti:

1) l’Inghilterra era ormai impaziente per l’eliminazione dei Borboni, divenuti scomodi per gli interessi inglesi nel Mediterraneo.

2) c’era la disponibilità di un’ enorme montagna di soldi, in grandissima parte pure inglesi, per comprare le battaglie e tutto ciò che occorreva.

3) era stato assicurato l’aiuto della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli, organizzazioni la cui esistenza venne così legittimata. Con premesse così valide, sarebbe riuscita nell’impresa anche una persona priva di grandi cognizioni militari. Il denaro però fu l’alleato più efficace per un capillare piano di corruzione, il grimaldello che aprì molte porte corazzate. Si cominciò con il corrompere a suon di quattrini gli alti comandi della Marina Borbonica, gli alti comandi dell’ Esercito Borbonico, dopo si passò a tanti altri (il denaro servì poi per corrompere anche alcuni dei combattenti della guerra civile, che con disprezzo venne chiamata “lotta al brigantaggio”: essa imperversò nelle regioni del Sud per dieci anni, con migliaia e migliaia di morti, incendi e distruzioni di ogni genere, dal 1860 al 1870, dopo che il popolo meridionale ebbe capito di essere stato ingannato e di essere divenuto in realtà oggetto di una vera e propria conquista a suo danno e non di una semplice unificazione al resto d’Italia ). Pertanto il viaggio dei garibaldini nel Tirreno e l’avanzata in Sicilia, Calabria e Campania fu caratterizzato da strani errori, ritardi, malintesi, ritirate di chi doveva fronteggiare invece un nemico invasore, insomma ci furono tanti tradimenti pagati a peso d’oro. Tradirono gli alti comandi, non i soldati, tanto che in un giornale satirico francese una vignetta raffigurava i soldati con la testa di leone, gli ufficiali con la testa d’asino e i generali senza testa e con le tasche piene di soldi. Si riportano di seguito e in modo molto sintetico tre episodi emblematici di tutta la vicenda. Lo sbarco a Marsala. Questa operazione venne agevolata da informatori in mare aperto e dalla presenza di quattro navi inglesi ancorate nel porto: i soldati borbonici non poterono intervenire efficacemente per non colpire le navi inglesi: l’Inghilterra non lo avrebbe tollerato, essendo in quel momento difficili i rapporti con il Regno di Francesco II. I volontari poterono così sbarcare… La “battaglia” di Calatafimi. Lo scontro poteva essere facilmente vinto dai soldati borbonici, perché meglio armati e in buona posizione strategica rispetto ai volontari e ai picciotti. Ma quando le cose stavano andando per il meglio, il generale borbonico ordinò la ritirata dei suoi soldati, permettendo così a Garibaldi di avanzare e di dichiararsi vincitore … Marcia in Calabria. In Calabria non si combattè neppure. Il generale Fileno Briganti non affrontò i garibaldini, si ritirò semplicemente: ma nei pressi di Mileto (Catanzaro) fu intercettato dai soldati, che, per l’evidente tradimento, lo finirono a fucilate. I volontari poterono così avanzare … Questi sono alcuni dei numerosi episodi “leggendari” di cui fu protagonista l’”eroe dei due mondi”. Premesso che l’unità d’ Italia è un valore ormai acquisito da non mettere in discussione, si vuole qui richiamare l’attenzione su alcuni fatti molto significativi accaduti recentemente.

Orlando Fico

fonte

sud indipendente

garibaldi-collodi

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