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L’itrano Francesco Buonaugurio campione del mondo dei pesi gallo nel luglio 1932 di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ago 8, 2017

L’itrano Francesco Buonaugurio campione del mondo dei pesi gallo nel luglio 1932 di Alfredo Saccoccio

   Il “Re” di Marsiglia, Francesco Spirito, egemone sulla vita criminale della città focése, appassionato di pugilato, organizza combattimenti un poco truccati.

Il suo favorito si fa chiamare “Kid Francis”, grande talento, di “scuola argentina”, ma si tratta in realtà di suo cugino Francis Buonaugurio, l’itrano Francesco Buonaugurio, campione di Francia dei pesi gallo nel 1925, a soli 18 anni, e beniamino del pubblico marsigliese. Spirito ha montato, di sana pianta, un primo combattimento, l’1 gennaio  del 1930, come il più gran combattimento dell’anno, mettendo alle prese il suo campione con un falso pugile americano, Fake Georgie Mack, che  in realtà non è  che un dilettante reclutato sulle banchine di Marsiglia, il cui vero nome è George DeMatteo, nativo del New Jersey, battuto per KO al secondo round, fuochista di un cargo inglese ormeggiato allora al Capo Pineto. Il vero Georgie Mack, meticcio, classificato terzo peso gallo del mondo, che ha la reputazione di un assassino, è restato in America, un pugile troppo pericoloso, che avrebbe potuto spezzare con un pugno la bella ascesa del pupillo di Spirito. Il 10 luglio 1932  questi riprova, salvo che questa volta l’avversario del Kid è un vero professionista americano, “Panama” Teofilo Al Brown, venuto a Marsiglia a difendere il suo titolo di campione del mondo. L’incontro era molto atteso e 12.000 ferventi supporters del pugile marsigliese, il loro nuovo idolo, l’astro nascente della categoria dei pesi gallo, andarono ad assistere alla sua vittoria certa all’Arena del Largo del Prado, traboccante di spettatori. Nondimeno, alla fine delle 15 riprese, i due avversari sono sempre all’impiedi. Ai punti, Al Brown è chiaramente vincitore. Però, vedendo salire la tensione, l’arbitro, Carlo Lomazzi, esita a dare il verdetto. Il tumulto comincia a guadagnare la sala. Un giudice di boxe, americano, James Sparks, comandante della Legione americana in Francia, sale sul ring per dichiarare Brown vincitore, malgrado le minacce di Spirito. Egli è picchiato di santa ragione e, preso dal panico, si “rimangia” il suo foglio di notazione, salvato da centinaia di gendarmi. Un altro giudice, un italiano, dà il cambio e decide di dichiarare Kid Francis vincitore per calmare gli spettatori, che ritengono che il pugile di casa abbia vinto. Invano. In un clima surriscaldato, sono branditi dei revolvers, tirati spari in aria. La folla vuole la pelle dell’americano nero, Al Brown. Quest’ultimo non dovrà la sua salvezza che alla potenza delle sue gambe, che gli permetteranno di fuggire in extremis. L’incontro è poi ufficialmente dichiarato “no contest”.

   Già l’indomani, la Federazione pugilistica ristabilirà la vittoria di Al Brown. Poco importa per Carbone e Spirito, perché questo incontro storico ha assicurato loro un incasso record.

     Sappiamo che Kid Francis, quando la Wehrmacht occupò Parigi, fu arrestato, perché ebreo, e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, nel 1940, dove fu costretto, sotto la minaccia delle armi, a disputare degli incontri di pugilato, ben trecento, per l’intrattenimento degli ufficiali  delle S.S., resesi tristemente famose nella vita del Terzo Reich, e dove, nel 1943, fu ucciso e arso nel forno crematorio. Egli aveva appena 36 anni. Il suo curriculum sportivo era prestigioso, avendo disputato ben 133 combattimenti, di cui 103 vittoriosi (k.o. 21) e soltanto 15 persi. Una fulgida carriera, ma anche un vero e proprio calvario quello di Francesco Buonaugurio, posto in atto, con barbarica ferocia e con scientifica precisione, dalle cosiddette “squadre di protezione”, rispettando il programma di distruzione degli Ebrei e dei prigionieri politici nel campo di concentramento. 

   L’odissea di questa figura davvero straordinaria meriterebbe di essere conosciuta e portata sullo schermo, come è stato fatto con Young Perez, in Francia, due anni fa. A questo campione dello sport e della sofferenza la rivista internazionale “The Ring” aveva dedicato la copertina già nel 1931. 

   L’odissea di questa figura davvero straordinaria meriterebbe di essere conosciuta e portata sullo schermo, come è stato fatto con Young Perez, in Francia, qualche anno fa. A questo campione dello sport e della sofferenza la rivista internazionale “The Ring” aveva dedicato la copertina già nel 1931.

   Nello stesso anno Panama Al Brown, detto “il ragno nero”, campione del mondo dei pesi gallo, difese il titolo sconfiggendo il francese Eugène Huat, che definì l’avversario “sporco negro”, “scimmia caduta dalla palma”. Il pugile negro frequentava locali notturni e ippodromi (era arrivato a possedere una scuderia di cavalli), beveva champagne ed usava eccitanti. In Francia la boxe godeva del favore degli intellettuali, quali Henry de Montherlant, Paul Morand   e Jean Cocteau, con il quale ebbe una relazione intima. Però il rapporto con Cocteau non tardò a guastarsi, per cui Al Brown tornò negli Stati Uniti stabilendosi a New York, ad Harlem. In Francia, negli ultimi anni, egli ha dilapidato la bellezza di un milione di dollari. Ormai povero, l’ex re del ring  si dedica a qualche squallida esibizione. Nel 1951 muore a New York, di tubercolosi, all’età di quarantanove anni, e viene sepolto a Long Island. Muore solo e dimenticato, dopo aver speso una grande fortuna. I funerali vengono pagati dal National Sport Alliance Fund.  

 Alfredo Saccoccio

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