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L’Opera si racconta, il Cristo in croce di Van Dick alla Reggia-Museo di Capodimonte

Posted by on Giu 5, 2017

L’Opera si racconta, il Cristo in croce di Van Dick alla Reggia-Museo di Capodimonte

Stupendo il “Cristo in croce”, l’olio su tela del fiammingo Antoon Van Dick, esposto nella Reggia-Museo di Capodimonte.  Lo acquistò, appunto per la Reggia, negli anni Quaranta dell’Ottocento, il re Borbone Ferdinando II, da un collezionista, un certo Diego Sartorio. Ora, dopo anni e un accurato e ben riuscito restauro, il dipinto è ritornato alla vista dei visitatori.

Inaugura “L’Opera si racconta”, un singolare ciclo di esposizioni: ogni capolavoro, uno per volta, è in mostra, insieme a un corredo iconografico e a succinte didascalie, in una sala riservata, tutta per sé, per captare un’attenzione esclusiva.  Un invito a guardare l’opera attentamente, per capire l’arte e non solo.

Allora, nel Seicento, il tempo di Van Dick, più che mai politica e religione si intrecciano tra loro e con l’arte. Dopo i fasti cinquecenteschi della triade Leonardo, Michelangelo, Raffaello e dell’arte veneta con i tattili dipinti di Tiziano, la pittura italiana, mettendo da parte il classicismo carraccesco e le eresie di un manierismo inquieto e intrigante, si è accomodata in un acconcio ma insipido raffaellismo.

Quando, come improvviso, esplode il barocco. Impetuoso, sanguigno, appassionato. A volte tumultuoso, violento, arrogante, sfarzoso. Come quell’epoca, tempo di passioni, anche religiose, di sfarzo, di guerre, di battaglie, di risse e di duelli.

In Europa, va aumentando l’espansione islamica. Tanto che poi, nel 1683, Kara Mustafà Pascia, il Gran Visir degli islamici turchi ottomani, arriverà con i suoi giannizzeri alle porte di Vienna. Nel frattempo, i Papi si  impegnano nella lotta contro i riformatori, luterani e calvinisti. Papa Urbano VIII Barberini (1623-1644), successo al soglio pontificio a  Paolo V Borghese, (1605-1621), dopo il breve pontificato di  Gregorio XV, è tutto intento all’affermazione del Cattolicesimo e del Potere temporale della Chiesa.

Per esprimere invece il Potere della Chiesa, Urbano VIII ricorre anche all’arte, soprattutto all’architettura. Ha una febbre edilizia che sconvolge la vecchia sistemazione urbanistica romana. Dà perfino l’ordine, si racconta, di prendere le pietre del Colosseo per le nuove costruzioni. Da qui il detto “quello che non fecero i Barbari fecero i Barberini”. D’altronde questo è il tempo di grandi architetti.  A Roma lavorano Maderno, Bernini e Borromini, autori, questi tre, tra l’altro, del famoso Palazzo Barberini che ha davanti a sé la piazza con la fontana berniniana del Tritone. Papa Barberini vuole una città che sappia di ricchezza e di sfarzo.

E una città splendida e sfarzosa è la Roma che trova nel suo soggiorno italiano Antoon van Dick, che si trova in piena sintonia con questa temperie. Lui è un borghese che si sente signore ed è amante dell’eleganza e dello sfarzo, pur sempre contenuto in una cifra elitaria. Così nell’arte come nella vita.

“Aveva maniere signorili più tosto che di uomo privato e risplendeva in ricco portamento di abito…. portava collane d’oro e seguito di servitori.” scrive il Bellori, nelle sue “Vite dei pittori, scultori e architetti moderni”. A Roma, dalle parti di via Margutta, c’è una colonia di pittori fiamminghi, che, quando uno di loro arriva per la prima volta nella città, hanno l’abitudine di “convitarsi ad una cena all’osteria ed imporgli un soprannome”; ma Antoon rifiuta “questo baccanale ed essi a dispregio della sua ritiratezza lo condannarono come ambizioso, biasimando insieme la superbia e l’arte” (così il Bellori nelle sue “Vite…”).

Questa aristocratica riservatezza è espressa anche nell’arte di Van Dick. Il Seicento è anche il periodo d’oro della pittura fiamminga. Nelle Fiandre, la lotta tra calvinisti e cattolici, particolarmente aspra, si va acquietando con la formazione, nel Nord, prevalentemente calvinista,  di quelle Province Unite d’Olanda, che saranno ufficialmente riconosciute con la Pace di Westfalia del 1648.

Il Nord fiammingo nel Seicento produce l’immediatezza fotografica di Franz Hals, la magia della vita quotidiana nella ritrosa arte di Jean Vermeer e l’inquietante malia,  materica e intrigantemente ambigua, di Rembrand van Rijn, che non si muove dalla sua terra per andare a conoscere l’arte italiana, dicendo che non vale la pena di “sprecare la giovinezza nei viaggi, giacché ci sono più quadri italiani ad Amsterdam che in ogni città di laggiù”.

Invece Van Dick è nato ad Anversa, una città fiamminga di confine, dove i gesuiti, in forze, hanno difeso il Cattolicesimo. E qui diventa allievo di Pieter Paul Rubens, che assorbe, come Rembrand, anche lui dalla pittura italiana ma, diversamente da questi, soggiorna a lungo in Italia. Rubens è nato in Westfalia, dove il padre, calvinista, si era trasferito con la famiglia, per sfuggire alla persecuzione cattolica spagnola. Qui, ad Anversa, Rubens diventa cattolico e, forse anche perciò la sua pittura è molto italiana.

Non così quella di Van Dick che, pur nell’esuberanza coloristica nostrana, conserva una rigorosa compostezza e una precisione direi quasi scientifica di origine fiamminga, in una costruzione formale compatta fortemente espressiva. Come Rubens e invitato da lui, Van Dick soggiorna a lungo in Italia. È a Venezia, dove si innamora del colore di Tiziano; è nell’entourage dei Medici a Firenze, dei Papi a Roma, del Viceré a Palermo e  a Mantova dei Gonzaga, per i quali dipinge molte opere,  soprattutto ritratti.

Già nel 1620, invitato da Lord Buckingam, ha soggiornato a Londra, alla Corte del re Giacomo I Stuart, figlio della cattolica Maria Stuarda. E vi ritorna nel 1632, diventando pittore di Corte di Carlo I, successo al padre Giacomo. Qui, a Londra, Antoon vive in una dimora bellissima, “tenendo servi, carrozze, cavalli, suonatori, musici e buffoni…. e dava luogo a tutti li maggiori personaggi, dame e cavalieri che venivano giornalmente a farsi ritrarre in casa sua…e apprestava loro lautissime vivande alla sua tavola con spesa di trenta scudi al giorno” (Bellori).

Gli inglesi amano farsi ritrarre, Van Dick è un grande ritrattista e influenza fortemente gli artisti inglesi di questo genere pittorico. A Londra risiede fino alla morte, che lo colse a soli quarantadue anni, nel 1641, in tempo per non assistere alla guerra civile tra cattolici e puritani, e all’assassinio del suo amico re. Carlo I sarà decapitato. Come sua nonna Maria Stuarda. Si muore anche per la religione cristiana nell’Occidente di allora. Verrà messa all’asta la collezione di opere d’arte del re, che aveva acquistato anche quella dei Gonzaga. Contiene molti dipinti di Van Dick. Tra questi c’è il Crocifisso che, capitato nella collezione dell’oscuro Diego Sartorio e comprato dal re Ferdinando II di Borbone, ora è a Capodimonte.

Lo stupendo dipinto di van Dick qui si racconta. Racconta della fede appassionata del tempo e del senso religioso dell’autore, dell’immagine che ha di Cristo. Il Vasari, nelle sue “Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, ricorda che Leonardo da Vinci (1454/1519), parlando al duca di Milano Ludovico il Moro della sua “Ultima Cena”, gli dice che le manca ancora la testa del Cristo,  perché “nella immaginazione gli paresse non poter concepire quella bellezza e celeste grazia, che dovette essere quella della divinità incarnata”.

Van Dick invece vi si cimenta e riesce a infondere in questo suo Cristo l’immagine di un uomo-dio. Il suo Cristo è bellissimo anche mentre sta morendo, perché il bello è sacro e ciò che è sacro deve sempre essere bello. Così, in un certo senso, il gusto di Antoon per l’eleganza degli abiti e per le nobili compagnie non sembra un superficiale capriccio ma è quasi una esigenza spirituale, che forse, in questi tempi “democratici”, è difficile da comprendere.

Generalmente, l’iconografia del Cristo contempla due versioni: quella del Christus Patiens, che patisce e ha il capo chino, rivelando la sua natura umana, e quella del Christus Triumphans che ha la testa diritta, esprimendo la sua natura divina. L’immagine che ne ha Van Dick è diversa, è quella di un uomo con il capo e lo sguardo verso il Cielo. Lui non si rivolge agli uomini ma al Padre suo e, “gridando a gran voce, dice: – Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito -”.

Antoon si attiene alle parole del Vangelo di Luca e vuole ignorare le versioni degli altri evangelisti. Di Marco e di Matteo, che scrivono che le ultime parole di Gesù furono “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. E di Giovanni che riporta: “Gesù disse -Tutto è compiuto – e spirò”. Van Dick non immagina in Christo l’uomo comune, ma un uomo che appartiene a una umanità diversa, che è figlio di Dio. Il corpo perfetto, del quale non posso non citare le origini greche, è puro, immacolato nel suo biancore luminoso, si eleva verso l’alto e si indìa.

Questo momento della morte del Cristo è anche quello della sua trasfigurazione. Le braccia non seguono il legno orizzontale della croce ma, tirate dal peso del corpo, si conformano più realisticamente in  una “V”. E, sfuggendo alla orizzontalità della croce, concorrono a suggerire un’elevazione del corpo affusolato.  Il serico perizoma si arriccia in ghirigori e cade all’ingiù, come mosso da un vento che spira dal punto al quale si rivolge lo sguardo di Cristo: rinforza, così, l’espressione dell’intimo movimento del corpo verso l’alto.

Il biancore della stoffa richiama il nostro sguardo verso la sommità della croce, verso il bianco cartiglio arricciolato  con la scritta INRI (=Iesus Nazarenus Rex Iudaeum), suggerita, secondo il Vangelo, da Pilato. L’attenta osservanza del Vangelo operata da Van Dick è dimostrata anche dalla mancanza della ferita nel costato, che fu inferta a Cristo solo dopo la sua morte. Cristo muore, dicono gli evangeli,  che “era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio”. Ed ecco, nel quadro di Van Dick, il cielo oscuro trafitto da lampi di fuoco che, come i cieli fiamminghi, pesa sulla terra.

Questo meraviglioso dipinto può definirsi a pieno titolo barocco, perché  obbedisce appieno al precetto detto in versi da colui che è considerato il massimo poeta barocco in Italia, il napoletano Giovan Battista Marino (1569/1625) : “é del poeta il fin la meraviglia / parlo dell’eccellente e non del goffo…”. E questa Crocifissione stupisce al primo sguardo.

Adriana Dragoni

già pubblicato su

agenziaradicale.com

 

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