Alta Terra di Lavoro

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Marlene Dietrich nel giardino di Allah di Alfredo Saccoccio

Posted by on Apr 15, 2019

Marlene Dietrich nel giardino di Allah di Alfredo Saccoccio

   Quando si lascia mano libera ai russi di esprimere in qualche modo il loro misticismo, chi li ferma più ? Richard Boleslawsky, nativo russo, si deve esser sentito proprio a suo agio, con un soggetto come “Il giardino di Allah”.

   Di fronte al tema della conversione, al peccato di un religioso e della successiva redenzione, egli non ha tentato  di prendere le scorciatoie per evitate le difficoltà. Anzi, ci si è buttato addirittura a capofitto. La trama narra di una sorta  di moderno Sant’Antonio, che cede alle tentazioni del diavolo, impersonato da Marlene Dietrich. La cosa non ci stupisce affatto, abituati a ben altre debolezze. Ma per Boleslawski la cosa sembra altamente drammatica. L’eroe è un frate trappista, internato in un convento dell’Africa. Egli butta la tonaca alle ortiche, lasciando esterrefatti  i suoi colleghi monaci, piglia il treno ed eccolo in un “cabaret” arabo,, con gli ovcchi torbidi, inchiodati sopra i magnifici fianchi di una ballerina, che,  quasi fiutando il dramma, si snoda e si contorce davanti a lui.  Si pensa, per un momento, che egli resisterà alle grazie molli e lascive della danzatrice. Ma in fatto di mollezza perversa e lasciva Marlene Dietric non si lascia battere da nessuno. Il nostro fraticello in giacchetta si innamorerà dunque di Marlene. Non c’è nemmeno bisogno, per questo, che egli veda le sue meravigliose gambe : sembra, infatti, che l’immaginazione febbrile del fraticello sia attratta proprio dal mistero delle lunghe vesti della donna. I due si sposano e la luna di miele si svolge nel deserto, in una curiosa tenda appoggiata sulla groppa dei cammelli. Abbiamo dimenticato di dire che il film è a colori. Boleslawsky non si è accontentato di farci vedere i grigi delle sabbie e l’azzurro del cielo. Egli ha voluto che tutti coloro che ancora oggi ammirano le cartoline illustrate restassero soddisfatti. Ed ecco tramonti  infocati, cieli mattutini di un azzurro che fa male agli occhi, sete bianche, velluti rossi e verdi. In questa orgia non c’è da meravigliarsi che il nostro frate sfratato si perda.

   Finché una bottiglia di liquore lo salva e lo rende alla sua vocazione. Si sa come i frati trappisti siano gente  industre. Vicino a Roma, essi fabbricano, per esempio, una cioccolata speciale : in Africa – vediamo nel film – essi frabbricano liquori. Il fraticello, per una di quelle strane combinazioni, che fanno pensare alla provvidenza, trova una di quelle bottiglie fabbricate dai trappisti. Basterà questa vista per fargli capire la gravità di ciò che ha fatto. E’ il momento più tragico della pellicola. Vediamo gli occhi di Charles Boyer, il fraticello, bagnati di lacrime e, nello stesso tempo, cosa finora mai vista, la sua fronte imperlata di sudore.

   Dopo, la pecorella smarrita tornerà all’ovile. La moglie lo accompagnerà in carrozzella e, al momento dell’addio, quando ormai è troppo tardi per convertire di nuovo al demonio il povero frate, lei sentirà le prime nausee della gravidanza.

   Che dire di questo film ?  La trama, abbiamo visto, è una povera cosa ; la regìa di Bolslawsky tutta di maniera. Ma si sa che quando Marlene Dietrich è protagonista, della povertà del soggetto o dei difetti della regìa  il pubblico non si accorge. Se Marlene Dietrich sia o no una grande attrice, milioni di spettatori ne discutono e non cercheremo noi di risolvere la questione. Ci sembra soltanto che il prestigio di certi attori vada al di là delle loro virtù interpretative. Essi valgono per quello che sono, figure complesse ed indecifrabili, che sembrano impersonare e rendere sincere le aspirazioni più confuse.

* * *

Marlene Dietrich in casa

    Chi si inoltrava nella strada di Two Park  incontrava una villa  in stile messicano, circondata di eucalipti e di larici ombrosi. Due grossi alani abbaiavano dietro la cancellata. Se si entrava nella “hall”, si scorgeva un grande camino  con alari di bronzo  che sostenevano  un ceppo di cemento , dipinto color legno e illuminato da una lòampada  rossa che voleva sembrare una fiamma. Molte poltrone ricoperte di tela  a fiorami,  molti tappeti di paglia e una scala rustica che portava  al primo piano. Ecco tutto quello che si poteva scoprire nella casa della diva.

   La vita di Marlene tracorreva tranquilla ed appartata , protetta dagli alani e da quattro poliziotti privati, guardie del corpo necessarie ad una donna  tanto ammirata. Dal tempo del rapimento del piccolo Lindbergh, le attrici americane gareggiavano  a chi aveva più poliziotti. Carole Lombard ne aveva solo tre ; Mae West  riuscì ad averne dieci. La famosa stella di Brooklyn dava anzi, ogni anno, un banchetto ai poliziotti privati di Hollywood.

   Marlene era meno affettuosa con i suoi angeli custodi. Certi giorni pareva non avvedersi di loro ; altre volte, invece, rivolgeva loro la parola e offriva sigarette.

   Il più anziano dei poliziotti privati di Marlene era Fred Still, che aveva l’apparenza di un avvocato. Fu lui a suggerire, dal tempo di baby Lindbergh, l’uso delle inferriate per proteggere le finestre  di tutti quei villini . Con le inferriate Fred ci si fece la casa. Nel 1936 uno dei tre alani dell’attrice fu trovato morto in giardino, avvelenato con zolle di zucchero. Fred Still vedeva spesso la signora, anche in camicia da notte.  Spesso egli era chiamato a fare un’ispezione in giardino, perché la Dietrich   credeva di aver visto ombre nel parco. Marlene scendeva, anche lei, in veste da camera e attendeva che lo Still potesse garantirle che nessuno era in agguato. Allora si fermava, per un momento, a chiacchierare. Offriva sigarette e ci scappava anche il bicchierino.

   La Dietrich era spesso malata. Un’infermiera le faceva le iniezioni, perché era anemica. Marlene amava molto i bambini , a cui spesso regalava giocattoli. Spesso era sola, perché il marito  lavorava in uno stabilimento di chimica.  

Marlene Dietrich a Venezia

   Quel che mise in subbuglio, nel 1937,  piazza San Marco e la Riva degli Schiavoni  fu la presenza, qua e là, di Marlene Dietrich, la grande Marlene.

   Apparve seguita da un codazzo di gente, che aumentò man mano di numero fino a quando  esso la nascose alla vista. Marlene venne così scortata verso il caffè Florian, accompagnata da una giovanetta, forse sua figlia, quasi più grande e più bella di lei. La seguiva un signore dall’occhio “frappant” di una belva, un aspetto esotico veemente, quasi coloniale, con il volto infiammato da due baffi di paglia. Non era il marito, ma era Sternberg, il famoso e geniale regista. Insieme a lei c’erano  altri tre personaggi perfettamente neutri.

Si sedettero tutti ad un tavolo del caffè.

   Marlene, le braccia nude e magre, rannicchiandosi sulla sedia , faceva un po’ la gobba di contentezza come nei film.

   Portava sul capo un cappellaccio verde tirolese.Era proprio lei, tale e quale la si vede sullo schermo.. Senza belletto, senza bistro, senza ciglia aggiunte, senza piume, e niente che luccichi, più tranquilla di quando recita, anzi saggia come una mamma  che ha sua figlia al fianco.

   I camerieri  facevano un po’ di largo intorno a questi personaggi, perché avessero almeno tanto d’aria  da respirare in pace.

   L’uomo interessante, dai capelli un po’ lunghi, dalle basette e baffetti di artista , che sembravano gialli e, invece, non lo erano, si batteva con un futile bastoncino  da ufficiale la spalla  e sembrava leggermente irritato di questo assedio che la folla, immobile, aveva messo intorno a loro.

   Tuttavia Marlene, divertita, rideva senza scoppiare,, guardando in giro il bastione, la muraglia, di giovanotti veneziani e di popolani che stavano lì di fazione, a braccia conserte,, senza batter ciglio : soddisfatti, ammirando.

   Marlene portava quasi alle labbra la sigaretta con quelle sue belle mani dalle dita grassocce e affusolate, ma era continuamente distratta e non fumava.  Molte eleganti signore, sedute in crocchi ai tavoli vicini, facevano finta di non accorgersi di nulla.

   L’abIto della Dietrich era dei più semplici, anzi dei più poveri che si potessero immaginare. Marlene non portava ricchezze addosso, non portava ornamenti né alle mani né al collo. Si era vestita così forse per non attirare l’attenzione e non eccitare la curiosità. Avrebbe voluto passare inosservata,, ma tutto era inutile.

   Pareva che facessero per giuoco a chi resisteva di più : il pubblico ammutolito ,da una parte, e la grande attrice dall’altra, così conservando le distanze per una buona ventina di minuti.

   Dopo essersi misurati come degli avversari, che, per la prima volta, si incontravano, finalmente Marlene si alzò con lentezza, quasi timidamente, e con lei la figlia, Sternberg e gli altri tre del loro tavolo… Allora, udendo dietro di sè degli applausi, e dei battimani entusiastici, nell’atto di voltarsi e di sorridere,,, la stella del cinematografo mostrò i suoi veri occhi, di un colore verde e oro,,,, subitamente straordinario, e avvolse di uno sguardo incantato  questo mondo così nuovo per lei,, questa piazza mitologica e questa folla italiana così gentile, discreta e adorabile.

   Fu uno sguardo da grande artista.

   Due occhi simili non li aveva mai mostrati sullo schermo Marlene Dietrich, nata Maria Maddalena von Losch, figlia di un luogotenente dei granatieri prussiani, ucciso all’inizio della prima Guerra mondiale, quando la fanciulla, con sua madre, discendente di una antica famiglia, si trasferì in una povera abitazione, nei dibntorni di Berlino. Maria Maddalena era ambiziosa di divenire concertista di violino  studiando fino all’età di diciassette anni. Una ferita al polso le rese impossibile continuare la sua carriera. Decise allora di lavorare in teatro.

   Benché la fortuna della famiglia fosse da tempo svanita, la madre si fece promettere dalla figlia che non avrebbe usato sul teatro il nome di famiglia. Fu allora che Maria Maddalena von Losch divenne Marlene Dietrich.

   Dopo essersi iscritta alla scuola d’arte drammatica di Max Reinhardt, fu costretta a lasciarla dopo un mese per mancanza di mezzi. Le fu data suibito una parte meschina ne “La bisbetica domata”. Il suo nome vero poteva ritornare intatto in famiglia.

   Spesso,, quando non vi era più cibo, l’orgogliosa mogle dell’ufficiale prussiano non mangiava, per conservare il cibo alla figlia. Quando sua madre alfine si ammalò, Marlene, disperata, andò da un dottore militare, amico del padre. Questi le disse apertamente che la prima causa del male della madre era la penuria di nutrimento.

   Marlene pensò ad un raro violino, dono di suo padre nei giorni di abbondanza, come alla sola possibilità di salvezza   rimastale. Quella sera lo portò ad impegnare.

   Ottenuto il danaro,, ella disse alla mamma che aveva ottenuto un contratto per un mese allo “studio” e che l’avevano pagata anticipatamente. E preparò in cucina subito qualcosa da mangiare.

   Come non commuoversi alla storia di questo violino, rivelata dalla rivista “This Week” ?

Alfredo Saccoccio

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