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Misteri di Ferrara e sortilegi romani di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mag 2, 2018

Misteri di Ferrara e sortilegi romani di Alfredo Saccoccio

Fra tutte le cittadine che punteggiano la pianura del Po, Ferrara è sicuramente una delle più misteriose. All’ombra dell’immenso castello degli Este, il dirupo vertiginoso dei suoi fossati, ove dormono delle carpe centenarie, due città coesistono senza quasi congiungersi, circondate da muraglie divenute passeggiate malinconiche. La città medioevale, tutta ad arcate e in stradine strette, vi ha conservato tracce del suo ghetto; la città moderna, costruita di slancio al Rinascimento, è un modello di urbanismo, in cui le strade si incrociano ad angolo dritto, delimitando una vasta scacchiera di palazzi e di giardini, di cui quello dei Finzi Contini, inventato dallo scrittore Giorgio Bassani, è il più celebre.

La pittura di Ferrara è ad immagine e somiglianza della città, tutta in garbi angolosi, volti tormentati, membra come spine, su fondo di architettura spesso molto piano, o scorci mantegneschi. Del resto, tra Ferrara e Mantova, i contatti furono sempre stretti.

Niente può meglio illustrare la ricchezza ornamentale, poetica nello stesso tempo che quasi veristica, della pittura ferrarese, quanto gli affreschi del palazzo Schifanoia, che, per danneggiati che siano, rivelano un’opulenza lussuosa di particolari formicolanti, essi stessi, di sottintesi sconcertanti…Orbene,

il pittore ferrarese Cosmè Tura non figura fra i pittori che dipinsero lì i dodici insiemi dei mesi, ma, attraverso quello che resta delle opere di Ercole de Roberti o di Francesco Del Cossa, è l’ombra del fondatore della scuola di Ferrara, che sembra tuttavia sfidare il tempo.

E’ che l’opera di Cosmè Tura trascende quella di tutti i suoi continuatori ed il merito dell’opera che Monica Molteni gli ha consacrato ci ha fatto scoprire la gestazione di questa impresa, poi lo splendore delle figure tormentate che egli ha saputo inventare. C’è una maniera Cosmé Tura unica, impastata di un realismo allucinante, se non allucinato, che conduce nondimeno ad uno stile di stupefacente potenza decorativa. I volti tesi, storti, le bocche deformate, le dita accartocciate fanno dei santi e delle vergini, dei cristi anche che l’animano di una gestualità esacerbata, delle icone affini ai modellati di sculture di un Donatello, mentre i particolari che egli moltiplica intorno ad essi, fino ai movimenti delle cortine e dei veli, mostrano come il pittore fu anche quello che si chiamerebbe oggi un decoratore d’interno, dalla immaginazione traboccante.

Che Ferrara sia divenuta, quattro secoli più tardi, il luogo di nascita della “pittura metafisica” di un De Chirico è già una risposta latente alla questione che pongono, una ad una, le così rare pitture di Cosmé Tura e alle quali l’artista si guarda bene dal rispondere. Il bel libro di Monica Molteni potrebbe essere il vettore che ci socchiuderà le porte di questi misteri.

A circa cinquant’anni di distanza, l’opera di Domenico Beccafumi, certamente meno ambigua nel suo proposito, appare nondimeno avviluppata da una cappa spessa di malintesi. Alcuni storici dell’arte vogliono che Domenico Beccafumi sia, nella filiazione diretta di Raffaello e di Michelangelo, il capofila di una “scuola2 manieristica, dai contorni abbastanza sfumati, poiché essa potrebbe inglobare i successori toscani di Beccafumi, Pontormo, Rosso Fiorentino, ma ugualmente degli artisti così lontani da lui nello spazio, se non nel tempo, come un Dosso Dossi o El Greco stesso.

Proseguimento di Michelangelo e di Raffaello? Sono ben le stesse stature, gli stessi personaggi che si ritrovano negli stessi coloriti e nella medesima gestualità. Però Beccafumi si inebrierà della felicità che c’è ad andare più lontano. I colori impallidiscono, i gialli, i verdi sono in lui quasi velenosi, quelli rosei sono quelli della carne malata. I gesti, come in Cosmé Tura, si esacerbano, ma quello che si inalbera a Ferrara si indebolisce dalla parte di Siena, dove è ancorata la carriera del pittore. Meglio: le voluttà del palazzo Schifanoia, sconosciute in Cosmé Tura, grande assente del palazzo dei piaceri di Ferrara, perché egli sembra ignorare queste cose, sono onnipresenti, emollienti e fluide fin nelle opere meno pagane del Beccafumi.

E poi ci sono quegli ancheggiamenti incredibili, si oserebbe dire indecenti, che culminano nel palazzo Farnese, a casa di un Zucchi, il pittore del cardinale dei Medici, che illustrò tanto la gloria dei Farnese: ci sono quei seni che scaturiscono dai veli trasparenti, delle donne, quegli angeli birichini, quasi maliziosi, che uno stesso languore pare insieme animare ed immergere in estasi molto poco solitari. Di modo che i colori e le forme tormentate di un Greco, che si ritrova tuttavia presenti in Beccafumi, sono in lui animate da una densità carnale a mille leghe dalle visioni gravemente tormentate dei santi, secondo El Greco. Ecco perché l’opera di un Beccafumi, contemporaneo esatto di un Dosso Dossi, attento alle stesse ispirazioni sensuali tramite vie molto più oblique, che potrebbero prefigurare i modelli sulfurosi di un Fusselli più di due secoli più tardi.

Di fronte ai monumenti che costituiscono le opere di questi due pittori, è su uno dei più celebri monumenti della storia dell’arte e il più celebre e il più famoso, in ogni caso, della cristianità che terminiamo: la basilica di San Pietro di Roma, che, si situa, per milioni di fedeli, nel cuore dell’universo. Ammirabilmente resa al suo candore primitivo, il colonnato ridiviene quel cerchio emblematico che si apre nello stesso tempo che raduna, e i nomi del Bramante e del Bernini vi si compitano nella maestà incomparabile di una purezza, a dire il vero, ritrovata.

Si sono moltiplicate, nel corso degli ultimi tempi, le opere consacrate a Roma; opere voluminose, ricche, documentate. Però tutte avevano come ambizione, e vi riescono talvolta perfettamente, di dare una vedura disinvolta della città intera, nelle sue parti più gloriose come nei suoi ambiti più segreti.

Alcune di esse sono guide artistiche dal carattere volontariamente molto pedagogico. Dalla storia della basilica, dall’archeologia dei progetti che la precedettero, ad una passeggiata cronologica, pontefice dopo pontefice insomma, nel corso delle opere di cui i papi l’hanno arricchita nel corso dei secoli. Qualche libro, dalla bella carta e dalle illustrazioni intelligenti, costituisce una maniera di approccio globale di un monumento. L’edizione tradizionale sembra repentinamente rivaleggiare con quello che è convenuto chiamare il multimediale, per battere questo sul proprio terreno.

Alfredo Saccoccio

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