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Monteleone, ora Vibo Valentia, giacobina

Posted by on Apr 29, 2017

Monteleone, ora Vibo Valentia, giacobina

A Monteleone, oggi Vibo Valentia, dichiaratamente Giacobina, una parte dei componenti del partito detto ‘’francese’’, che aveva innalzato l’albero della libertà appartenevano alla schiera di famiglie nobili e borghesi che da tempo sostenevano i diritti del comune contro il feudatario del luogo, il Principe Pignatelli. Ma a volte le famiglie non erano concordi nell’atteggiamento politico.

Mentre un terribile cataclisma si abbatte sulla Calabria e questo lembo di terra diventa una giostra che prende e travolge tutto e tutti e il mare in un rigurgito spaventoso, restituisce corpi e disperazione. Sulla Calabria tormentata dalle conseguenze del terremoto del 1783, divisa tra diversi partiti, piombò tutto ad un tratto la notizia che il cardinale Fabrizio Ruffo era sbarcato a Pezzo, presso Villa S. Giovanni, detta allora La Fossa o Villa Fossa, per ricostruire il regno a Ferdinando IV di Borbone.

‘’Tutti i paesi, scrisse il Calcaterra, erano sulle armi in attesa del Cardinale e il colore politico era preso a mutuo sfogo di privati rancori ed i borbonici, massa caotica, anelavano alla preda e al bottino.’’ Le schiere dei Sanfedisti crescevano e ‘’s’ingrandiva l’allarme colle promesse di saccheggio che allettavano l’ingordigia della plebe avida di bottino, sia contro i Giacobini sia contro i Sanfedisti.’’

I paesi della Piana di Gioia erano realisti. Le schiere dei Giacobini si assottigliavano mentre quelle dei realisti, alimentati da un flusso di plebaglia ignorante e fanatica, piena di odio e di rancore per i ricchi aumentava continuamente. In questo ambiente tormentato si spiegano gli arresti che avvennero dei Giacobini veri o presunti. Il Ruffo era dunque sbarcato a Pezzo e lo attendevano poche persone: Antonio Winspeare, Angelo Di Fiore e Antonio Carbone, borbonico di Scilla. Era il 7 febbraio 1799.

Cosa risaputa è che il Cardinale Ruffo il 10 marzo 1799 fece abbattere l’albero della libertà, innalzato dai cittadini in piazza Mayo in Monteleone e lo sostituì con la croce, emblema della Santa Fede. Probabilmente in questi frangenti avvenne l’arresto dei due nobili, Vincenzo Marzano e il figlio di lui, Antonio. Evidentemente le schiere di Santa fede se li trascinarono appresso nelle varie tappe della loro marcia fino a Corigliano dove li rinchiusero in quelle carceri. Bisogna dire che furono abbastanza fortunati se durante il viaggio non subirono mutilazioni o addirittura la morte. Così grazie alla protezione di un francescano di Monteleone, Padre Maestro Orecchio, riuscì a Vincenzo Marzano di ottenere la protezione dei Padri del convento dei Frati Minori di Corigliano. In particolar modo il Padre Maestro Pisani ex provinciale, s’interessò della sorte della sorte dei due nobili. Ottenere la scarcerazione non significava però, essere liberi: i ‘’cattolicissimi’’ di Santa Fede si preoccupavano del bene dell’anima dei ‘’perversi’’ Giacobini e così stabilivano per loro una sorta di confino in un convento, dove gli esercizi spirituali e le meditazioni avrebbero dovuto riconciliarli alla Santa Religione, al Re e all’ordine costituito. I più fortunati furono i Marzano che , pagata la somma di 400 ducati, ebbero l’obbligo del confino nel Convento dei Francescani per quattro mesi, nella stessa città di Corigliano: ‘’Per praticare gli esercizi cristiani ed essere istruiti nei doveri della Cattolica Religione’’ .

In una lettera, quella del 15 maggio 1799, annunciando la liberazione avvenuta la sera precedente alle ore 21, scriveva con entusiasmo: ‘’Finalmente conchiudo, grazie al Signore, siamo liberi, e perciò lo potete far sapere a tutti gli amici e parenti per comune consolazione; e dobbiamo specialmente e con fervore ringraziare il Signore di averci lasciati in vita assicurandovi essere stato una speciale assistenza il sopravvivere a positivi patimenti sofferti nel carcere, patimenti dico che non possono esprimersi se non da chi li ha sofferti, e soffre. Del resto, viva Iddio e sia fatta la sua Divina Volontà. Io, essendomi cascato ammalato il capo, mi sono riempito di sporcizia in maniera che ieri medesimo per liberarsene ho dovuto tagliarmene i capelli perché(sic) le dette sporcizie non erano a milioni, ma a milioni di milioni e il capo si era reso un pane e perciò non riposavo né notte e né giorno’’.

Perciò chiedeva alla moglie: ‘’Due sole berettelle di tela fatte come due papaline da prete per mettersele sotto per non sentire freddo’’ e la pregava di preparargli otto berretti di cotone ‘’ben grandi e forti per ritrovarle pronte’’ al suo ritorno.

Si può ben capire quanto avesse bisogno di ritrovare un ambiente pulito e ciò si rileva da due lettere che egli scrisse, una al compare, sicuramente Vincenzo Capialbi di nobile famiglia Monteleonese e marito di sua cugina Anna Marzano, genitori di Vito Capialbi, l’archeologo che si occupò tra le altre cose di studiare le origini della città di Nicotera, dicevamo lettera datata 30 maggio 1799 e l’altra inviata alla madre il 14 giugno dello stesso anno, nella quale le chiede l’invio di alcune corde di chitarra: ‘’Noi siamo fatti totalmente monaci ed è vantaggiosissima la bontà con la quale questi generosi frati ci trattano… le chiavi di questo convento sono in nostro potere e persino le chiavi dei cellari e maghizeni e sovente io resto guardiano. Vi dico tutto ciò per vostro contento’’, nella lettera alla madre: ‘’Qui si vive allegramente ed io posso dirvi che siamo sempre in divertimenti perché il nostro Padre Maestro Di Meo, portandomi ogni giorni in casa del cavaliere sollazzo mi fa divertire sonandosi e ballandosi sempre, onde non ho altro di pena che la lontananza di costì e di tutti voi. Questi padri mi amano teneramente e vi assicuro che ho troppo bene incontrato in questo paese dove tutti mi stimano sia lodato Dio’’.

È doverosa un’altra considerazione: non tutti i conventi calabresi erano covo di reazionari, centri di Sanfedismo, nido di briganti, come il ricco convento di Domenicano di Soriano, dove il Priore avrebbe ricevuto a festa e con suono di campane il feroce brigante Vizzarro, impartendogli dalla gradinata della chiesa la Santa Benedizione col Sacramento e il convento di Serra S. Bruno dove i briganti sapevano di essere ben accolti. Ma ne esistevano alcuni amabile dimora di gente affabile, religiosa ed umana, nido di cristiana carità, come quello di Corigliano, dove si respirava aria di Santità: ‘’Qui siamo trattati troppo puliti ed affettuosissimi, con larghissima polizia, e con larghezza. Onde non dubitate di noi, mentre speriamo fra breve abbracciarvi e rivedervi’’.

Alla fine della prigionia, il nobile Antonio Marzano, figlio di Vincenzo, dichiaratamente napoleonico, scrisse un poemetto: il “Cesare Redivivo”. Non pochi furono i filo-francesi di Monteleone arrestati per le loro idee, per molti il reato fu: “Per opinioni legati ai francesi”.

 

Luisa Matera

Movimento Briganti Moderni

 

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