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Murat e il Proclama di Rimini

Posted by on Mag 24, 2017

Murat e il Proclama di Rimini

Il Proclama di Rimini è per molti storici il documento politico che apre il Risorgimento. Murat confidò troppo sulla sua forza attrattiva pagando con un conto salato il suo errore.

Agli inizi di marzo del 1814 egli scrisse a Fouché: “Tutte le Potenze hanno emanato proclami contrari all’indipendenza d’Italia; hanno insultato i bravi italiani, poiché tutte vogliono ristabilire le antiche Dinastie. Io solo non ho ancora detto nulla. Senza dubbio io vorrei realmente questa unione e questa indipendenza. Io posso essere compreso dagli italiani. Vorrei dunque un proclama sull’indipendenza d’Italia che l’Imperatore stesso deve salvare. Questo proclama mi servirebbe di pretesto per romperla con gli Austriaci… E’ impossibile che l’Imperatore non renda giustizia al mio cuore e alla mia condotta”. Questa idea si scontrava però con una situazione confusa in cui Murat stesso vacillava dinnanzi alla promessa delle corti d’Austria, Russia e Prussia di garantirgli il trono di Napoli e, quando Napoleone gli apparve in difficoltà, accettò il ritorno di Pio VII a Roma, accettò d’abbandonare la Toscana agli Inglesi, salutò pure la restaurazione di Ferdinando VII in Spagna. Il risultato fu pessimo. In un anno, con questo balletto diplomatico si trovò isolato, il principio di legittimità non lo proteggeva e se, nei primi tempi del Congresso di Vienna, Metternich rimandava la soluzione della questione napoletana, Luigi XVIII, restaurato in Francia, intendeva ristabilire subito i rami spodestati della famiglia borbonica in Italia. Murat nel frattempo si era rimesso di nuovo in contatto con Napoleone. Osservò il memorialista Pons de l’Herault: “Sembra che il riavvicinamento tra Napoleone e Murat risulti da un Trattato di alleanza offensiva e difensiva secondo il quale l’Isola d’Elba verrebbe ceduta al Regno delle Due Sicilie. Noi siamo in possesso di una lettera del Re di Napoli, scritta di sua mano, nella quale questo Principe riporta le clausole e le condizioni stipulate a Vienna in seguito a questa concessione”. Quando il 5 marzo giunse a Napoli la notizia che Napoleone aveva lasciato l’Isola d’Elba ed era sbarcato a Cannes, Murat finì d’avanti ad una scelta, o seguire l’Imperatore oppure conquistarsi il sostegno degli Austriaci negandogli ogni supporto. Fu così che maturò la sua guerra d’indipendenza. Voleva essere il liberatore della penisola dagli Austriaci, non più l’alleato di Napoleone.

L’impresa gli apparve subito disperata perché non era certo dell’appoggio di nessuna potenza europea, il suo gioco era mettere tutti di fronte al fatto compiuto di un’Italia unificata sotto il suo scettro. Il 7 marzo Murat chiarì la cosa al generale Angelo d’Ambrosio: “… che bisogno ho io d’alleanze, quando gli italiani mi salutano e mi chiamano loro liberatore? Invadendo l’Italia posso stabilirmi rapidamente sul Po, passarlo, dirigere le mie forze su Venezia, sorprendere e riunire sotto le mie bandiere i piemontesi, stanchi dei loro Re inetti; Milano, nuova patria delle idee liberali; Venezia che ancor ricorda le sue antiche glorie; Genova che mal sopporta il dominio sardo e i popoli tutti della Romagna, naturalmente bellicosi e capaci d’assecondarmi in tale impresa. L’Austria non sarà forse chiamata, tra poco, a combattere la Francia? Come potrà allora resistere, contemporaneamente, a tanti nemici?”.

La guerra era alle porte, solo Colletta vi si oppose: “…un filone d’uomini colti si abbandonerà a questa idea lusinghiera, ma la massa degli italiani o la spregerà o la riguarderà con indifferenza, o si armerà per combatterla… Ma se poi, nella sua saviezza, Ella si è decisa per la guerra, io non più consigliere ma militare spero di dar prova a V.M. sul campo di battaglia della mia riconoscenza e devozione”. Mossero da Napoli schiere di veterani reduci dalla guerra di Spagna, di Germania, di Russia, comandati da generali illustri ed usi alla tattica napoleonica, quali D’Ambrosio, Gennaro, Filangieri, Lechi, Campana, d’Aquino, Caracciolo, di Rocca Romana, Florestano e Pepe. L’esercito era formato in maggioranza da italiani, c’erano 10 generali francesi su 25 e 13 colonnelli francesi su 27. Il comando fu assunto da Murat stesso. La realtà però era diversa da quella che aveva sognato: non più di 500 erano i volontari italiani, il popolo era diffidente o indifferente, l’idea dell’unità e dell’indipendenza appariva come una visione fantastica, nebulosa. Tutti rimasero spettatori inerti e, come scrisse Francesco Lemmi, “la guerra che Gioacchino intraprende non appare agli italiani altro che un tentativo ambizioso di guadagnare la corona d’Italia, nel pericolo di perdere quella di Napoli, e una diversione in favore di Napoleone sotto la diretta o indiretta signoria del quale la penisola sarebbe ricaduta ove la vittoria non avesse arriso all’Europa coalizzata”. In effetti, Murat, il 10 marzo, saputo del successo di Napoleone e della sua entrata trionfale alle Tuileries, scrisse all’Imperatore: “E’ con felicità inesprimibile che ho saputo dello sbarco di S.M. sulle coste del suo Impero. Avrei desiderato ricevere qualche istruzione per combinare i miei movimenti in Italia con i vostri in Francia… M’affretto, tuttavia, a prevenire V.M. che tutto il mio esercito è in movimento e che quasi certamente, prima della fine del mese, io sarò sul Po. Sto per partire per Ancona onde essere alla portata di dirigere tutto… Sire, io non ho mai cessato d’essere vostro amico. Attendevo solo un’occasione favorevole. Essa è giunta ed ora voglio provarvi che fui sempre devoto”.

Partito alla testa del suo esercito, Murat, il 30 marzo del 1815, lanciò da Rimini un celebre proclama. Dichiarava guerra all’Austria e spronava gli Italiani alla rivolta ponendosi come alfiere dell’indipendenza italiana. Chi fu il vero autore del testo? Per Cesare Cantù e Giovanni De Castro fu il cavalier Francesco Stalfi di Cosenza che insegnava Storia a Napoli, per altri fu invece Pellegrino Rossi, Commissario Civile di Murat nelle Romagne, secondo altri ancora fu composto ad Ancona da numerosi nomi ma corretto e visionato da Giuseppe Zurlo, allora ministro degli Interni. Nelle parole si respira forse troppo entusiasmo, forse troppa leggerezza politica. Il proclama eccitò numerosi intellettuali ma restò inascoltato:

“Italiani!

L’ora è venuta che debbono compiersi gli alti vostri destini. La Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo «L’indipendenza d’Italia!» Ed a qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto, e primo bene d’ogni popolo? A qual titolo signoreggiano essi le vostre più belle contrade? A qual titolo s’appropriano le vostre ricchezze per trasportarle in regioni ove non nacquero? A qual titolo finalmente vi strappano i figli, destinandogli a servire, a languire, a morire lungi dalle tombe degli avi?

Invano adunque natura levò per voi le barriere delle Alpi? Vi cinse invano di barriere più insormontabili ancora la differenza dei linguaggi e dei costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri? No, no: sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero! Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria perigliosa con venti secoli d’oppressioni e di stragi. Sia oggi vostra gloria di non avere più padroni. Ogni nazione deve contenersi nei limiti che le diè natura. Mari e monti inaccessibili, ecco i limiti vostri. Non aspirate mai ad oltrepassarli, ma respingetene lo straniero che li ha violati, se non si affretta di tornare ne’ suoi. Ottantamila Italiani degli Stati di Napoli marciano comandati dal loro re, e giurarono di non domandare riposo, se non dopo la liberazione d’Italia. È già provato che sanno essi mantenere quanto giurarono. Italiani delle altre contrade, secondate il magnanimo disegno! Torni all’armi deposte chi le usò tra voi, e si addestri ad usarle la gioventù inesperta.

Sorga in si nobile sforzo chi ha cuore ingenuo, e secondando una libera voce parli in nome della patria ad ogni petto veramente italiano. Tutta, insomma, si spieghi ed in tutte le forme l’energia nazionale. Trattasi di decidere se l’Italia dovrà essere libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio.

La lotta sia decisiva: e ben vedremo assicurata lungamente la prosperità d’una patria bella, che, lacera ancora ed insanguinata, eccita tante gare straniere. Gli uomini illuminati d’ogni contrada, le nazioni intere degne d’un governo liberale, i sovrani che si distinguono per grandezza di carattere godranno della vostra intrapresa, ed applaudiranno al vostro trionfo. Potrebbe ella non applaudirvi l’Inghilterra, quel modello di reggimento costituzionale, quel popolo libero, che si reca a gloria di combattere, e di profondere i suoi tesori per l’indipendenza delle nazioni?

Italiani! voi foste lunga stagione sorpresi di chiamarci invano: voi ci tacciaste forse ancora d’inazione, allorché i vostri voti ci suonarono d’ogni intorno. Ma il tempo opportuno non era per anco venuto, non per anche aveva io fatto prova della perfidia de’ vostri nemici: e fu d’uopo che l’esperienza smentisse le bugiarde promesse di cui v’eran si prodighi i vostri antichi dominatori nel riapparire fra voi.

Sperienza pronta e fatale! Ne appello a voi, bravi ed infelici Italiani di Milano, di Bologna, di Torino, di Venezia, di Brescia, di Modena, di Reggio, e di altrettante illustri ed oppresse regioni. Quanti prodi guerrieri e patriotti virtuosi svelti dal paese natio! quanti gementi tra ceppi! quante vittime ed estorsioni, ed umiliazioni inaudite! Italiani! riparo a tanti mali; stringetevi in salda unione, ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una Costituzione degna del secolo e di voi, garantiscano la vostra libertà e proprietà interna, tostochè il vostro coraggio avrà garantita la vostra indipendenza.

Io chiamo intorno a me tutti i bravi per combattere. Io chiamo del pari quanti hanno profondamente meditato sugli interessi della loro patria, affine di preparare e disporre la Costituzione e le leggi che reggano oggimai la felice Italia, la indipendente Italia.

Rimini, 30 marzo 1815. Gioacchino Napoleone”.

Murat pensava di aver sottomano un esercito di quasi centomila uomini ed invece non ne disponeva che di quarantamila, neppure la notizia dei primi successi scaldò gli animi. Il 2 aprile la I Divisione Napoletana giunse dinanzi a Bologna, i novemila uomini che difendevano la città batterono in ritirata; il 4 la I Divisione si scontrò sul Panaro contro 6 battaglioni austriaci e Murat ebbe la meglio ma quasi 500 soldati disertarono; anche Modena fu occupata ma ad Occhiobello, l’8 aprile, subì il primo scacco. Iniziò così la ritirata: il 16 aprile il quartier generale era a Faenza, il 18 a Forlì; Murat corse ai ripari dando istruzioni ai suoi plenipotenziari a Vienna di siglare un armistizio, ma ricevette un netto rifiuto; il 29 aprile era ad Ancona e le sue forze ammontavano a soli quindicimila uomini. La controffensiva austriaca ebbe il suo centro a Tolentino. La battaglia pareva volgere per il meglio ma quando giunse la notizia di una seconda colonna austriaca che aveva sfondato in Abruzzo ed una terza che da Roma marciava su Gaeta, Murat ripiegò in furia. A Napoli fu accolto dal popolo festante ma sapeva bene che tutto era finito.

Autore articolo:

Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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